La Via del Cuore
La salute da un punto di vista olistico


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In Cammino Verso Betlemme

 

 

Per il periodo di Avvento .esiste una simpatica tradizione che si conserva in numerose famiglie. In un angolo della stanza riservato alle feste si compone, gradualmente, il paesaggio che Maria, Giuseppe e l'asinello attraversano andando verso Betlemme .

Nella prima settimana di Avvento si dispongono delle pietre su una stoffa marrone.
Le più belle tracciano il cammino di Maria.
Durante la seconda settimana si aggiungono·delle piante: muschi e pigne, ma anche piante in vaso a mò di Palme.
Durante la terza settimana vi si fanno pascolare degli animali, delle pecore. 

Infine, nella quarta settimana, arrivano i pastori ad occupasi dei loro armenti ... 

I piccoli racconti di questo libro seguono il divenire del paesaggio.

Illustrano l'avanzare progressivo del tempo di Avvento e passano dagli elementi al Regno Vegetale, poi al Regno Animale per sfociare al 

Regno Umano.

Questo piccolo libro è concepito per essere letto ai bambini in età scolare. 
E' un calendario d'Avvento raccontato. Di storia in storia, conduce fino a Natale. 

Per i bambini più piccoli si consiglia di scegliere solo quattro racconti: uno per capitolo, da raccontare durante la settimana. Eventualmente, si  può illustrarlo, rappresentandolo, nel piccolo paesaggio, con le statuine del Presepio.

La gioia di preparare il Natale fu la fonte d'ispirazione di questi racconti. 

Essa destò in me non tanto il bisogno di raccontare favole quanto il desiderio di rivelare ai bambini, in modo accessibile,

che il Natale é un avvenimento atteso da tutto il Mondo.

Seguendo il filo di questi racconti, si dovrebbe destare il sentimento che la Luce Divina, tenue all'inizio dell'Avvento, va intensificandosi di giorno in giorno per irraggiare in tutto il suo splendore il giorno di Natale.

Mi sono ispirato a diverse Storie Natalizie conosciute, come, per esempio, ai bei racconti del poeta fiammingo Felix Timmermans 

verso il quale mi sento debitore.

Ma quel che mi ha deciso, in definitiva, a pubblicare questa raccolta. furono due occhi raggianti di bambino che credevano ai miracoli e due piccole orecchie che volevano ascoltarne sempre di più.


Georg Dreissig, Stuttgart 1987 

 

SOMMARIO

I. Prima settimana

l In cammino verso Betlemme
2 Il mistero della grossa pietra 
3 Perché l'acqua diventa ghiaccio, in Inverno 
4 Il miracolo del Pozzo

5 La canzone del Vento 
6
L'ago d'argento della Luna e il filo d'oro delle Stelle

7 La luce nella lanterna

II Seconda settimana

    8  Le Mele del Paradiso
 9 Il Cardo argentato

       10 La foresta di spine
11 Delle semplici piccole Cipolle
12 Gli Abeti
13 Il Prugnolo
14 Il mistero delle Rose

 III  Terza settimana

  15  La fretta dell'Asinello

  16  La Ragnatela

  17  La piccola coda bianca della Lepre 
 18 Le provviste dello Scoiattolo

 19 Il Cane del Pastore 
 20 Il vello dell' Agnello

 21   I Topi di Natale

IV Quarta settimana

  22 Una manciata di paglia
23 La minestra della Mendicante
24 I pastori accanto al Fuoco 
25 Il vecchio Guardiano
26 Il piccolo Suonatore di Flauto 
27 I locandieri di Betlemme 
28 Il Figlio di Dio


Titolo dell' edizione originale: "Das Licht in der' Laterne" - Verlag Urachhaus - Stuttgart

Tradotto da Adriana Ricci dalla versione francese:

"La lumière dans la lanterne", 1988, Editions IONA, F, Franchesse 

 

 

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IN CAMMINO VERSO BETLEMME

Erano in tre sulla strada: Maria, Giuseppe e l'asinello che trottava al­legramente in testa. Giuseppe aveva il suo bastone. Era abituato ai lunghi viaggi e camminava di buon passo. Maria, la dolce madre di Dio, faceva del suo meglio per andare al suo ritmo, ma i suoi piedi inciampavano spesso contro i sassi sulla via. Stringeva i denti per nascondere il dolore. Ma, ben presto, si lasciò sfuggire una prima lacrima, che non riuscì a trattenere. L'asinello non sospettò nulla e nemmeno Giuseppe: era preoccupato di non perdere la strada. L'Angelo che accompagnava i viaggiatori notò che Maria piangeva. Si chinò verso di lei e Le disse: "Perché piangi, piccola serva amata del Signore? Sei in cammino verso Betlemme; laggiù il bambino Gesù verrà al Mondo,non ne sei felice?" Maria gli rispose: "Il pensiero del bambino che fra poco nascerà mi riempie di gioia. Ciò che mi disturba sono questi sassi contro i quali inciampo e mi scortico i piedi." A queste parole, l'Angelo si volse verso le pietre. Le guardò con i suoi occhi celesti, irraggianti luce.

Ed ecco: le pietre si trasformarono sotto il suo sguardo: i loro angoli e spigoli si arrotondarono e presero dei riflessi colorati.

Alcuni diventarono persino trasparenti come vetro e scintillarono sulla strada, illuminati dall'Angelo.

Allora Maria avanzò con passo sicuro. Davanti a lei, la strada scintillava e riluceva di mille luci e nessuna pena venne più ad infastidire la sua marcia verso Betlemme.



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IL MISTERO DELLA GROSSA PIETRA

Maria e Giuseppe camminavano in direzione di Betlemme quando un giorno furono bloccati da una pietra enorme, che era così grossa che sbarrava tutta la via. 

Due soluzioni si offrivano ai viaggiatori: aprirsi un varco attraverso i cespugli che fiancheggiavano la strada, oppure scavare il blocco di pietra.


Ora questo enorme masso aveva una storia. 

Quando fu fatta la traccia della strada, sette robusti operai avevano unito le loro forze per eliminare l'enorme pietra dalla via.  

Quando, il giorno successivo, ritornarono al loro lavoro ritrovarono la pietra in mezzo alla strada. Si arrabbiarono ed imprecarono; 

poi sputarono nelle loro mani grosse e rotolarono la pietra per la seconda volta. Ma l'indomani il masso era al suo solito posto.

I lavoratori sbiancarono e furono presi dalla collera. Imprecarono e bestemmiarono per bene. Poi, unendo le loro forze, la fecero 

rotolare per la terza volta a lato della strada. Il giorno seguente, trovarono il masso nel posto dove era sempre stato.

Questa volta non si arrabbiarono più di tanto. Si guardarono sconcertati da questo mistero. 

Decisero allora di andare a trovare un eremita che viveva nei boschi e gli raccontarono la loro disavventura.

L'eremita li ascoltò con attenzione. Scosse la testa con aria di comprensione e disse: "Colui che deve sbarazzare la strada da questa enorme pietra non é

 

ancora arrivato. Lasciate, dunque, il masso dove si trova e lasciate a colui che ne è incaricato il compito di spostarlo".I sette operai ritornarono al loro cantiere.

 

Seguirono il consiglio dell'eremita ed il masso restò nel mezzo della strada, con grande contrarietà per i numerosi viaggiatori.


Maria e Giuseppe erano fermi anch'essi davanti a questa grossa pietra che sbarrava il cammino. Giuseppe non era in grado di farla

rotolare, neanche con l'aiuto dell'asinello. Stavano pensierosi davanti all'ostacolo e, mentre rifletteva, Giuseppe toccò la pietra 

con il suo bastone. Subito questa si spaccò in due e ciascuna metà si ribaltò a un lato della strada.

llora si vide che il masso era pieno di cristalli che scintillavano alla luce del Sole.

Poco tempo dopo, l'eremita capitò su questa strada. Trovò il masso spaccato in due, con tutti i suoi cristalli.

I suoi occhi s'illuminarono e si disse: "Colui che doveva togliere la pietra dalla strada é venuto."

Ed il suo cuore si riempì di gioia e di speranza.

 

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PERCHE’ L’ACQUA DIVENTA GHIACCIO IN INVERNO 

Sulla strada che li conduceva a Betlemme, Maria e Giuseppe giunsero un giorno sulla riva di un ruscello. 

Si trattava di un ruscelletto, ne largo né profondo. 

Ma in pieno inverno, l'acqua era molto fredda. 

L'asinello immerse prudentemente uno zoccolo nell'acqua e lo ritirò subito: aveva avuto l'impressione che il freddo gli mordesse la zampa. Era ben deciso a non

 rimettere più un solo piede nell'acqua. 

Maria e Giuseppe avevano cercato un ponte o una barca per attraversare il corso d'acqua, ma non avevano trovato nulla. 

Che cosa avrebbero potuto fare? Giuseppe stava già rimboccando il suo mantello, deciso a prendere Maria sulle sue spalle per passare a guado. 

Ma l'idea di Giuseppe non piaceva affatto a Maria; egli avrebbe potuto prendere freddo o farsi male. 

Ella si era avvicinata completamente alla riva e cantò dolcemente:


Una risposta si alzò dalle acque, come un dolce tintinnio di campane.

E, all'improvviso, l'acqua si irrigidì, formando un ponte trasparente come il vetro, ma tanto solido da permettere a Maria, Giuseppe e

persino all'asinello di guadagnare l'altra riva .

 

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IL MlRACOLO DEL POZZO

Nel tempo in cui Maria, Giuseppe e il loro asinello camminavano in direzione di Betlemme, non esistevano ancora i rubinetti. Donne e giovinette prendevano le loro anfore e andavano ad attingere l'acqua alla fonte. Vi si ritrovavano per fare due chiacchiere. La fonte era un luogo d'in contro, il luogo in cui si scambiavano le ultime notizie.

  Quella "sera, Ruth prese l'anfora per andare alla fonte. Non appena uscì di casa, fu abbagliata dalla luce intensa di una stella.

Questa stella era di un tale splendore che tutte le altre stelle e la Luna stessa impallidivano al suo confronto. Ruth, stupefatta, restò immobile sul_posto. Non riusciva a staccare gli occhi da questa stella sfavillante. Dimenticò l'ora e quel che doveva fare.
Quale messaggio annunciava questo astro scintillante? 
Il freddo le mordeva le dita e la riportò alla realtà. Afferrò l'anfora e si diresse rapidamente verso la fonte. Li, non c'era più nessuno. Tutti erano rientrati a casa. Ruth, lesta, appese l'anfora alla catena. ma si attardò di nuovo: la stella si rifletteva sul fondo del pozzo, l'acqua brillava come oro. La giovane meravigliata mormoro: "Che bagliore scintillante, se soltanto mia nonna potesse vederlo!"

Ma la nonna stava seduta in casa nella sua poltrona. Le sue gambe, in­debolite dall'età, non la sostenevano più. Ruth lasciò scivolare con prudenza l'anfora nel pozzo per non turbare l'acqua. Quando la risalì, la giovane si meravigliò una volta di più. Giacché l'acqua nell'anfora brillava anch'essa come oro. Vi immerse la punta del dito e l'assaggiò: l'acqua aveva lo stesso gusto di sempre. Ruth afferrò l'anfora e tornò rapidamente a casa. Appena aprì la porta gridò: "Nonna, guarda cosa ti porto!" E le fece rimirare l'acqua che scintillava come Oro puro. "Guarda! Ha conservato lo splendore della stella affinché anche tu potessi vederlo". La vecchia donna osservò l'acqua pensosamente e disse: "Che cosa é questa luce che si mette a brillare sul Mondo e per cui l'acqua pura ama conservarne lo splendore?" Poi, voltandosi verso Ruth, aggiunse: "Ecco che ne vedo il riflesso persino nei tuoi occhi. Conservala preziosamente."

La notizia dell'acqua d'oro si diffuse rapidamente e tutti venivano ad attingerne. Veniva attinta in gran quantità, ma l'acqua d'oro non si esauriva. Conservò il suo splendore fino ... fino a quando veramente? Fino al giorno in cui il bambino Gesù nacque a Betlemme. Da allora, è Lui, che si è messo ad illuminare il Mondo con la Sua Luce.

 

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LA CANZONE DEL VENTO

Maria aveva lasciato Nazareth rare volte e le costava molto viaggiare in terra straniera. Fino ad ora, non aveva mai dovuto mendicare per trovare un tetto e non aveva mai dormito ai bordi della strada.

Le giornate non le sembravano tanto faticose. Il sole brillava sul Mon do, mentre Maria e Giuseppe si affrettavano verso Betlemme.

Ma, alla sera, Maria aveva il cuore grosso. Distesa nell'oscurità, pensava a Nazareth: alla sua casetta, ai rosai del giardino, al profumo di Gelsomino sotto la finestra, al rumore, del vento che giocava tra le fo­glie degli alberi e dei cespugli o danzava tra le spighe di grano.

Il vento era un vecchio amico! Al mattino, ancor prima che lei si alzasse, entrava dalla, finestra aperta. Mormorava dolcemente o sibilava un'aria cattiva e Maria non aveva bisogno di osservare il cielo: sapeva quale tempo avrebbe fatto a seconda dei profumi o dell'umidità che portava. Ma qui, in un paese straniero, il vento sembrava diverso, un vento d'Inverno che ~Maria non conosceva ed ella si sentiva ancora più sola. Ma, come sapete, il vento soffia dove vuole.

Era proprio lo stesso vento che stava intorno a Maria. Sentiva la sua tristezza; come confortarla? Trattenne il suo soffiare e rifletté a lungo.

Di solito, in questa stagione dell'anno, doveva fischiare attraverso ogni fessura, scanalatura ed ululare in tutti gli angoli.

 Tuttavia Maria gli sembrava tanto sola, lontana dal suo paese natale ... Improvvisamente intonò un'altra canzone.

Cantò la Primavera di Nazareth, il grano che germoglia, le gemme che sbocciano, la gloria dei fiori dischiusi, il mormorio delle api.

Il suo canto tanto dolce, così pieno d'amore riscaldò il cuore di Maria ed ella si addormentò felice.
Che bravo vento! Non può fare a meno di occuparsi di Maria, la dolce madre di Dio. 
Non vi stupite, dunque, quando all'avvicinarsi di Natale, il vento intona delle arie primaverili, come se fosse :finito l'Inverno. 

Canta per Maria, perché lei non si senta tanto sola e trascurata in terra straniera.

 

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L'AGO D'ARGENTO DELLA LUNA E 
IL FILO D'ORO DELLE STELLE

E' con discreta venerazione che Giuseppe osservava la sua sposa ed il mistero di questo bambino Gesù ch'ella portava sotto il suo cuore! Faceva tutto il possibile per rendere più facile e più bella la vita a Maria. Avrebbe desiderato offrile delle belle 'parure', dei bei vestiti, come offrono i ricchi alle loro spose. Ma Giuseppe era povero, non aveva un soldo. A volte questo era motivo di sconforto; pertanto Maria non si lamentava mai di non avere nulla per agghindarsi.

Da quando erano in viaggio per Betlemme avevano ogni giorno da soffrire per la loro povertà. Talvolta non avevano niente da mangiare e restavano con la fame perché nessuno gli offriva qualcosa. Altre volte, arrivavano in un villaggio e, al loro arrivo, chiudevano le porte delle case. Non restava altro, allora, che dormire all'aperto, sotto le stelle. In quei momenti, Giuseppe si diceva sottovoce: "Dio ha scelto Maria per far nascere suo figlio e tu, tu nei fai una mendicante!"

Se soltanto avesse avuto un po' di denaro! Avrebbe offerto qualcosa a Maria, qualche cosa di bello. Che poteva vendere? Non possedeva nulla di superfluo, eccettuato, forse ... , il suo bastone da passeggio.

L'aveva intagliato egli stesso nella foresta. Poteva trovare qualcuno che lo acquistasse?

Una notte, in cui Maria e Giuseppe dormivano all'aperto, sotto le stelle, Giusepe fece un sogno. Sognò che un uomo veniva a svegliarlo scuo tendogli la spalla.

Doveva essere molto ricco, i suoi vestiti erano sontuosi. Tuttavia il suo sguardo era amichevole, senza la minima commiserazione. Giuseppe gli chiese: "Che posso fare per servirvi?" Il fo restiero rispose: "Desidero comprare il tuo bastone da passeggio. Mi è stato detto che lo vendevi". Giuseppe si chinò per prendere il suo bastone. Quale sorpresa: trovò un bastone forgiato in oro ed argento e ce sellato magnificamente! Dove era, dunque, andato a finire il suo vecchio bastone di legno?

Giuseppe tese al forestiero il meraviglioso bastone. L'uomo disse "Ora te lo pago". A queste parole, alzò la mano destra e, improvvisamente, il cielo si mise a risuonare e fili d'oro   presero a discendere dalle stelle. L'uomo li afferrò delicatamente e li avvolse in gomitolo stretto intorno al bastone. Alzò poi la mano sinistra. La mezzaluna vi si posò e prese la forma di un ago d'argento. L'uomo tolse il gomitolo e tese a Giuseppe i fili d'oro e l'ago d'argento.
"Prendi - disse - come pagamento" e a queste parole, scomparve.

Giuseppe, tutto sorpreso, contemplava questo dono prezioso di cui non sapeva bene cosa fare.

Ma già, fili ed ago si muovevano fra le sue mani.

Il filo d'oro s'infilò da sè nell'ago d'argento che si mise a ricamare. Ricamava delle stelle sul mantello blu di Maria. Quando il filo terminò, le stelle brillavano sul mantello come brillano in cielo, durante la notte. Allora l'ago si elevò di nuovo verso le stesse e ritornò ad essere la mezzaluna.

Che sogno meraviglioso! Al mattino, Giuseppe si svegliò di buon umore. Ritrovò il suo vecchio bastone di legno per terra, al suo fianco. Come gli era apparso trasformato durante la notte!

Poi, tutt'a un tratto, il cuore di Giuseppe fece un salto di gioia: il suo sguardo aveva scorto il mantello di Maria: mille stelle ricamate con fili d'oro scintillavano sul povero tessuto.
Maria e Giuseppe le contemplarono con la medesima gioia: quale meraviglia! poi, Maria disse: "E' troppo bello per me, adesso, Questo mantello".

Casi, malgrado la povertà di Giuseppe, Maria poté indossare uno splendido mantello stellato, il mantello della Regina dei Cieli.

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LA LUCE NELLA LANTERNA

Al cader della notte, Tito, il locandiere, prese la lanterna per andare alla stalla e cambiare il fieno di Remo, il bue.

Nell'accendere la candela Tito notò che era quasi del tutto consumata. "Per questa sera basterà", borbottò.

Attraversò la corte, accompagnato dalla fiammella che cacciava l'oscurità intorno a lui. Tito entrò nella stalla ed appese la lanterna ad un gancio del tetto. 

Poi, con il forcone, sparse il fieno nella mangiatoia. Tutt'a un tratto sentì del rumore proveniente dalla casa; sua moglie lo chiamava: "Tito, dove sei? 

Sono arrivati degli ospiti". Lasciò cadere il fieno ed impugnò la lanterna. In quell'istante, la fiamma chiara della candela si drizzò per un'ultima volta per poi ricadere e scomparire. "Tanto peggio!" brontolò Tito nell'oscurità.

Lasciò la lanterna appesa sopra la mangiatoia e si affrettò ad attraversare la corte per rientrare in casa.

L'indomani, Tito non pensò più alla lanterna. La sera tuttavia si rammentò di averla lasciata nella stalla, appesa sopra la mangiatoia.

Si mise in cerca di una nuova candela e attraversò la corte. E, a questo punto, notò un piccolo bagliore che brillava dalla finestra della stalla. Sorpreso, si grattò la testa. Aveva ben visto la candela spegnersi la sera avanti! Chiamò sua moglie per mostrarle la strana luce.

 Entrambi si recarono alla stalla per vedere la cosa da vicino.

"Che cosa bizzarra: questa luce brilla per niente e per nessuno" borbottò Tito. E sua moglie aggiunse: "Chissà. perché questa fiamma non si estingue.

Non tocchiamola, aspettiamo che si consumi da sè".

E' cosi che, la vigilia di Natale, quando Maria e Giuseppe, seguiti dal l'asinello, cercarono una locanda per passarvi la notte, scoprirono la stalla dolcemente illuminata, che sembrava attenderli ...

E la luce continuò a brillare fin dopo la nascita del Bambino, per rischiarare il mondo intorno a Lui. 
Senza dubbio, vorreste sapere che cosa era questa luce che brillava con tanto fervore? Una candela? Certamente no! 

Per lo meno, non una candela come le altre.

No, adesso ve lo dico: senza farsi notare, una piccola stella era scivolata nella lanterna. 

Essa vi scintillava con amore, perché voleva essere là Per la nascita di Gesù.

Se Tito avesse guardato bene, l'avrebbe vista anche lui.

 

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                       LE MELE DEL PARADISO

Nel giardino del Paradiso c'era un albero che nessuno toccava: era l'albero di Dio. Aveva delle mele rosse, le più belle che si possano immaginare.
Tutti gli animali e gli uccelli che passavano vicino a questo albero fermavano la loro corsa o il loro volo per contemplarlo, tanto era bello.
In quei tempi, vivevano in questo giardino Adamo ed Eva. Andavano spesso ad ammirare l'albero i cui frutti erano riservati a Dio.
Un giorno, il serpente aveva convinto Eva a cogliere una mela dall'albero e ad assaggiarla.
 Poi, lei l'aveva data ad Adamo e anch'egli l'aveva assaggiata. Allora, l'albero aveva improvvisamente perduto il suo splendore! 
E quando Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso, il giardino era in lutto per il suo bell'albero. Quale atto temerario!

I frutti "dell'albero erano impalliditi per lo spavento, erano diventati piccoli e duri ed il loro sapore succoso e zuccherino era diventato amaro come il fiele.
Ora il melo doveva un giorno ritrovare la sua bellezza.

Diverse centinaia d'anni dopo uno dei suoi palloni s'impiantò nel giardino di Maria e Giuseppe, a Nazareth. Crebbe un piccolo albero rachitico.
Ogni anno dava dei frutti pallidi, duri ed amari che nessuno mangiava, neanche l'asinello.
Un giorno di Primavera, l'Angelo venne a trovare Maria e le annunciò che stava per diventare la madre di Dio.
Mentre attraversava il giardino, l'Angelo passò accanto al Melo e gli bisbigliò: "Preparati, piccolo Melo, perché il tempo della tua miseria é terminato.
A Natale, verrà al mondo il figlio di Dio. Ricordati, che tu sei l'albero che porta i frutti di Dio."
Nel corso delle settimane seguenti, Maria e Giuseppe, molto stupiti, poterono osservare come l'albero si raddrizzava, poi, si mise fiorire con una
 magnificenza tale che si poteva pensare che sarebbe crollato sotto il carico dei fiori. I suoi rami si riempirono allora del canticchiare e del ronzio delle api 
e dei calabroni che arrivavano da lontano, spinti dalla golosità, per bottinare i suoi fiori. Poi, venne il tempo, in cui le fronde dell'albero nascosero quel che andava preparando per il futuro. E quando in Autunno i suoi frutti maturarono, non erano più piccoli e duri, ma molto grossi e di una bella forma rotonda.
 Ed ecco che pian piano le mele si colorarono. In principio, erano di un rosa delicato che diventava sempre più intenso ed infine avevano delle belle guance rubiconde.
Sapete perché diventarono così rosse? E' molto semplice: erano felici di poter essere di nuovo i frutti di Dio che di lì a poco sarebbe venuto sulla terra. Maria raccolse i frutti nel suo canestro e, vedendo come erano sodi e venuti bene, disse a Giuseppe: "Li conserviamo per il bambino".
 E quando partirono alla volta di Betlemme, Maria e Giuseppe caricarono sul dorso dell'asinello un piccolo sacco di mele per il bambino. 
Non le toccarono, mai, nemmeno quando ebbero molta fame.
Ecco come il melo fu liberato dalla maledizione. 
Oggi, fa dono dei suoi frutti a tutti gli uomini. Ogni anno, tuttavia, ne resta qualcuno per il bambino Gesù: i più rossi. 
Essi mostrano, in particolare, quanto il melo si rallegra per il fatto che Dio è venuto al mondo. 

Si riserva a quelle mele un posto d'onore sull'albero di Natale.

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 IL  CARDO ARGENTATO 
(o Cardo della Madonna)


Quando Dio creò i fiori, domandò a ciascuno di loro: "Come ti vestiremo?" Hai particolari desideri?" 

Alcuni si volevano grandi e robusti. Altri desideravano esalare dolci profumi. Gli uni desideravano portare fiori rossi, altri blu, altri ancora bianchi. Dio esaudiva

tutti i loro voti. 

E' così che un giorno si rivolse ad un fiore: "A te, piccola creatura, dirmi i tuoi desideri più cari. Desideri crescere o restare piccolo? 

Vuoi portare fiori gialli, rossi blu?" "lo non ho che un solo desiderio", rispose la pianticella. 

"Amerei conservare i miei fiori fino alla nascita del bambino Gesù, se questo é possibile. In quanto al resto, sono pronto a tutto: a strisciare come a portare 

spine." Il Signore sorrise amichevolmente e creò ... il Cardo Argentato.

Questo cardo cresce per terra, le sue foglie sono piene di spine, ma i suoi fiori brillano come stelle d'argento.

Si colgono in Estate quando si schiudono. Poi, seccati, attendono Natale per rallegrare il bambino Gesù.

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LA FORESTA DI SPINE

 

 

Sulla via che conduceva a Betlemme, Maria e Giuseppe attraversarono una foresta. Gli alberi si ergevano secchi ed esili verso il cielo.

Ad altezza d'uomo, dentro i loro tronchi, abbondavano cespugli spinosi. Duri e nodosi, mescolavano i loro rami che, al posto delle foglie, por­tavano lunghe spine appuntite. Queste ostacolavano il passaggio dei viandanti e strappavano le loro vesti.
Povero asino! Non poteva farsi più sottile e non aveva alcuna possibilità di evitare le spine che incidevano la sua povera pelle.
Infine, si bloccò, rifiutando di fare un altro passo. Maria e Giuseppe lo supplicarono, poi s'irritarono. Invano.

L'asino, cocciuto, restò fermo sul posto. Lanciava degli "Hi-hoo" pietosi quando Giuseppe lo spingeva con il suo bastone per farlo avanzare. 
Allora Giuseppe se la prese con i cespugli spinosi. Dopo tutto, erano loro che rendevano tanto penosa la loro marcia! 
Ma Maria gli posò dolcemente la mano sul braccio e disse: "Caro Giuseppe, non t'inquietare con questi poveri cespugli.
 Non possono portare che delle spine su questa terra arida. Se soltanto avessero di che dissetarsi, sono certa che ci accoglierebbero, 
noi ed il nostro bambino, con delle rose meravigliose". Poi alzò gli occhi al cielo e pregò: "Buon Dio, scorra la tua bontà come rugiada su questi
poveri cespugli affinché possano trasformarsi come desiderano". Maria aveva appena terminato la sua preghiera che un dolce effluvio cadde dal cielo. 
A misura che placavano la loro sete,
i cespugli perdevano le loro spine che facevano posto a delle rose superbe i cui colori risplendevano tutto intorno
 e i cui profumi riempivano l'aria, per la gioia di tutti.
Maria e Giuseppe resero grazie a Dio per questo miracolo. 
L'asinello, tutto gioioso, annusò l'aria profumata e, pieno di coraggio, riprese a trotterellare in direzione di Betlemme.

 

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DELLE SEMPLICI PICCOLE CIPOLLE

Un mercante ritornava da un viaggio. Aveva visitato dei paesi lontani e rientrava carico di doni. Riportava oggetti e stoffe rare, spezie e­sotiche e gioielli. Ciascuno dei membri della sua famiglia ricevette qualche cosa di straordinario. Ma a sua moglie il mercante offri un piccolo semplice sacco di tela.

"Abbine buona cura!" le disse. "Sembra che questo sacco possieda il dono della profezia. Ci annuncerà la venuta del Re dei Re".

La donna fu molto sorpresa. Talvolta ella portava il tessuto grossolano all'orecchio, ma non intendeva il minimo suono! Di tanto in tanto, prendeva il sacco 
e lo esaminava sotto tutte le sue cuciture. Ma non vi trovava niente di particolare.

Un giorno, il mercante si assentò per un nuovo viaggio. Sua moglie prese il piccolo sacco e si recò furtivamente nella foresta.

Quando si sentì al riparo da ogni sguardo, aprì il sacco.

Sapete cosa vi trovò? Delle cipolle! Delle semplici piccole cipolle. "E' tutto qui il tuo segreto?" esclamò delusa.

Rovesciò le cipolle sul sentiero e ritornò a casa.

Le cipolle rimasero dimenticate sul sentiero nel mezzo della foresta.

Abbandonate al vento e alle intemperie, furono ben presto ricoperte di polvere e terra. 
Orbene, la via che conduceva Maria e Giuseppe alla volta di Betlemme attraversava proprio questa foresta. 

E
quel che il mercante aveva predetto si verificò. Le cipolle sbocciarono sotto i passi di Maria e ne uscirono dei piccoli fiori bianchi e argentei che illuminarono la terra come se fosse stata disseminata di stelle.

Ancora oggi questi fiorellini annunciano la venuta del Re dei Re. Fioriscono a Natale e si chiamano "Rose di Natale".

 

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GLI ABETI

Quando Dio creo gli alberi li fornì di radici e di rami. Le radici penetravano nella terra, i rami potevano elevarsi verso il cielo, perché è da lì che gli alberi erano venuti e non dovevano mai dimenticare la loro vera patria. Da allora, gli alberi tendono i loro rami verso l'alto a mò di perpetua preghiera silenziosa, in ricordo del loro Signore e Creatore. L'abete, pure, un tempo, faceva così ed, ergendo i suoi lunghi e larghi rami, dominava anche gli altri alberi. Oggi è diverso: sapete perché?

Ecco: una sera, Maria, la dolce madre di Dio, e Giuseppe suo marito, si trovavano in una grande foresta di abeti. Erano lontani da qualsiasi abitazione umana e non avevano trovato alloggio per quella notte. Si stesero ai piedi di un albero per tentare di dormire. Faceva freddo, il vento soffiava e si mise a nevicare, prima dolcemente, poi sempre più fitto. Anche a stringersi contro il tronco degli alberi slanciati, non si era affatto protetti.

Allora Maria, nel suo sconforto, si mise ad accarezzare il tronco dell'albero che la riparava e disse: "Perdonami d'interrompere la preghiera che tu rivolgi a nostro Padre. Ma guarda: Dio stesso si é inchinato verso la terra. Io porto suo figlio sotto il mio cuore. Ha bisogno del tuo aiuto". 
Alle parole di Maria, un brivido percorse l'albero. Lentamente, molto lentamente, volse i suoi rami verso terra, tanto bene che formarono un ampio tetto.

L'abete aveva perso i suoi aghi in Autunno. Ma, ecco che rispuntavano! Così i rami dell'abete servirono da riparo per la notte a Maria e Giuseppe. E da quel giorno, l'abete non si spoglia mai dei suoi aghi. 
A Natale, ha diritto agli onori. Non ha esso interrotto la sua preghiera per venire in aiuto alla Santa Famiglia?

Si ornano di candele i suoi rami compassionevoli e, fra tutti gli alberi, è lui che viene scelto per irraggiare di luce, davanti agli uomini e davanti a Dio.

 

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IL PRUGNOLO

L'Autunno volgeva al termine. I raccolti erano stati messi al sicuro. L'Inverno arrivava con passi sicuri.

Gli alberi e i cespugli erano spo
gli delle loro foglie e frutti. Stavano là, tutti nudi, sognando la Primavera, la luce del Sole, la gloria dei fiori

ed il mormorio delle api.
Anche il Prugnolo aveva perduto le foglie, ma i suoi rami erano ancora carichi di frutti. Nessuno li aveva voluti. 

In Autunno, le donne erano venute a raccogliere le more. Il Prugnolo non le interessava. L'avevano visto con la coda dell'occhio e avevano 

proseguito il loro cammino.
"Guardate che bel tipo, questo qua", avevano detto. "Con tutte queste spine difende i suoi frutti che nessuno vuole. 

Se li tenga per sè! Sono troppo aspri".
E così, al primo gelo, le bacche blu scuro pendevano ancora sul cespuglio. 

Il Prugnolo avrebbe tanto desiderato portare delle bacche dolci! Bacche per la raccolta, come i Lamponi o le More. 


Avrebbe rinunciato ai suoi bei fiori bianchi ... se soltanto fosse stato possibile esaudire il suo voto! 

Ma il suo desiderio non era realizzabile e fu meglio
così.

Un giorno, Maria e Giuseppe, che camminavano verso Betlemme, giunsero
nella foresta. Erano stanchi e molto affamati.

Per caso, il loro sguardo si posò sui frutti della macchia spinosa.

 Maria esclamò gioiosamente: "delle bacche! Vieni a vedere, Giuseppe, quel che ci ha riservato questo cespuglio".

Senza curarsi delle spine
, Maria si mise a cogliere le Prugnole. Giuseppe le disse: "Non toccare questo arbusto, i suoi frutti non sono commestibili.

 Lo vedi bene, nessuno li ha voluti." Ma Maria non si lasciò scoraggiare. "Come potrebbero essere buoni se li si abbandona al freddo?

Diventeremmo anche noi amari, se fossimo lasciati al gelo! Vediamo se un po' di calore non li addolcisce." 

Quella sera, Maria e Giuseppe trovarono alloggio presso alcuni contadini. I loro ospiti osservarono sorpresi i frutti che portava Maria.

 "Li avete colti dal Pruno Nero? s'informarono. "Vi ha lasciato fare, senza difendersi, senza graffiare, senza scorticarvi?"

"Ci ha donato quello di cui avevamo bisogno", sussurrò Maria. Ed aggiunse: "Sapete, le spine non sono così terribili come sembrano". 

Poi chiese dell'acqua bollente nella quale mise i frutti a bagno per tutta la notte.

L'indomani mattina, servì a Giuseppe e ai contadini una bevanda di un rosso luminoso.

Tutti si deliziarono e tesero le loro tazze per berne ancora.
"Che bevanda deliziosa!" disse Giuseppe. sveglia! Che cosa ci hai ammannito, Maria?"

Maria, sorridendo con gioia, rispose: "Sono i frutti del Pruno Nero; non ho aggiunto nulla. Le Prugnole hanno conservato per noi tutto que sto sapore. 

Adesso possiamo, a nostra volta, sfidare i rigori dell'Inverno".

Da quel giorno, gli uomini considerano il pruno nero con occhio più amichevole e raccolgono i suoi frutti che maturano con il primo gelo. 

In quanto al cespuglio, è felice d'essere un Prugnolo e non un Lampone. 

Perché è soltanto così che poteva offrire i suoi frutti alla dolce madre di Dio, mentre era in viaggio per Betlemme.

 

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IL MISTERO DELLE ROSE 

 

Quanto era stata grande la gioia di Maria nel veder fiorire le Rose sui cespugli spinosi della foresta! Ne aveva colto un 'Bouquet', che portava sotto braccio al riparo del mantello. 
E le Rose restavano fresche e conservavano il loro delizioso profumo per Maria. Ora Maria e Giuseppe si trovavano nei pressi di Gerusalemme.

 Cammin facendo, incontrarono tre Soldati Romani dal passo sicuro di sè, come dei signori.Gridarono "Fate strada all'esercito romano!"

 ed uno dei due colpì i fianchi dell'asinello. Il povero animale, spaventato, scartò di lato. 

Anche Maria e Giuseppe, si erano fatti da parte, per quanto la strada fosse abbastanza larga.

Un soldato si rivolse a Maria con tono beffardo:"Ehi! bella, cosa nascondi? Fai vedere un po''. E tuffò la mano sotto il mantello di Maria,

 ma la ritirò subito imprecando. Si era graffiato le dita con le spine. "Cosa nascondi, dunque?" sibilò, schiumante di rabbia.

Maria apri il suo mantello: apparve un mazzo di spine!

Molto sorpreso, il soldato non credeva ai suoi occhi. I suoi compagni lo raggiunsero. 

Uno di loro disse: "Varus, lascia in pace questa donna. Chissà quale  pena deve portare per adornarsi di spine in questo modo". Poi, si erano allontanati.

Il soldato non disse più parola e seguì i compagni, tutto vergognoso per essersela presa con della povera gente. 

Maria guardava con tristezza il suo mazzo di spine.Pensava al giorno in cui erano fiorite. Dio non aveva mandato una pioggia benefica per farle sbocciare?

Cosa erano diventati adesso questi fiori?

Maria era addolorata, Giuseppe sentiva il suo dispiacere. Le posò dolcemente la mano sulla spalla e le disse, per consolarla: "Non essere infelice, 

Maria, hanno fiorito tanto a lungo per te. Adesso che non restano che le spine,buttale". Ma Maria.scosse la testa e rispose: "Dal momento che conosco il segreto delle Rose come potrei separarmene?" E con precauzione ricoprì con il mantello il mazzo di spine che apparentemente non aveva più bisogno 

di essere protetto. Le parole del soldato risuonavano ancora nel suo cuore: "Chissà quale dolore dove portare questa donna per adornarsi di spine". 

la gente poteva pensare ciò che voleva. Queste spine, Maria le aveva viste fiorire; perchè disprezzarle adesso? 

Un dolce profumo di Rose giunse allora alle narici di Maria. Gettò uno sguardo circospetto sotto il mantello: che splendore! 


I rametti erano di nuovo coperti di fiori. 


Nella stalla di Betlemme, quando il Bambino Gesù venne al Mondo, la Rosa Canina fioriva ancora.

 

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LA FRETTA  DELL'ASINELLO


Conoscete gli Asini? Sono capricciosi. Robusti e resistenti, si possono caricare con pesanti fardelli. Ma talvolta, s'intestardiscono.

Sono allora sordi a tutto: alle suppliche come alle ingiurie. Tenti, malgrado tutto, di farli avanzare: irrigidiscono le zampe e non si muovono d'un passo.

Provi a tirarli, provi a spingerli: niente da fare!

Allora disperi ed ecco li improvvisamente di nuovo adorabili, fedeli e devoti. Tutta la testardaggine é scomparsa, come per incanto.

L'asinello di Maria e Giuseppe era simile agli altri Asini: testardo, capriccioso e adorabile.

Il viaggio per Betlemme avrebbe potuto essere lungo e difficile con un simile animale, se non fosse diventato, im­provvisamente, una bestia estremamente dolce 

e docile. Ed ecco come questo avvenne. Giuseppe aveva caricato l'asinello. Aveva portato con sè gli effetti di cui avrebbero avuto bisogno durante il viaggio.

L'asinello era rimasto bravo e tranquillo. degli asini di Nazareth.

Pareva essere il più dolce, il più gentile Giuseppe prese le briglie in mano: era tempo di andare.

A questo punto, l'Asinello s'inarcò sulle zampe e rifiutò di fare un passo.

Giuseppe lo accarezzò, poi lo ingiuriò: invano. L'asinello non faceva il minimo movimento. Maria tentò a sua volta.

"Vieni", gli diceva, "Andiamo, vieni,è ora, il cammino è lungo." Ma aveva un bel darsi da fare; l'Asinello restava impassibile.

Allora, quando la situazione sembrava disperata, intervenne l'Angelo Gabriele.

Senza farsi notare, si avvicinò all'Asinello e gli disse: "Il viaggio fino a Betlemme sarà faticoso. Il tragitto sarà lungo per le tue piccole zampe.

Il meglio che resti a casa. Hai avuto ragione d'impuntarti.

Vado a chiamare degli Angeli che avranno piacere di caricarsi del tuo fardello."

Poi aggiunge: "Che peccato, però, che non sarai vicino al Bambino quando nascerà!

Tu non sentirai cantare gli Angeli ! Non assaggerai il fieno della mangiatoia, il buon fieno che servirà da lettino per il piccolo Gesù!"

Il canto degli Angeli? Il buon fieno? Bisognava essere stupidi per restare!

Testardo, per quanto sia, un Asino è un Asino. Ma stupido, no! le promesse erano allettanti!

L'Asinello raddrizzò le orecchie: forse che gli Angeli cantavano di già? Tese le sue narici al vento: si, gli sembrava di sentire l'odore del fieno.

 Allora parti al trotto, in testa al gruppo. Tutta la sua cocciutaggine era dimenticata. Ora aveva fretta di arrivare a Betlemme.

La sera, avrebbe preferito non fare mai soste. Al mattino, persino pri'ma che si levasse il Sole, era sempre lui il primo a risvegliarsi.

Diceva: "Hi-ho! Hi-Ho! Il E ciò significava: "Alzatevi,é ora. Partiamo per Betlemme, andiamo ad ascoltare gli Angeli e a gustare del buon fieno."

Eh si! gli Asini sono capaci di tante cose, quando gli parlano gli Angeli.

 

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LA RAGNATELA  

Una sera, Maria e Giuseppe avevano trovato rifugio in una caverna per passare la notte. Quando vi entrarono, un grosso Ragno passò davanti a loro. 

Giuseppe volle cacciarlo via con il suo bastone. 

Maria gli disse tranquillamente: "Lascia questa bestiola in pace, Giuseppe. Quel che Dio crea non potrebbe intimorirmi.

 D'altra parte, la caverna é abbastanza grande per tutti noi." Poco dopo, si misero a dormire.

Quella notte, il vento soffiò con violenza. Spolverava le stelle: il cielo doveva essere rilucente per la nascita del Bambino Gesù. 

A Natale, gli astri dovevano scintillare come Oro puro.

E così il vento soffiava con tutte le sue forze. Nella caverna, Maria era intirizzita dal freddo e non poteva addormentarsi. 

Si era avvoltolata alla meglio nel suo mantello trapuntato di Stelle, ma il vento s’infiltrava dappertutto. Giuseppe, steso al suo fianco, dormiva tanto

 profondamente che non si accorse di nulla. Ma qualcuno si accorse di quel che stava accadendo: il Ragno.

Esso portava Maria nel suo piccolo cuore, perché lei aveva pronunciato delle parole tanto benevole nei suoi confronti. Si mise all'opera e tessé una tela 

meravigliosa all'entrata della caverna.

Voi penserete, senza dubbio, che una Ragnatela non trattiene il vento. Ebbene, questa faceva l'effetto di una grossa tenda. 

Era così fine e così solida che il vento non si riversò più all'interno della caverna. Maria ben presto si addormentò.

 Al suo risveglio, si accorse della Ragnatela. "E' grazie a te che ho potuto dormire", disse al Ragno. "Sei buono, ti ringrazio".

Il Ragno, nascosto in una fenditura della roccia, era al colmo della gioia.

 

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LA PICCOLA CODA BIANCA DELLA LEPRE

Durante tutta l'Estate, la Lepre aveva folleggiato nei prati. Aveva fatto ruzzoloni e capriole a suo piacimento.

Venne l'Inverno; la Neve aveva ricoperto i prati e la luce del Sole aveva cominciato a declinare. La Lepre si era ritirata nella sua tana. 

Era un rifugio gradevole, imbottito di erbe e foglie secche. La Lepre si era coricata; il muso fra le zampe, e sonnecchiava, attendendo il ritorno della Primavera.

 Di tanto in tanto, la fame la obbligava ad abbandonare il suo soffice rifugio e, non appena. il suo ventre era sazio, si affrettava a ritornarvi.

Un giorno, la Lepre sognò che un Angelo entrava nella sua tana e le tirava leggermente l'orecchio per svegliarla. L'Angelo le parlò. 

La Lepre si rialzò e si guardò intorno. Non vide più l'Angelo. Ma si ricordava chiaramente delle parole che aveva udito in sogno: "Della brava gente si é smarrita 

nella Neve. Va, corri in loro soccorso. Il tuo odorato fine ti guiderà senza dubbio". In effetti, la Lepre vide tre figure non lontano da lei: un uomo, una donna ed 

un Asinello. L'uomo scrutava l'immensa distesa bianca. Cercava invano il cammino. La Lepre fiutò subito un odore di fumo. Doveva provenire da qualche casa 

nascosta in un avvallamento. In quattro salti, si portò accanto a Maria e Giuseppe. Si rizzò sulle zampette posteriori, facendo do la vezzosa. Poi partì in direzione 

del villaggio. Dopo alcuni salti, ritornò indietro. L'uomo e la donna non si erano spostati di un millimetro! Osservavano la Lepre con stupore. La Lepre si 

riavvicinò. Per la seconda volta, fece le moine, poi delle capriole che tracciarono una sorta di sentiero nella Neve.

Maria e Giuseppe compresero allora quello che intendeva e la seguirono. La lepre saltellava in testa al gruppo e, ben presto, furono in vista del villaggio. Allora 

la Lepre si fermò· ed agitò gioiosamente le sue lunghe orecchie. E fu felice quando Giuseppe le disse un grosso grazie. Ma lo fu ancor di più quando Maria si 

chinò su di lei e l'accarezzò con dolcezza, poi asciugò con cura la neve sulla sua pelliccia. Ne restò soltanto un poco sulla punta della coda. La Lepre, riguadagnò 

la sua tana, con il cuore in festa. Soltanto la sua piccola coda era ancora bianca di Neve. Quando venne la Primavera e la Neve si sciolse, la coda della Lepre 

era sempre bianca!

Lo é ancora oggi. E’ in ricordo di questo giorno d'Inverno in cui la Lepre ha guidato Maria e Giuseppe in mezzo alla Neve.

 

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LE PROVVISTE DELLO SCOIATTOLO

Lo Scoiattolo, durante l’Autunno, si era procurato un'abbondante scorta di Noci. Le aveva sotterrate qua e là e le aveva ricoperte con cura di rami, terra e foglie. Era importante che le sue scorte fossero in luogo sicuro, protette e ben nascoste. Ma ecco: lo Scoiattolo non era in grado egli stesso di ritrovare i suoi nascondigli Quale seccatura! Durante l'Estate, la natura gli aveva offerto una tavola riccamente imbandita; adesso, era nuda, spogliata dall'Inverno. 

Lo Scoiattolo non trovava altro che degli avanzi miseri. E malgrado le sue. ricche provviste, soffriva la fame. Era molto preoccupato. 
Aveva soltanto una cosa da fare, una cosa che non amava per niente: doveva avventurarsi verso le dimore degli uomini, in cerca di cibo.

Fu così che un giorno lo Scoiattolo fu testimone di una triste scena. Della povera gente aveva bussato alla porta di un'abitazione per chiedere l'elemosina. La padrona di casa venne ad aprire, li ingiuriò con male parole e li cacciò con grandi urli. Lo Scoiattolo scorse i loro visi tristi e ne fu infelice. 

Con tutto il suo cuoricino, desiderò di aiutarli. Se soltanto avesse potuto ritrovare le sue provviste! Riparti saltellando alla volta della foresta e si mise a cercare ancora una volta. Non che gli fosse ritornata la memoria. Ma là, ove erano nascoste le Noci, gli sembrava di vedere delle piccole luci.

Lo Scoiattolo vi andò a raspare e a scavare e ritrovò la sua scorta. Riempì le sue guance di noci e corse appresso ai viandanti. Per quanto un po' timoroso, la sua timidezza si sciolse sotto i dolci sguardi di Maria e di Giuseppe. Lesto, saltò vicino a loro e depose sul sentiero due noci per ciascuno. 

Voi direte certamente: due noci, è ben poco per uno stomaco vuoto! Ma tutto ciò che è donato con Amore è sempre più di quanto non sembri. 

Maria e Giuseppe ringraziarono il piccolo Scoiattolo. Mangiarono le Noci e la loro fame fu saziata.

Dopo questo giorno, lo Scoiattolo ebbe la vita più facile.

Quando si metteva a cercare le sue provviste nascoste, il terreno s’illuminava dolcemente qua e là e non dovette mai più scavare invano.

 

 

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IL CANE DEL PASTORE

Maria e Giuseppe camminavano verso Betlemme e cercavano una locanda ove passare la notte. Anche quella sera, non trovarono nulla e pensarono di dormire ancora una volta sotto le Stelle. Giuseppe scorse, allora, nell'ombra del crepuscolo, una casetta non illuminata. Maria e Giuseppe vi si avvicinarono pieni di speranza: era un ovile.

Ma avevano fatto i conti senza Finaud. Finaud era il cane del pastore . Durante il giorno, custodiva il gregge di pecore nei prati.

Di notte, cacciava i razziatori ed i ladri cha si avvicinavano alla stalla. Non appena fiutò Maria e Giuseppe, Finaud si levò d'un balzo e scosse violentemente la catena a cui era attaccato. Saltava in direzione degli intrusi e abbaiava con voce minacciosa. I suoi "ouah-ouah" significavano: "State attenti, qui sono io il padrone. State alla larga!" Di fronte a questi latrati furiosi, Giuseppe alzò le spalle e fece dietro front, dicendo a Maria: "Non c'è speranza! 
Questo guardiano è senza dubbio più intrattabile di un uomo dal cuore duro."

Anche Maria si era bloccata. Finaud era contento di sè, teneva a distanza i forestieri. Allora Maria insistette e disse: "Giuseppe, proviamo comunque; le notti sono fredde adesso. Senza un tetto non riusciremo ad addormentarci." Detto fatto, si diresse verso la stalla con passo tranquillo. Finaud fu preso da rabbia furiosa. Latrava e tirava furiosamente la catena in direzione di Maria, quando, all'improvviso, avvenne una cosa inattesa. Prima che Giuseppe avesse il tempo di intervenire, Maria era giunta a portata del cane. E cosa stava facendo Finaud? Osservava Maria che avanzava verso di lui e scodinzolava gioiosamente la coda. Quando Maria gli fu del tutto vicina, Finaud fece qualche piccolo salto verso di lei, come un capretto; poi si stese pancia all'aria. Maria si abbassò verso di lui e gli accarezzò il ventre. Quando Giuseppe si avvicinò, Finaud brontolò un'ultima volta, ma la dolce mano della Madre di Dio lo calmò subito.

Maria disse a Giuseppe: "Guarda come ha strattonato la catena, questo birbante! Il suo collo è tutto straziato." Maria sfiorò le piaghe con le sua dita. 
Il cane non trasalì nemmeno a questo contatto.

Finaud sarebbe rimasto tutta la notte ai piedi di Maria, se avesse potuto. Ma il suo posto non era nella stalla, lo sapeva bene. Si stese, fuori, tutto contro la porta. Il suo cuore batteva di gioia; che grande responsabilità aveva! Non andava a proteggere, questa notte, la madre di Dio? Il mattino presto, il pastore venne a prendersi cura delle pecore. Da lontano, fu testimone di una scena sorprendente. La porta della stalla si aprì, ne uscirono un uomo ed una donna, seguiti da un Asinello. Finaud, il famoso cane da guardia, saltava loro incontro, scodinzolando e leccando le mani della donna. All'interno della stalla, le pecore belavano, cosa che facevano soltanto all'avvicinarsi di persone che conoscevano bene e che amavano.

Il pastore osservo la scena come in un sogno. Si riprese soltanto quando Maria e Giuseppe furono scomparsi.

Il pastore si rivolse al suo cane: "Allora, Finaud, chi erano i tuoi ospiti?" Se soltanto avesse saputo comprendere il linguaggio dei cani!
 Finaud gli avrebbe certamente rivelato chi aveva passato la notte nella stalla. Quando il pastore si chinò verso il cane, vide che le ferite del suo collo erano state guarite durante la notte.E rimase ancora più stupito.

 

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IL VELLO DELL'AGNELLO

Fiocco-Bianco era l'Agnello più grazioso del gregge. La sua lana era effettivamente la più bianca e la più luminosa. Ma era tutto quello che lo distingueva dalle altre pecore con le quali andava di buon grado a pascolare tutte le mattine. E la sera, rientrava docilmente all'ovile. Venne il tempo della tosatura. Fiocco-Bianco fu tutt'a un tratto irriconoscibile. Mentre le altre pecore si lasciavano tosare, Fiocco-Bianco fuggiva già al solo tendere la mano verso il suo vello.   
Si aveva un bel fare, non voleva donare la sua lana.

Alla fine, il pastore ne ebbe abbastanza di corrergli appresso: "Dal momento che Fiocco-Bianco non si lascia prendere, che conservi pure il suo mantello invernale! Si vedrà come riuscirà a sopportare la calura estiva ... " Le pecore tosate pascolavano nei prati. Fu venduta la loro lana sul mercato. 
Ne erano state fatte delle grosse balle. Fiocco-Bianco andava in giro con tutta la sua calda pelliccia. L'estate arrivò ed il calore era spesso soffocante. 
L'agnello cercava sempre il fresco del fogliame ed il pastore si rendeva perfettamente conto che Fiocco-Bianco soffriva. L'avrebbe volentieri liberato dalla sua grossa lana. Ma appena Fiocco-Bianco si accorgeva delle forbici fuggiva lontano.Perché voleva, dunque, conservare la sua bella lana bianca?

Venne l'Inverno, e con esso, questa notte in cui Maria e Giuseppe si e rana rifugiati nell'Ovile per passarvi la notte. 
L'indomani, Fiocco-Bianco andò verso il pastore e non lo lasciò, cercando di fargli capire che desiderava essere tosato in quel momento. 
"Non é il momento" - disse il pastore - mantieni il tuo spesso vello per proteggerti dal freddo." Tuttavia, Fiocco-Bianco non smetteva di chiedere. 
Invano: il pastore faceva il sordo! Il piccolo montone diventò, allora, tutto triste. Rifiutava il cibo e nessuno poteva indurlo a mangiare. 
Il pastore sospirò: "Bisogna dunque fare la tua volontà." Prese le forbici e si mise a tosarlo. 
Fiocco-Bianco rimase perfettamente tranquillo, docile come il più dolce degli agnelli. Quando ebbe tagliato l'ultimo ricciolo di lana, il pastore andò 
a cercare un abito vecchio. Ne rivestì l'agnello perché non soffrisse troppo il freddo. Poi fece una balla con la bella lana e la conservò preziosamente.
 Voleva venderla al prossimo mercato. 

Ma da qui, trascorsero diversi mesi. Giunse il giorno del mercato; dov'era dunque finito il magnifico vello? 
Il pastore l'aveva donato da
un bel pezzo! Il giorno di Natale, si era recato a Betlemme, nella stalla, e aveva portato la lana al Bambino Gesù. 
Aveva compreso a chi Fiocco-Bianco aveva riservato il suo bel vello candido.

 

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I TOPI DI NATALE

C'era a Betlemme una stalla molto vecchia ed in rovina. E' lì che alloggiava il bue Remo. Del fieno e della paglia erano sparpagliati per terra. 
In un angolo c'era una mangiatoia: la mangiatoia di Remo. E' in questa stalla che doveva nascere il bambino Gesù. 
Prima del grande giorno, l'Angelo Gabriele venne a vedere in che stato era il luogo.Quale disordine!
 Fu scioccato ed esclamò indignato: "Il figlio di Dio non può venire al mondo in questo tugurio! Remo, muoviti: bisogna che l'ambiente sia pulito e in ordine". 
Il bue contemplava l'Angelo con i suoi grandi occhi tondi e continuava a mangiare tranquillamente.

La stalla era sempre stata com’era; perché, adesso, bisognava cambiare tutto? L'Angelo Gabriele si sarebbe, volentieri, messo all'opera egli stesso. 
Ma le mani degli angeli sono intessute di luce e non possono prendere nulla. A chi domandare aiuto? Ci fu improvvisamente, un leggero sibilo. 
L'Angelo si guardò intorno: in un angolo della stalla, scorse un topolino che usciva dalla sua tana. 
Aveva visto l'Angelo e chiamava i suoi piccoli: "Presto, venite a vedere l'apparizione celeste!"
 Gabriele si rivolse allora ai topolini e chiese loro: "Volete aiutarmi? Guardate che disordine in questa stalla! 
Bisogna che a Natale tutto sia in ordine per la nascita del bambino Gesù."
 I topi non si fecero pregare. Uscirono lesti dalla loro tana. Ognuno afferrò un filo di paglia che portò via per tornare presto a riprenderne un altro. 
E in brevissimo tempo la vecchia stalla fu ripulita. Il bue dovette ben riconoscere che non si era mai sentito così tanto a suo agio.
 L'Angelo Gabriele lodò i topi e disse loro: "Poiché avete lavorato tanto bene, d’ora in avanti vi si chiamerà:i
topi di Natale. 
Quando il bambino Gesù verrà al mondo, voi sarete tra i primi a poterlo contemplare.".
In quanto ai topolini, felici, attesero il Natale con impazienza.

 

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UNA MANCIATA DI PAGLIA

 

Una sera, Maria e Giuseppe bussarono alla porta di una fattoria. Cercavano asilo
per la notte. Il contadino che gli aprì era un uomo burbero. Aveva il cuore duro e non faceva volentieri dei servizi. 
Al primo colpo d'occhio aveva compreso di avere a che tare con della povera gente. "Non hanno certamente di che pagare", si era detto.
Indicò allora un angolo del cortile e grugnì, con tono poco accogliente "L'unica possibilità é di sdraiarvi laggiù per terra sotto la sporgenza del tetto". 
Maria domandò gentilmente: "Non avreste una manciata di paglia per coprire il terreno gelato?" Il contadino la guardò ed i suoi occhi scintillavano di collera:
"Sta bene - disse infine - ne avrete una manciata, ma non un solo filo di più". Si recò lui stesso al fienile. 
Dal suo grosso mucchio di paglia ne estrasse qualche stelo che tese a Giuseppe e rientrò in casa sbattendo la porta. 
Giuseppe guardava le spighe; era triste. Erano così poche che non sapeva cosa farne.
 Maria gliele tolse di mano con dolcezza; le sparpagliò sul terreno e lo strato fu sufficiente a Maria e Giuseppe per potervicisi sdraiare sopra!
Ne restò persino per la lettiera dell'asinello.E tutti e tre si addormentarono subito. 
L'indomani, Maria e Giuseppe passarono dal loro ospite poco cortese per ringraziarlo, poi proseguirono il loro cammino. 
Il contadino li aveva congedati brontolando.
 Quando, più tardi,
uscì nella corte, il suo sguardo cadde sui fili di paglia rimasti per terra: uno qui, uno là, una manciata in tutto e per tutto. 
Come, i forestieri non avevano rimesso a posto la paglia? Il contadino stava per arrabbiarsi, quando si accorse che la paglia riluceva stranamente.
 Andò a vedere più da vicino:ogni stelo era d'oro puro! 
Li alzò,li soppesò, poi si batté la fronte: "Che sciocco! - esclamò -
 Se tu avessi proposto a quelle persone di dormire nel fienile a quest'ora tutta la paglia sarebbe diventata
d’oro.
" M
a quel che era fatto, era fatto. Il contadino dal cuore duro pensò allora di vendere questi steli d'oro; li avvolse in un tela ed andò in città.
 "Sono pochi, si diceva, ma alzerò il prezzo". Dopo aver cercato e discusso con parecchie persone, trovò un orafo che gli propose una buona somma. 
Il contadino si sfregò le mani: che profitto andava ad avere per il magro servizio che aveva reso!
 M
a quando tolse il tela sotto gli occhi dell'orafo, cosa vi trovò? Una manciata di paglia!
 Fece una faccia strana e l’orafo rise di buon cuore prendendolo in giro.
 E così il contadino riportò a casa soltanto una canzonatura e la conservò molto più a lungo
 del dono della Santa Famiglia che lui aveva voluto vendere.

 

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LA M1NESTRA DELLA MENDICANTE

Nessuno, nel villaggio, era più povero di Rebecca. Possedeva soltanto i vestiti che aveva indosso. Ed erano poca cosa.
 La gonna e la camicetta erano lacere; le calze e le scarpe bucate. Tutti gli abitanti del villaggio conoscevano Rebecca e lei conosceva ognuno di loro. 
Quando aveva fame, sapeva a che porta bussare. Rebecca aveva l'abitudine di dormire all'aperto. 
Ma sapeva pure trovare un rifugio quando giungevano i rigori invernali. 
Che vita miserabile! Tuttavia, Rebecca conduceva questa vita da numerosi anni e" non provava né invidia, né bisogno di cambiare alcunché. 
Ad un contadino che, un giorno, si era impietosito per la sua sorte, aveva risposto: "Anche il vostro destino ha un aspetto difficile che io,
 in ogni caso, non conosco!" E siccome il contadino la guardò, molto sorpreso, spiegò: "Ogni giorno ho chiesto l'elemosina a voi tutti.
 A me non è mai stato chiesto niente da nessuno". Poi si mise sotto il braccio la pagnotta di pane che le aveva donato e se ne andò con un sorriso malizioso. Poco tempo dopo questo aneddoto, giunse l'inverno. Una grande carestia regnava sul paese. 
La gente aveva a malapena di che nutrirsi. Quando arrivava Rebecca, la sua presenza aveva l'effetto di una doccia fredda. 
Le si cedeva malvolentieri qualche avanzo di cibo. Le toccava bussare a diverse porte per poter saziare la sua fame.
 Un giorno, ricevette un po’di minestra calda che riempì per metà la sua scodella. Che fortuna insperata! 
Si era seduta ai bordi della strada per consumarla quando scorse dei viandanti che venivano verso di lei: un uomo, una donna ed un asinello.
Avrete indovinato: erano Maria e Giuseppe che andavano a Betlemme.
Come era cupo il volto dell'uomo! E quanto pallido e incavato il volto della giovane donna! 
Rebecca ebbe pietà. Interrogò Maria e Giuseppe: "Ehi! Brava gente, perché siete così tristi? Che cosa c’è che non va?" 
Giuseppe guardò Rebecca senza parlare. I suoi occhi fissi sulla scodella sembravano misurare la minestra. 
Maria rispose con dolcezza: "Siamo stremati. La marcia è faticosa quando non si è mangiato".
 "Perchè, allora, non acquistate del cibo?" s’informò la mendicante.
”Perché non abbiamo denaro", rispose Maria. 
"E perché non chiedete l’elemosina?", volle ancora sapere Rebecca.
 Maria ammise, confusa:"Abbiamo provato, ma nessuno ci ha dato niente." 
La mendicante approvò con il capo: "Eh, si! i tempi sono duri, la gente ne ha appena per se stessa. 
Vedete quanta poca zuppa ho ricevuto". E mostrò loro la scodella piena solo a metà. 
All'improvviso, Rebecca fu attraversata da un pensiero che ancora non era le mai venuto: "Dite dunque,- chiese dolcemente - avete un recipiente con voi?" 
Si, Maria e Giuseppe ne avevano portato uno. 
La mendicante disse con voce risoluta: "Allora, accomodatevi, dividiamo la mia minestra e la vostra pena." 
Giuseppe tese il suo recipiente. Rebecca vi versò quel tanto di cui pensava potesse farne a meno.
 Poi, nel suo· slancio di generosità, ne versò dell'altra ancora. 
Teneva la sua scodella in modo tale che né Maria né Giuseppe si accorgessero che era vuota. 
Osservando i forestieri mangiare la sua minestra, la mendicante provò una gioia che non aveva mai provato fino a quel momento.
 Per un istante, dimenticò la sua fame. In pochi minuti, Maria e Giuseppe trangugiarono la minestra e si rimisero subito in. cammino. 
Rebecca li segui a lungo con gli occhi. Non le avevano rivelato questo aspetto del destino umano che lei non conosceva? 
A lei, la mendicante Rebecca, era stata chiesta l'elemosina, per la prima volta nella sua vita!
Alla fine si chinò per prendere la sua scodella: era piena fino all'orlo! 
Colma di una buona minestra, calda come meglio non si poteva desiderare, 
una minestra che placò abbondantemente il suo appetito.

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I PASTORI ACCANTO AL FUOCO

Nei campi, non lontano da Betlemme, dei pastori erano seduti intorno a un fuoco, perché in Inverno le notti sono fredde. 
Il gregge riposava tranquillo formando un grande cerchio intorno a loro. Soltanto i cani erano in movimento e si spostavano senza posa da una parte all’altra, come dei bravi cani da guardia. Samuele, il più giovane dei pastori, sospirò: "Come sarebbe bello senza la minaccia dei lupi".
 Giacobbe scosse la testa, irritato:"A che serve sognare? replicò." Finché ci saranno pecore, ci saranno lupi che vogliono prenderle" 
Allora il vecchio Elia sollevò la testa canuta.
 Fissò i compagni con i suoi occhi chiari e disse con tono misterioso: "Chi lo sa, chi lo sa? 
E' scritto che verrà un giorno in cui lupi ed agnelli pascoleranno tranquillamente insieme."
 "Quando verrà questo giorno?", chiese subito Samuele.
 Il vecchio scosse la testa con circospezione: "La Scrittura dice che un giorno verrà il figlio di Dio fra gli uomini. 
Allora non ci sarà più odio sulla terra e la pace regnerà tra gli uomini e tra gli animali. Quanto alla data, nessuno la conosce." 
I pastori fissavano il fuoco pensosamente.
 Tutt'a un tratto udirono qualcuno cantare e questo canto era così dolce che commosse il loro cuore. 
Si voltarono in direzione della voce: sulla strada che portava alla città, scorsero un uomo anziano e una giovane donna. 
La donna era avvolta in un mantello blu col cappuccio. Li accompagnava un asinello. 
La donna cantava; cantava per il bambino che portava in grembo ed una pace serena conquistò l'anima di coloro che l'ascoltarono. 
I pastori seguirono con lo sguardo la donna finché non scomparve alla loro vista. 
Poi, ritornarono verso il fuoco e notarono che anche le pecore avevano le loro teste rivolte verso Betlemme. 
I cani avevano sospeso il loro andare e venire e si mantenevano tranquilli, con le orecchie tese. 
All'improvviso, Samuele indicò qualche cosa con il dito. Mormorò: "Guardate laggiù! Non è uno dei nostri cani: è un lupo." 
Gli altri pastori avevano seguito il suo gesto. Approvarono con la testa. 
Era proprio un lupo, laggiù, vicino alle pecore; preso anche lui, come loro, dalla magia del canto guardava in direzione di Betlemme.
 Il volto del vecchio Elia s'illuminò: "Non stavamo parlando di un miracolo che ci sembrava ancora lontano? 
Adesso il giorno è
 molto vicino. Il figlio di Dio sta per nascere.
 Non ci si può sbagliare, i segni sono chiari; il lupo pascola tranquillamente accanto agli agnelli." 
Samuele si voltò verso il vecchio: "Vuoi dire, vecchio mio, che la giovane che cantava così meravigliosamente 
é
la madre del Bambino Divino?" domandò. 
"Precisamente, è quel che penso", approvo Elia. "Questa giovane donna deve essere la madre di Dio". 
E in questo, il vecchio pastore aveva perfettamente ragione.

 

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IL VECCHIO GUARDIANO

Simeone, il vecchio guardiano, stava seduto alla finestra. Osservava la neve cadere e pensava ai tempi andati. 
Aveva ottantanni e ne aveva trascorsi più di sessanta a sorvegliare le porte di Betlemme. Le apriva al mattino con i primi raggi del Sole. 
La sera, le richiudeva con le ultime luci. Ne aveva vista di gente entrare e uscire dal la città! 
Con il tempo, aveva imparato a distinguere le intenzioni di ognuno: buone o cattive. Adesso le forze lo abbandonavano e provava dolore a sollevare la grossa chiave. In quanto ai due battenti della porta, erano così pesanti che il vecchio Simeone non poteva più aprirli. 
Un giovane guardiano aveva preso il suo posto. Simeone era rima sto responsabile solo di una piccola porta ad Est della città. 
In vita sua non l'aveva mai vista aperta. Tuttavia era chiamata la "Porta Alta". Quando aveva esordito nella sua carriera di guardiano, il suo predecessore gli aveva affidato la chiave e gli aveva raccomandato di stare attento a non farla arrugginire. Poi aveva aggiunto: "Un giorno, bisognerà aprire la Porta Alta. 
Quando verrà il momento, tu lo saprai certamente."
 Durante tutto il tempo del suo servizio, Simeone aveva avuto cura della chiave. Sarebbe mai venuto il momento di aprire la Porta Alta? 
Tutto preso da questi pensieri, il vecchio si alzò faticosamente dalla sedia. Andò verso l'armadio e tirò fuori la chiave. 
Poi tornò a sedersi presso la finestra. Mentre osservava cadere la neve silenziosa, Simeone strofinava la chiave con un lembo della sua veste di lana.
 Era una chiave di ferro, ma adesso riluceva come una chiave d'argento. 
Simeone ripensava alle parole del suo predecessore. "Un giorno, bisognerà aprire la Porta Alta.Quando il momento verrà, tu lo saprai." 
Ogni volta che ci pensava, il vecchio si domandava se, inavvertitamente, non gli fosse sfuggita la grande occasione e se non avesse dormito al momento opportuno. In quell'istante, gli sembrò che il cielo s’illuminasse a Est, come se le nuvole di neve si aprissero in questa direzione.
 La luce s’intensificò e assunse la forma di una porta alta tutta d'oro. E la porta si aprì, e un bambino piccolo venne avanti sulla soglia e guardò intorno a sè. 
Poi, con la sua manina, fece un segno amichevole in direzione del vecchio guardiano. 
Indi,il bambino prese a discendere verso la terra percorrendo una strada che non era visibile. 
Continuava sempre a guardare Simeone che osservava la scena, stupefatto. 
Tutt'a un tratto, il vecchio esclamò: "La Porta Alta! Il bambino si dirige verso la Porta Alta, mentre io me ne sto al caldo col naso per aria." 
Si sollevò sulle sue vecchie gambe, più in. fretta che poté. Avvolto nella sua veste di lana, partì sotto la neve verso le mura ad est della città. 
Per la strada non incontrò anima viva. Nulla di stano: per il tempo che faceva la gente restava a casa. 

Il vecchio non vedeva più in cielo la porta d'oro. Ma, verso Est, distingueva sempre un bagliore luminoso. 
Giunse infine alla Porta Alta. Introdusse·la chiave, di cui si era preso tanta cura, nella serratura. La chiave girò facilmente. 
La Porta Alta si aprì senza rumore. Il bambino stava sulla soglia. 
Tese la sua piccola mano fiduciosa a Simeone: "Grazie di aver udito là chiamata e di avermi aperto la porta, - gli disse - 
guarda, anch'io ho lasciato una porta aperta,é per te
".
  
Il vecchio guardiano levò gli occhi al cielo e vide la porta d'oro, che era aperta, spalancata: conduceva ad essa una strada luminosa.
 Simeone, tutto raggiante di gioia, si diresse immediatamente verso la porta dei Cieli. 
Il bambino lo seguì con lo sguardo finché non scomparve. 
Dopo qualche giorno, tutti si domandarono dove fosse andato il vecchio guardiano. 
Partirono alla sua ricerca. Nessuno lo trovò! 
Ora, dei forestieri erano giunti in città: un uomo, una giovane donna ed un asinello, che il guardiano era certo di non aver visto passare. 
Come erano entrati? Stupito, il giovane guardiano andò a controllare la Porta Alta: era spalancata e la chiave era rimasta nella serratura! 
"Il vecchio Simeone deve aver perso la testa! Ha aperto la porta e se ne e
andato" borbottò. 
Richiuse la porta e portò via la chiave.
 Non sospettò mai che colui che doveva entrare attraverso la Porta Alta fosse già in città.

 

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IL PICCOLO SUONATORE DI FLAUTO

 

Daniele rasentava le vie di Betlemme suonando il suo piccolo flauto. Che musica gioiosa! Coloro che l'ascoltavano avevano il cuore in festa.
Eppure nessuno invidiava il destino di Daniele.
Dalla sua nascita il suo cuore era debole, cosa che non gli permetteva di sfrenarsi con gli altri bambini. 
Zoppicava un po' dalla gamba sinistra e, inoltre, era cieco; questa era la cosa più spiacevole. 
Non aveva mai visto il Sole, il cielo e le meraviglie del mondo. Ciononostante, le melodie che suonava non avevano nulla di triste. 
Daniele era un bambino gioioso e la sua gioia era contagiosa.
Un mattino d’Inverno, una densa nebbia avvolgeva la città. Guardando fuori dalle finestre gli abitanti non scorgevano che un velo grigio.
I vicoli e tutti gli angoli conosciuti sembravano irreali. Era una cosa fastidiosa per tutti, salvo che per Daniele.
 La nebbia non poteva trattenerlo in casa.
Al contrario; quel giorno, Daniele, aveva più che mai voglia di uscire. 
In quel tempo
:non si festeggiava ancora il Natale, certo. Ma la gioia che provava il ragazzo era del tutto simile a quella che proviamo noi all'avvicinarsi della festa della Luce. Afferrò il suo flauto, poi si lasciò guidare dal suo udito affinato.
 Si diresse verso la porta della città, uscì, costeggiò il muro di cinta e andò a sedersi sulla sua pietra preferita. 
Seduto nella nebbia, suonava con il suo flauto: "Figlia di Sion, rallegrati!" Adesso, non era più il giovinetto cieco, era un'orchestra nunziale che suonava per il fidanzato regale e la sua giovane sposa.
Daniele suonava con tutto il suo cuore e non si accorse dei veli brumosi che aleggiavano intorno a lui e che impedivano alla gente di vedere.
 Suonava ma perché suonava? affinché Maria e Giuseppe trovassero la strada per la Porta Alta! 
Giacché bisognava bene che si compisse la profezia che diceva che sarebbero entrati da quella porta in città. 
Maria e Giuseppe si erano sperduti nella nebbia e erravano a casaccio in questo mondo velato. 
All'improvviso udirono il canto di un flauto: "Figlia di Sion, rallegrati". Maria e Giuseppe si arrestarono per ascoltare il canto meraviglioso.
 Poi si rimisero in cammino, in direzione del luogo da cui proveniva questa dolce musica. 
Ben presto Maria scorse sorgere dalla nebbia la figura del giovinetto accovacciato su una pietra, con il flauto alle labbra: "Chi è questo inviato di Dio - si domandava - che sembra essere là per guidarci?" Ascoltarono il piccolo musicista senza muoversi, senza interpellarlo.
Quando ebbe terminato il suo canto, Daniele si volse verso di loro: "Chi siete? - domandò - cosa fate qui?"
"Noi siamo povera gente; ci puoi indicare la strada per Betlemme?" rispose Giuseppe. 
"Voi, povera gente?" disse il ragazzo con aria stupita.
Per un momento, il suo sguardo sembrò esaminarli attentamente.
Infine, aggiunse: "Vi trovate sotto le mura di cinta. Seguendole arriverete davanti alla porta". 
Maria e Giuseppe adesso intravedevano l'ombra della muraglia.
Ringraziarono il piccolo suonatore di flauto e proseguirono il cammino. 
Ed è  così che arrivarono alla Porta Alta, che trovarono aperta, con la  chiave argentata nella serratura ... Entrarono in città.
Maria e Giuseppe sentivano allontanarsi il suono del flauto.
Daniele continuava a suonare. Bisognava che egli esprimesse la sua gioia perché aveva visto qualche cosa di meraviglioso.
Si era sentito inondato di luce e, in questa luce, aveva scorto due personaggi che portavano con loro un bambino.
Ed il piccolo bambino gli aveva fatto un cenno: "Vieni!" Oh! sì, Daniele sarebbe andato, sarebbe andato al momento opportuno. 
Per il momento, doveva soffiare, insufflare l’aria nel suo flauto, come se, mediante la sua musica, 
dovesse dissipare la nebbia e la cecità degli uomini.

 

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I LOCANDIERI DI BETLEMME


Maria e Giuseppe erano, infine, giunti a Betlemme. Il viaggio era stato lungo ed erano molto stanchi. Persino l'asinello andava a testa bassa. Avrebbero trovato una locanda, un luogo dove fermarsi, un letto per dormire? Andarono di porta in porta, bussarono Qui e là, domandarono ospitalità a diversi locandieri.
Ma nessuno volle lasciarli entrare, perché Giuseppe era povero e non aveva nulla da offrire. Dovunque veniva risposto: "Andatevene; qui sono io il padrone. Qui non entrate."
La sera calò: Maria e Giuseppe erano ancora per strada.
 L'asinello trotterellava al loro fianco. Perché non troviamo da fermarci in alcun luogo?
si domandavano. Maria e Giuseppe avevano bussato a tutte le porte o quasi.
 Restava soltanto una locanda dove non avevano ancora provato.
Era una piccola casa, in periferia, con una corte ed una vecchia.stalla in rovina.
 Giuseppe era scoraggiato, ma bussò anche qui. L'oste apri. Maria e Giuseppe notarono subito che la sua casa era strapiena. Osarono a malapena domandare cosa cercavano. Tito, il locandiere, ebbe pietà di loro. Erano estenuati, si vedeva. Ma dove poteva alloggiarli?
Tito si grattò in testa e borbottò: "Che fare? Bi sogna trovare un alloggio per questa gente e il loro asino. Sono tutti stanchi ed hanno visibilmente bisogno di sonno.
Io sono qui per accogliere le persone che vengono da lontano. Ma la mia locanda è piena; si dorme persino sui banchi." Il suo sguardo scrutò nell'oscurità della corte.
Improvvisamente i suoi occhi s'illuminarono. "Di fronte - esclamò - la lampada é accesa.
Dopo tutto, forse, é voi che attende. Seguitemi! Avrete una casa tutta per voi, o quasi.
 Devo dire che non é troppo grande e confortevole.             Ma avrete un tetto sopra la testa e della paglia per sdraiarvi."Dove li portava Tito?
Nella stalla del bue Remo: in quella vecchia stalla che i topi di Natale avevano messo in ordine ed in cui la piccola stella si era rannicchiata nella lanterna e faceva risplendere intorno la sua luce delicata. Così, Maria, Giuseppe ed il compagno di viaggi e, l’asinello, si accomodarono nella stalla. 
Remo, il bue, accettò di buon grado la loro compagnia.
Erano giunti finalmente alla meta, e ... cosa poteva succedere, adesso?    Natale poteva venire!

 

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IL FIGLIO DI DIO

 

Si era fatta notte, la Notte Santa, ed un grande silenzio regnava sulla terra.
 Era come se il mondo avesse trattenuto il fiato. Ma in cielo, gli Angeli alzavano lo sguardo verso le Sfere Superiori, dove, al centro del cerchio dei Cherubini e dei Serafini, s'innalzava il trono di Dio. Ed ecco: quel che era atteso da lunghissimo tempo, desiderato tanto ardentemente, avveniva: a un tratto il cerchio si aprì ed il Trono di Dio divenne visibile per gli abitanti dei cieli.
E dal trono si erse qualcuno, tanto chiaro e luminoso, tanto sereno che nemmeno il linguaggio degli Angeli saprebbe descriverlo. 
Guardò, con benevolenza, le schiere degli Angeli che tenevano gli occhi alzati su di lui e non smettevano di adorarlo.
 Ma si tirò da parte e lo sguardo grave e solenne di Dio, il Padre attraversò le sfere celesti. Davanti a Lui si aprì una via luminosa che scendeva sempre più in basso, sempre più in basso fino alla terra. Laggiù, gli Angeli non videro che una povera stalla dove una donna ed un uomo stavano seduti vicino a una mangiatoia, in compagnia di un bue e di un asino. L'uomo dormiva. Ma la donna aveva lo sguardo rivolto al cielo e quando scorse la via luminosa sollevò le braccia. 
Allora l'Essere di luce, il Figlio di Dio che si era levato dal trono di Dio, incominciò a discendere per la via luminosa e via via che scendeva e attraversava tutte le Gerarchie degli Angeli, costoro intonavano un canto sempre più grandioso.
 Passando da una Ronda Angelica ad un altra, il Figlio di Dio si trasformava continuamente e diventò dapprima simile ai Serafini, agli Angeli più elevati; poi fu simile ai Cherubini, per abbandonare, una dopo l'altra, tutte le forme della Gloria Celeste,
Come si lascia un vestito. Passò per il cerchio degli Arcangeli, per ritrovarsi fra le fila degli Angeli e abbandonare anche questi.
La povera stalla irraggiò di luce quando l'Essere di luce si avvicinò a Maria e la coprì con la sua ombra luminosa ...
La sua luce si ritrovò negli occhi del bambinello che la madre di Dio teneva sulle ginocchia. Allora, di nuovo, i canti degli Angeli proruppero nei cieli e in terra risuonò la loro lode: "Oggi vi è nato il Salvatore, il Cristo, il Signore".
Da quella notte, il cerchio dei Cherubini e dei Serafini non si
è mai più richiuso.
La strada luminosa collega ancora e sempre il trono di Dio alla terra ed ogni anno il Cristo discende dal Padre verso gli uomini per nascere in mezzo a loro e diventare simile a loro - e  per mettere a dimora la Sua Luce nel loro cuore, affinché si metta a brillare nel loro sguardo,come ha brillato una volta negli occhi del bambino a Natale.

 

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Domenico Antonio Veneziano  -  Brescia Via Quinta n°73 Villaggio Badia
Tel. cell. 328-180.568.27 
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