La Via del Cuore


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La Felicità In Tasca

 

La vita di ognuno di noi è piena d’alti e bassi.

Ci sono momenti che vorremmo vivere spesso ed altri che non vorremmo vivere mai.

I momenti positivi della vita, facciamo di tutto perché accadano, mentre tendiamo a fuggire quelli negativi.

Possiamo avere tutti i motivi del mondo, nel ricercare costantemente soluzioni a problemi e situazioni di benessere, per noi stessi e per i propri cari.

In ogni caso, questo viene anche chiamato ricerca della felicità, e succede ai ricchi quanto ai poveri, ai credenti quanto agli atei, ai bambini e agli adulti, a chi cerca lavoro e chi no, ai sani e agli ammalati, eccetera, eccetera, eccetera.  

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Indice dei capitoli

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La Felicità In Tasca

 In un giorno qualsiasi durante il lavoro, una ragazzina con vent’anni o poco più, rivolse improvvisamente ad un collega un tantino più vecchio, una domanda semplice, tipica dei ragazzi di quell’età: “La felicità esiste?”

Normalmente questa domanda affiora alla consapevolezza già nei primi anni dell’adolescenza. E chi di noi non l’ha fatta. Poi da adulto non lo chiedi più.

Via via nel superare i vent’anni, anche solo disquisire per un attimo quest’argomento, la felicità, provi quasi un senso di vergogna, come se la domanda avanti negli anni la sentissi sempre di più infantile, sempre di più una cosa da ragazzini e basta.

Allora dimentichi, e quella parola “felicità” la percepisci lontana. Certamente un’utopia. Una cosa da sciocchi sognatori.

Evidentemente quella ragazza invece, lasciò stare la paura di essere giudicata un po’ infantile, di essere magari ancora una volta derisa.

Questa volta si fidava. Forse una risposta c’era.

Lo chiese perché aveva con quell’uomo, che conosceva ormai già da un bel po’, un buon rapporto di fiducia.

Si era confidata con lui altre volte, soprattutto perché stava passando un brutto momento di crisi d’identità.

A volte l’adolescenza non è per niente facile, specialmente, quando non trovi risposte.

Si fidava, perché quell’uomo la spronava ad avere fiducia in se stessa, anche se non riteneva di possedere qualità evidenti.

 

Nella vita” gli diceva “alla fine ti resta solo te stessa. Nulla può essere più importante di questo. Amati per quella che sei ma, migliorati sempre dove puoi.

Se dai tutto a questa cosa, il compito verso te è esaudito, a qualsiasi risultato ottenuto.

Sta’ sicura, quando lavori in questo modo per te stessa, le paure passano da se”.

 

Aveva uno strano modo di parlare quell’uomo, però aveva sempre senso ciò che diceva.

Si fidava, e allora chiese: “La felicità esiste?”

Naturalmente il suo amico ci pensò qualche secondo, giusto il tempo di riprendersi per la domanda a bruciapelo, ma poi rispose sicuro: “Si certo che esiste. Se intendi per felicità uno stato d’animo sereno, che non ti lascia mai nonostante gli alti e bassi della vita, certo che esiste”.

“E come si fa?” incalzò lei…

 

Questo tizio di nome Olmo e di cognome Faro, in quel mentre, quando in altre parole si prodigava per portare a casa la pagnotta, faceva l’operaio.

Per la verità, fare l’operaio, non era il suo vero mestiere. Era, diciamo, un manager a riposo.

Capire perché facesse in quel periodo l’operaio, bisogna fare un saltino indietro nel tempo.

 

Qualche anno prima si trovava solo. Girava per la sua stanza da letto senza trovare pace: era teso, molto teso.

Lo sconforto lo assaliva accorciandogli il fiato. Sentiva uno strano peso sulle spalle, come se improvvisamente la forza di gravità si fosse fatta più densa, più pesante.

Pure sullo stomaco sentiva un peso, come una palla di cannone, come se stesse lì a lacerargli le viscere.

 

La vita è piena di sorprese, lo sappiamo tutti. Quanta noia sarebbe se non fosse così.

Sappiamo anche che le sorprese a volte sono dolci, altre amare.

La prevedibilità esiste, ma allora non è più una sorpresa.

Esiste anche la prevenzione, così si evitano le amare sorprese, ma non puoi far prevenzione su tutto, come ad esempio quando ti piomba un camion sulla faccia mentre stai tranquillamente viaggiando.

Ecco, al signor Faro era capitato quasi una cosa del genere, non proprio così, ma quasi.

Girava intorno al letto come se la sua esperienza di una vita vissuta nei momenti di meditazione, negli addestramenti di sopravivenza, per venditori, per manager eccetera, fossero improvvisamente scomparsi dalle cellule del suo cervello.

Per non parlare poi dell’esperienza di una vita in prima linea: lunghi viaggi, relazioni in pubblico, azienda da far crescere e così via.

Niente, tutto scomparso. Lui, la sua stanza e il suo sconforto misto a terrore.

Non gli era mai capitato una cosa così.

Una ragione c’era in ogni modo: il conto in banca chiuso, pochi spiccioli in tasca, un affitto da pagare enorme (piccolo quando le cose andavano benissimo), una moglie, tre figli piccoli da mantenere e lui disoccupato a 42 anni.

Banale certo, specialmente per un nostrano come lui nato e cresciuto in Italia nel ricco nord est, ma aver perso un lavoro che aveva costruito in lunghi anni di battaglie con vittorie e sconfitte, che promettevano traguardi economicamente molto generosi (faceva l’orafo), contribuiva forse un tantino a laceragli fegato e milza e quant’altro.

Il tipico caso di: “ho perso tutto” o di “dalle stelle alle stalle”.

Debiti da pagare, le tasche vuote, senza lavoro e tre figli da mantenere.

Certamente una lacrima quanto meno è doverosa.

Un senso di nausea lo assaliva. Avrebbe vomitato anche l’anima, e invece rigurgitando il passato gridò a voce alta: “ma cosa cazzo mi è successo?”

Un ricordo molto forte di quei momenti, che poi spesso rammentava, era il freddo addosso nonostante la calda estate.

L’inevitabile film di se stesso gli passò davanti agli occhi e gli prese una voglia di fermare le immagini per modificarle. Come per aggiustare il passato e così avere un altro presente.   

Ovviamente era impossibile, ma la sua parte matta ci provava lo stesso.

Avrebbe voluto rimediare subito. D’altronde Olmo era abituato ai problemi.

 

Quando incominci da povero, i soldi e il successo non sono mai in discesa. Solo salite e cose da affrontare.

Se vuoi il successo, il suo prezzo è il sudore e la piena abnegazione. Così acquisisci la capacità di risolvere problemi che un tempo magari ti sembravano impossibili.

Olmo era diventato un gigante in questo, e forse, fu proprio questa capacità ad aiutarlo a venirne fuori, ma sopratutto a capire dove si nasconde la felicità dentro di noi, perché in quel tragico momento, la felicità che sentiva avere dentro se stesso da tempo, scomparve improvvisamente, ed è per questo che, durante il cammino per risalire la china, cominciando di nuovo a ricostruire la felicità perduta, scoprì che in realtà non l’aveva mai posseduta.

La felicità è sopratutto intelligenza guidata dall’umiltà.

È la capacità di guardare il mondo attraverso un’analisi obbiettiva.

È anche la capacità di vedere l’universo in un ciottolo di fiume…

È la capacità di rimettersi in discussione giorno per giorno, senza paura di scoprirsi diversi da ciò che si pensava di essere.

È uscire dalle convenzioni, dai facili moralismi, è…

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Certamente diviene assurdo parlare di felicità, quando non sai nemmeno camminare.

Questo argomento comprende dinamiche e ragioni che possono apparire difficili anche per un adulto, perché la felicità va prima capita e poi conquistata.

Come non bisogna mai credere ai facili guadagni, così la felicità gratuita dura assai poco.

Terribilmente sciocco, parlare di felicità ad una madre con figli pelle e ossa, nell’atroce carestia della fame.

Il mondo è meraviglioso. La consapevolezza anche.

La visione del mondo nelle sue realtà diverse diviene uno dei primi passi verso la comprensione.

Siamo su questa terra per vivere esperienze, d’accordo, ma almeno prendiamo appunti. Ok?

La felicità è corta in un pezzo di pane raffermo, ma può essere corta benissimo anche in un’immensa ricchezza.

Semplice affermare: “Beh, preferirei la corta felicità della ricchezza”.

Facile condividerlo. Scontato. Solo che quest’ultimo pensiero è normalmente pensato con sarcasmo da chi crede di saper pensare. Ma saper pensare in realtà non è cosa facile.

Come facciamo confusione, quando affermiamo che una persona solitamente spiritosa sia una persona poco seria, in eguale misura, facciamo confusione tra pensieri emotivi e pensieri razionali (pensieri positivi o negativi non sono inseriti nel concetto).

Fare distinzione tra pensiero razionale ed emotivo è necessario, anche se questo distinguo non è facile. Raramente riusciamo vederlo in noi figurarsi in altri. (Imparare ad imparare di Idries Shah Ubaldini editore)

Ciò che muove il mondo in realtà, sono le emozioni. Se mancano, il mondo si ferma. Lo sappiamo tutti molto bene. Le persone amano, odiano, si appassionano eccetera.

Però le emozioni sono il motore di un’auto, non il pilota stesso, e per quanto emotivo sia, quando il bolide tocca l’estrema velocità, la razionalità del pilota per fortuna ha il sopravvento.

L’uomo è un incredibile “insieme” divino. La scienza lo riconosce da sempre, ma allo stesso modo, l’uomo, nei suoi millenni evolutivi è ancora molto lontano dal riconoscere se stesso.

È una macchina perfetta, ma allo stesso tempo fragile e misteriosa. Come l’istinto ad esempio.

Da dove nasce l’istinto, cosa ci muove improvvisamente verso una direzione piuttosto che un’altra, con una forza così prorompente a stupirci. Magari scoprendo più tardi che era l’unica cosa giusta da fare.

Nella vita di ognuno di noi è capitato di usare l’istinto, come capita di usare le emozioni e la razionalità. Istinto, emozioni e razionalità, sono “attrezzi” che adoperiamo nel mondo in cui viviamo, ma il più delle volte, di questo, facciamo una deleteria confusione perché, in realtà, sebbene abbiano una funzione naturale di conservazione della specie, il caos che ci circonda, manda in cortocircuito le nostre “centraline”.

Così capita di avere addosso una razionalità emotiva e un istinto che dorme. Ecco la confusione.

Invece, se la razionalità esiste, ha la funzione di risolvere i problemi, ma soprattutto serve a “pilotare” la nostra forza emotiva.

Il grande campione sportivo diventa tale per aver desiderato con passione (emozione) e aver organizzato il suo fisico ad arrivarci (razionale).

Lo stesso campione, magari si dopa per arrivare a tutti i costi. È un’azione razionale o emotiva?

Cosa succede all’uomo d’affari che, andandogli tutto bene in famiglia, sentimenti, salute e denaro, finisce in depressione?

Si potrebbe allora affermare che, dentro di noi, la percezione del confine tra razionale ed emotivo, sia davvero quasi inesistente.

Come possiamo altrimenti definire la nostra vita interiore se non attraverso le percezioni?

E la felicità non è anch’essa una percezione?

Facile pensare dunque, che quando facciamo confusione tra la felicità vera, consolidata dentro di noi, e quella emotiva, ci sia qualche ragione.

Difatti, la felicità interiore è una cosa, mentre la felicità emotiva è un’altra.

La felicità emotiva è come neve al sole. Quante volte nella vita passiamo momenti felici che poi svaniscono?

Ok! Ma se la felicità non è un’emozione, allora che cos’è?... beh! Forse è più facile cominciare da ciò che non è.

Il canto delle sirene è la prigione della nostra felicità.

 

Un altro ostacolo può essere la ricerca del piacere.

La ricerca del piacere in realtà è uno svolgimento dell’evoluzione umana. Esempio: dal giaciglio di paglia delle caverne della preistoria, al letto ad acqua del ventesimo secolo.

Pure l’invenzione della ruota n’è parte in qualche modo, poiché con il suo aiuto la vita è migliorata, quindi è più piacevole.

Molte, moltissime invenzioni esistono per servire l’uomo, nel bene e nel male, ma nonostante tutto il loro servizio, le invenzioni, nonostante il “piacere” di servirsene, milioni d’uomini sono invece inclini all’infelicità. Dimostrare il contrario, diventa la grande utopia perché:

 

Attraverso la sua stessa evoluzione, l’uomo ha finito con il relazionare il piacere alla sensazione della felicità. Del tutto emotivo e poco ragionevole.

Ad approfittare di questo ad esempio, è l’enorme interesse degli esperti della pubblicità.

Un morso di cioccolata, un viaggio, un profumo eccetera, diventa nelle loro mani la felicità stessa.

Niente di più falso naturalmente, ma il bisogno di felicità ci rende vulnerabili.

E allora la felicità diventa facile da comprare, diventa la nuova automobile per l’adulto e un giocattolo per il bimbo, oppure diventa soldi, quando questi mancano, o l’arrivo alla pensione eccetera, eccetera.

Tutto diventa deviante, poiché figlio dell’ignoranza, quando invece la felicità vera esiste, ma è resa introvabile semplicemente perché stiamo cercando altrove.

Però il diritto alla felicità esiste eccome. Naturalmente, bisogna guadagnarselo. Come tutte le cose importanti d’altronde.

 

Innanzi tutto va capito dove cercare, ma fintantoché pretendiamo la felicità dalla società o da chicchessia, delegando agli altri, quello che dovremmo fare noi, non solo diventa poco intelligente, ma molto, molto deviante.

Tanta, tantissima gente, sostiene di essere infelice per colpa degli altri, del lavoro che manca, dei soldi che mancano, della pensione, eccetera, eccetera.

Il sesso, il denaro (quando ci sono), gli affetti (anche se veri) sembrano non bastare mai.

Si, non bastano mai, e quando si perde qualcosa, s’accende paura e angoscia.

Siamo drogati di piacere, la droga stessa è ricerca di piacere. Poi solo sofferenza si sa.

Siamo drogati di forti emozioni, del lusso, di tutto. E siamo incapaci di rinunciare.

Oh si, esiste anche la capacità di adattamento quando si perde, certamente, ma quando ci adattiamo e accettiamo la nuova situazione, ricominciamo di nuovo con le vecchie, logoranti, abitudini.

È più forte di noi, fa parte della nostra evoluzione, siamo votati alle sensazioni piacevoli ed a sfuggire le spiacevoli.

Per taluni è una vera e propria smania, per altri semplicemente piaceri da vivere approfittandone quando ci sono.

Il piacere è parte di noi, è un istinto (il neonato non mangia se non sente piacere). Questa e la ragione per cui del piacere, ne siamo prede cosi violentemente da essere per l’uomo, fuori controllo.

La ricerca del piacere e delle emozioni eccitanti, diventano l’unica ragione di vita.

Per molte persone le emozioni piacevoli sono vita, e le emozioni non piacevoli sono morte.

Si prendono decisioni importanti attraverso le emozioni, per cui se una cosa mi da subito una sensazione piacevole la promuovo altrimenti… e il piacere ha pure molte facce: per qualcuno può essere la comodità assoluta, per altri vivere una vita spartana con situazioni scomode che, per lo spirito di avventura, diventano fonti di emozioni piacevoli.

Siamo capaci di soffrire per il piacere, come la prima sigaretta che ci strappa i polmoni promettendoci momenti piacevoli in futuro nonostante il rischio di cancro.

O lavorare duramente per costruire qualcosa che poi ci darà certamente piacere.

Mangiamo quello che ci piace vestiamo per piacerci e per piacere. E la bellezza è un culto.

Niente di sbagliato in tutto questo ma scambiarlo per felicità lo è.

Riusciamo a trovare piaceri anche non possedendo nulla o quasi, ma ricchi o poveri, i motivi alla fine sono gli stessi.

Naturalmente nella corsa al piacere per trovare la felicità c’era anche il signor Olmo Faro.

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Dentro o fuori

Banale affermarlo e probabilmente è già stato detto è ridetto che: la felicità va costruita dentro di noi e non fuori di noi. Lo sappiamo ed è intuibile da se.

Eppure ci sentiamo impotenti e allora la felicità nel piacere diventa la cosa tutto sommato più ragionevole perché più immediata.

Il piacere basta comprarlo ed è alla portata di tutti. Molto semplice. E visto che darmi piacere mi fa felice, ecco che, tra un piacere e l’altro, mi “sento” felice.

Se ho anche la “sfortuna” di essere ricco, posso, anzi, voglio che il mio piacere sia un susseguirsi contiuum, così, sono felice sempre.

Vero o falso che sia, la sensazione del piacere, anche se breve, la sento reale. Tutto sommato è ragionevole, e per di più è piacevole avere piacere. Comunque, sempre meglio di niente.

E così il dentro diventa il fuori. Anche perché il più immediato, quasi più visibile, palpabile e poi, una cosa per essere vera la devo vedere, toccare…

 

La felicità va costruita dentro di noi. Ok. Il problema è come fare e dove cercare.

 

Da sempre, molte filosofie, religioni e quant’altro, affermano di avere la ricetta con decaloghi comportamentali e di pensiero.

Anche la psicologia moderna fa la sua parte: tecniche d’analisi e d’intervento sono innumerevoli.

Fiumi di libri con ognuno la sua verità.

E noi poveri cristi che lavoriamo da mattina a sera, sbarcando il lunario, con i figli, la casa, le bollette eccetera, se per caso ci passa il barlume di sentirci insoddisfatti, sono guai.

Il tempo e i soldi per noi, sono lacrime e sangue. Avere un po’ di piacere (felicità), diventa chimera. Allora deleghiamo la nostra felicità al prete della parrocchia che ci suggerisce che la felicità non è di questo mondo, ma dell’altro, e che è giusto soffrire in questo, così è più sicuro che la felicità ci sarà davvero nell’altro.

Oppure, come altri se possono, il signor Olmo compreso, assaggiano la filosofia dei santoni dei guru, magari rinunciando a molte altre cose per avere il tempo di meditare, viaggiare, riunirsi, eccetera, eccetera.  

 Esistono inoltre persone, che felici sono convinti di esserlo, soprattutto nell’agiata adolescenza.

Nulla in contrario.

La percezione della felicità che sia dentro o fuori, giusta o sbagliata, ognuno deciderà per proprio conto, cosa farne di questa percezione, durante la scuola della vita.

Come sappiamo, l’esperienza insegna.

Sempre che lo studente prenda appunti e sia attento alle lezioni…

                      La felicità va costruita dentro di noi e non fuori di noi.

L’inizio.

 Olmo, conduceva una vita agiata, non gli mancava nulla.

Brillava, non troppo, ma non gli mancava nulla.

La sua persona era permeata da un’aria di successo, soldi sempre in tasca, non troppi, ma discreti.

Per anni mai avuto il problema di arrivare alla fine del mese anzi, ci arrivava di corsa.

Il lavoro era ottimo. Gli procurava denaro e tempo libero.

E poi, la soddisfazione di avere cominciato senza un soldo, chiudeva il cerchio.

Anche in cultura non era male: leggeva molto. Libri interessanti di natura umana, mai gialli o romanzi ma libri storici, tecnici e psicosociali.

Aveva imparato a comunicare molto bene con le persone, era persino relatore di corsi di comunicazione.

Quadretto: una splendida moglie e tre figli che adorava.

Olmo, neanche 40 anni e tutta la famiglia in ottima salute.

Tratteneva nelle sue mani la felicità. Ne era certo.

Naturalmente non era tutto sempre splendido. Alti e bassi non mancavano e la frenesia di avere di più apparteneva anche ad Olmo, ma nei suoi conti risultava molto di più il positivo che il negativo, quindi tutto ok.

L’incontro.

 La nebbia quando ci nasci, la vivi come se avesse un senso.

Come se la natura formasse quella specie di nube densa che si colloca tra te il mondo per qualche recondito motivo.

Forse per rallentare la frenesia della terra dove sei.

Tutto diventa un po’ irreale, impalpabile, e le cose ti sembrano lontane in un’altra dimensione.

Questa sensazione ovattata, la provoca anche molto più fortemente una nevicata improvvisa, e abbondante.

Tutto si ferma e il silenzio regna ovunque.

Quando questo succede ad una gran città, coglie il senso di ciò che s’intende.

Con due metri di neve, una città si ferma di sicuro.

La gioia dei bimbi quando nevica, la conosciamo. Gli adulti devono accettare il fatto compiuto, per poi organizzarsi diversamente.

La nebbia invece ti confonde, il lavoro va avanti, ma se non cambi ritmo allora sono guai.

Difatti, la nebbia se non la conosci ci muori.

Olmo percorreva migliaia di chilometri nella nebbia con la sua grossa auto, e forse era un miracolato.

Probabilmente il suo angelo custode aveva parecchio da fare.

La nebbia rallenta la frenesia e chi non si mette in sintonia, spesso ci lascia le penne.

 

Capitò un giorno, mentre come tutte le mattine, Olmo infilava in tutta fretta la Venezia Milano, di assistere ad uno spettacolo allucinante.

Mai visto una cosa così, Olmo non la ricordava affatto. Davanti hai suoi occhi, c’era probabilmente l’incidente a catena più lungo di tutta la storia automobilistica italiana: chilometri di macchine accartocciate.

Per Olmo gli incidenti erano all’ordine del giorno, n’aveva visti d’ogni sorta.

Nei suoi racconti d’avventura metropolitana, ve n’era uno che raccontava agli amici con goliardia.

Nella bassa Bergamasca stava viaggiando su una strada di provincia, con lentezza per il traffico intenso e un asfalto terribilmente liscio, quando davanti a lui, ad una ventina di macchine di distanza, vide un camion con rimorchio benzina, che procedendo dalla parte opposta, frenava violentemente per evitare un tamponamento.

A quel punto il rimorchio cominciò a “pettinare” la strada lentamente di traverso, invadendo la corsia opposta (la motrice aveva inchiodato il suo rimorchio no). Lo spettacolo fu, che le venti auto davanti a lui, per scansare l’urto inevitabile, mentre il rimorchio avanzava inesorabilmente di traverso, si tuffavano letteralmente ad una ad una dentro il fosso, fortunatamente asciutto, adiacente al ciglio della strada.

Quel giorno però, c’era poco da stare allegri, anche per un veterano della strada come Olmo.

Era difficile crederci. Una vera ecatombe.

Poteva constatarlo benissimo visto che, quel mastodontico disastro, si era formato dall’altra parte della carreggiata.

Olmo era allucinato. Dopo qualche chilometro percorso osservando tutte quelle auto dall’altra parte del guardrail alla sua sinistra, vide il traffico che aveva davanti, rallentare sino a fermarsi, incredibile...anche dopo chilometri dall’inizio dell’incidente, le auto avevano sbattuto così violentemente da invadere la carreggiata opposta. Davanti a se, chissà quanti altri chilometri di tamponamento.

 Olmo era fermo, spense il motore come tanti davanti a se e dietro. Passò del tempo.

Sbirciando allungando il collo notò la fila lunghissima di auto ferme.

La gente cominciava scendere dall’auto come si fa di solito in questi casi. Stavolta decisamente con un motivo in più.

Era li seduto, attonito. Il sole ormai era alto nel cielo, la nebbia da un po’ s’era del tutto diradata.

Sentiva sirene spiegate, stava per prendere la decisione di dare una mano a quei poveracci, quando sentì la portiera aprirsi.

Una voce: “Mi scusi” gli dice un po’ fiacca, “Può darmi un passaggio?”

Olmo, colto di sorpresa, guardò il tizio che si affacciava dalla sua portiera: magro, alto con fare elegante. Una corta e lieve barba bianca, gli dava un’aria leggermente professionale. Sporco di gasolio (la puzza era quella), aveva indosso solo pantaloni e una camicia strappata.

Qua e la, macchie di sangue nella sua bianca camicia, enunciavano dolore e paura.

 

A volte, parlare di dolore in realtà è più facile che parlare del piacere.

Guerre, terremoti, inondazioni, carestie… la storia dell’uomo è pervasa dal dolore da millenni, milioni di anni.

Il piacere è come lo zucchero che rende piacevole il caffè amaro.

La vita in fondo è come un caffè amaro. Il dolore e il piacere sono due estremi che convivono nella vita di ognuno di noi, e il loro modo di rapportarsi ne determina la qualità della nostra esistenza.

Forse è per questo che passiamo la vita alla ricerca del piacere: stipare di zucchero la nostra cambusa.

Così il piacere può superare il dolore, e quindi determinarne una vita magari “quasi” felice.

Mah! Forse hanno ragione i preti: la felicità non è di questo mondo.

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Olmo aveva avuto improvvisamente questo flash di pensieri. Per la verità era già da un po’ che rimuginava sulla vita e le sue angolature. Non che ne avesse motivo, ma data la sua predisposizione alle scienze umane, rispondere a qualche domanda irrisolta, gli avrebbe fatto piacere.

In ogni caso la vista non meglio prevedibile di quell’uomo, lo fece sobbalzare e di rimando rispose al suo improvvisato ospite: “Dove deve andare?”

In questi casi, da come era conciato, ti aspetti una risposta tirata, un bisbiglio, ma lui no.

Quel signore aveva una certa classe. Infatti la sua voce non travisava alcun timore, e anche se le sue mani tremavano un po’ rispose sicuro: “se mi fa scendere a Bergamo mi farebbe un gran favore”.

Salì in macchina. Naturalmente Olmo fece l’ospite garbato per metterlo a suo agio.

 

In quel frangente era evidente forse più l’imbarazzo di Olmo che del suo “forzato” ospite.

Olmo si fece coraggio e incalzò un po’ con le domande, lentamente con discrezione.

Olmo aveva una dote speciale nel comunicare con le persone. Sapeva sempre metterle a suo agio in ogni situazione.

Difatti, pensò bene che in quel momento chiedere come va, era da idioti e allora: “Spero non sia ferito” avanzò garbatamente…

Dopo le rassicurazioni del suo ospite, il silenzio fu d’obbligo a misura, per raccogliere un momento i pensieri. Giustamente. Soprattutto per il suo ospite.

 

Strano a dirsi, ma la mente di ognuno di noi, così inverosimilmente diversa l’una dall’altra nel contenuto specifico, possiede meccanismi del tutto similari o pressoché identiche.

 

Così Olmo attese che il suo ospite si riprendesse un attimo, dato che ora era sicuro di essere aiutato, poteva con calma riorganizzarsi, e rimediare dove c’era modo.

Cosa fosse successo era lampante. Decisamente fuori luogo chiederlo. Olmo gli allungò allora cortesemente il suo cellulare e rimase in silenzio, assorto.

Notò che il suo ospite parlava un’altra lingua. Parlava dolcemente, forse per rassicurare il suo interlocutore.

Anche il suo linguaggio possedeva un suono fonetico molto dolce. Pareva una lingua lontana, quasi antica, forse medio oriente, certamente non occidentale. Olmo trovava difficile collocarla.    

Intanto, fuori dalla macchina la fila cominciava a muoversi lentamente come fa sempre in questi casi: a fisarmonica.

Dopo qualche chilometro finalmente, Olmo vide la fila davanti a se che, deviata dalle forze dell’ordine, usciva in un non ben definito punto dell’autostrada. Non era un casello, ma un varco che gli addetti ai lavori avevano per quel frangente, aperto.

L’ostruzione dell’incidente era tale che avrebbero, Olmo e il suo ospite, rischiato di attendere probabilmente tutto il giorno, ma soprattutto avevano chiuso e liberato quella parte dell’autostrada per permettere ai soccorsi di lavorare alla meglio per aiutare  feriti e  illesi, intrappolati per chissà quanto tempo in quell’inferno.

 

Mentre stavano lentamente uscendo, Olmo trascende dai suoi pensieri e in tutta fretta chiede: “Ma è sicuro di andarsene così? E i bagagli? E le sue cose personali?”

“Tutto bruciato” scandisce chiaramente “Porto a casa la pelle, è già molto”

“Già” conferma un attimo dopo Olmo “Mi spiace” dichiara come per alleviargli il dolore.

Il suo ospite percepì l’avvicinarsi sincero di Olmo, e guardandolo un attimo negli occhi come per prendere contatto, tira il fiato (ne aveva bisogno) e sospira: “Fa niente. Dispiace anche a me”

Parole di circostanza naturalmente. Fra sconosciuti di solito si comincia così.

Importante e prendere contatto. Rompere il ghiaccio come si dice.

 

Olmo osservava garbatamente il suo ospite, non poteva non fare a meno di notare questa sua eleganza. Il carisma era notevole nonostante il brutto momento.

Certamente non era nelle condizioni fisiche migliori, ma nonostante tutto, pareva quasi fosse lontano da quello che gli era accaduto.

Il suo ospite cominciò a rilassarsi. Olmo lo vedeva lasciarsi andare e socchiudere gli occhi.

In questi casi le immagini terribili dell’incidente cominciano a scorrere davanti agli occhi di chiunque quando ci rilassiamo.

Quando viviamo intensi momenti emotivi, ciò che accade, ci torna inesorabilmente indietro. Sembrerebbe quasi inevitabile.

La mente è molto potente: come ha la capacità di rimuovere uno choc subito, allo stesso modo può ridarti dolore o gioia di momenti passati.

Vivi virtualmente l’accaduto in seno ad una logica del tutto personale.

Alcuni soggetti fanno terapia spontanea (accettazione e rimozione come dicono gli specialisti), altri invece subiscono passivamente le ondate d’emozioni.

 

Dopo un po’ si fermarono. Olmo si sparò il suo secondo caffè della giornata, mentre l’elegante in camicia strappata si riassettò come poteva al bagno degli uomini.

Oramai quel giorno sicuramente stava prendendo una piega imprevista.

La mattina stava sfumando compromettendo gli appuntamenti. Olmo, cellulare alla mano, ricombinò le cose.

Si sedettero un attimo al tondo tavolo d’alluminio del bar, mentre fuori il sole d’autunno addolciva l’inoltrato mattino.   

È incredibile come l’autunno giuochi con i suoi splendidi colori.

Con capriccio li sfoggia come un vanitoso pavone nelle foglie degli alberi del sottobosco: i rossi, i gialli e i violetta li accende improvvisi con i raggi del sole, per poi nasconderli nel limbo delle sue foschie.

 

I due uomini si presentarono. Olmo ne approfittò per osservarlo meglio. Probabilmente fu reciproco.

Mi spiace” disse il suo ospite cortesemente “Il suo tempo è prezioso…”

Fa niente” ricambiò Olmo “Ne approfitterò per crearmi un diversivo. Sa, sono sempre sotto pressione. Mai fermo un momento”.

E per lei” incalza improvvisamente il suo ospite “Lo trova mai il tempo?”

Olmo lo guardò dritto negli occhi leggermente scosso per la domanda a brucia pelo, un filo troppo diretta.

“Mah..” disse Olmo di rimando forse chiudendosi un po “Generalmente il tempo libero lo passo in famiglia”

 

La domanda di per se, non aveva in se nulla di più di una semplice domanda. Ma a Olmo in quel momento parse un momentino fuori luogo. E poi, come fa un emerito sconosciuto improvvisarsi indagatore su cose personali senza chiedere il permesso. 

Olmo rimase assorto giusto un attimo. Ebbe l’impressione che quel signore volesse dirgli qualcosa che riguardava la sua persona, come se avesse lui bisogno di aiuto e non il suo ospite.

Solo sensazioni ovviamente, anche se non v’era alcuna ragione, visto che al momento erano del tutto sconosciuti l’uno a l’altro.

 

Qualche minuto dopo, furono di nuovo in macchina.

Salendo il signor Merito (così si chiamava), scorse tra i sedili posteriori un libricino che Olmo portava sempre con se in quel periodo: il gabbiano Jonathan Livingstone.

“Aha” esclama “Ottima lettura, posso…” prendendolo in mano lo sbircia qualche attimo e poi continua: “Se posso dire la mia su questo libro” disse leggermente eccitato “Ha diversi modi per essere letto. Come se sia stato scritto in più strati”

“Come dice prego?”

“Si” continuò Merito “Questo libro contiene diverse dimensioni. Andrebbe letto come fa l’archeologo, quando scava i suoi siti. L’archeologo sa molto bene che in ogni sito scoperto possono apparire più ere”.

“Che strano modo di parlare” pensò Olmo fra se e se, mentre Merito continuava indifferente al suo cipiglio interrogativo. “Vede signor Faro, questo libro possiede poche pagine ma il suo contenuto potrebbe benissimo starci anche in mille pagine”

“Capisco…” fece Olmo quasi sincero, “Vorrebbe dire che il libro ha dei messaggi così importanti che andrebbero approfonditi di più dallo scrittore?”

“No” riprende con più enfasi “Il libro va benissimo anzi, solo così va scritto. Gli archeologi siamo noi”.

“Ma da dove salta fuori questo qui. Pensavo essere io il matto” disse a se steso Olmo mentre guidava nel traffico in cerca di un casello per Milano.

Merito tacque. Forse per dare modo al suo interlocutore di pensare.  

Olmo sentiva che osservava la sua faccia sconcertata. Gli veniva da pensare che Merito volesse in qualche modo imbarazzarlo apposta per qualche suo egocentrico motivo o forse altro ancora.

Forse voleva farlo pensare davvero.

 

Quando fai per anni il venditore, e il tuo lavoro si basa sul contatto umano, ti accorgi subito delle infinite sottili sfaccettature dell’uomo e ti sembrano un’autentica giungla.

Poi invece con il tempo questa giungla la conosci e i punti di riferimento diventano molto chiari e tutto risulta più facile.

Il signor Merito invece, sembrava avere il potere di imbarazzarlo, forse in modo paterno, comunque…

Di nuovo furono in fila. Le auto davanti a loro, molto probabilmente erano le auto che, come quella di Olmo, avevano sfiorato lo stesso spaventoso incidente.

Il casello più avanti che tutti cercavano d’imboccare era un piccolo casello di paese. L’imbuto era inevitabile, la pazienza, l’unica arma necessaria.

 

Finalmente s’infilarono di nuovo. All’epoca a Olmo piaceva molto viaggiare in auto, incidenti permettendo.

Di nuovo, il sibilo del vento. Corsia di sorpasso, e via.

 

Il signor Merito si era ammutolito, Olmo lo sbirciava guidando.

Il suo modo di parlare comunque era incantevole, ammise silenzioso.

Aveva la capacità di attrarlo fortemente. La sua voce suadente, anche se incisiva, era senza durezza.

E poi, l’accento era quasi invisibile, forse lontanamente lombardo.

Vivendo con la gente del posto, qualcosa assimili di certo.

Appariva subito il suo fare diretto tipico dei bergamaschi. Era penetrante, forse un po troppo, ma con la sua squisita cortesia, non percepivi affatto la violazione della tua privacy.

Vaghe sensazioni comunque, nulla di più. D’altronde, quando non conosci chi ti parla, ti affidi sempre alle sensazioni…

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Venne presto l’ora del pranzo. Un giusto posticino Olmo naturalmente lo conosceva.

Il suo ospite così trasandato forse non gradiva. E per di più col disastro della mattina sua, aveva senz’altro fretta di tornare.

Gli sarebbe spiaciuto lasciarlo così senza un umano motivo. Come un pacco portato a destinazione.

Conoscerlo un po di più, gli andava proprio a genio.

“Non si preoccupi per me” disse improvvisamente Merito, “Un boccone lo mangio volentieri”

Olmo lo guardò diritto negli occhi ed esclamò apertamente: “Cosa fa? Mi legge nel pensiero?”

La tensione ormai era sciolta. Ci scappò una fragorosa risata all’unisono.

 “No, no…” fece Merito. “È semplicemente l’ora del pranzo. Ho interpretato il momento”.   

 

La risata era stata fragorosa, quanto un pochino isterica. Da parte di Olmo sicuramente. Comunque, meglio una mezza ilarità che niente.

La mattinata dell’incidente aveva lasciato il segno. Nessuno, anche se incolume, passa del tutto indenne ad un disastro così. E probabilmente fu solo combinazione che strazianti grida in cerca d’aiuto non giungessero all’orecchio di Olmo.

In ogni caso, difficile dimenticare una cosa così. Per tutti.

Olmo e Merito avevano bisogno di fraternizzare anche per scaricare la tensione di quei momenti, così la mente ha modo di rimuovere, mitizzare, velare il ricordo, per non subirlo troppo, anche se la nitidezza del brutto momento può rimanere a lungo.

 

Questa fase peculiare della mente, fa parte dello schema di sopravivenza insito in tutti gli animali della terra, uomini compresi.

Normalmente, un momento di vita, quando è investito da una forte emozione, si trasforma in un ricordo permanente. Se positivo, meglio. Se negativo, la mente si adopera per renderlo accettabile.

Esistono orrori nella vita, i quali, fanno arrivare spesso la mente degli uomini ad un bivio: dimenticare o impazzire. I sopravvissuti d’olocausti ne sono testimoni.

Funziona come una sorta d’istinto, anzi, diventa bagaglio d’istinto.

L’istinto serve soprattutto alla prevenzione, sopravivenza quindi. Se non fosse così, l’esperienza sarebbe inutile.

Si potrebbe inoltre affermare che questo meccanismo mentale, sia parte dello schema di ricerca del piacere, di cui andiamo blaterando da un po’ in questo racconto.

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Rivelazione

 

Il localino era giusto nel lungo lago. Naturalmente Olmo era conosciuto anche li.

Uno dei piaceri del mestiere venditore, almeno per lui, era la ricerca del posticino giusto per il relax del pranzo.

Garbatamente il padrone gli sorride nel vederlo. Un tavolo è libero vista lago. Tovaglia linda con profumo di bucato.

Olmo, amava spesso disquisire con il cuoco del posto, di cucina. Ovviamente nel tardo pranzo, ristorante permettendo.

 

Sovente, si dedicava ai fornelli, quando era a casa. Virtù iniziatagli dalla nonna paterna.

In realtà era figlio d’arte. La nonna possedeva un ristorante.

Olmo cucinava solo per diletto. Non per lavoro naturalmente, ma per il semplice gusto di farlo.

 

Due chiacchiere con il cuoco e furono di nuovo soli.

“Come mai legge quel libro Signor Faro?”

“Eccolo che non molla” pensò Olmo “Come sarebbe?” gli chiede di rimando provando a tenere le redini del discorso (cosa alquanto temeraria).

“Beh, nessun libro è mai letto per niente. E non tutti i libri sono tali da contenere argomenti che valgono il nostro tempo. Non crede?”.

 

Ora: ma quando vi capita un tipo così. Due parole e il cervello vi fuma.

 

Olmo si raccolse un attimo e rispose: “In questo caso il libro… quel libro, è stato un regalo”.

“Bene” risponde immediato come se avesse un progetto in testa “Il motivo è il regalo stesso”.

Di nuovo una pausa. Questa volta accompagnata da un sorriso, sarcastico, o forse no.

Merito attese ancora un attimo e poi senza aspettarsi la risposta (ormai Olmo lo conosceva) continuò:

“Purtroppo sono parecchie le persone che regalano un libro senza averlo letto. Un libro regalato è come un biglietto d’auguri scritto con il cuore, senza frasi di circostanza. È un messaggio ben preciso… regalare un libro senza averlo letto è come far scrivere quel biglietto d’auguri ad un altro”.

 

Mentre Merito parlava gli venne da pensare alla persona che gli aveva regalato quel libro. Gli tornò alla mente un ricordo ancora più lontano, quando conobbe il racconto di “Gionathan” prima del libro stesso.

Molti anni prima, quando era ancora ragazzo, assistette ad una commedia in un piccolo teatro di provincia.

La rappresentazione di quel racconto era recitata da attori dilettanti ma molto seriamente impegnati. Gli tornò alla mente chiaramente anche perchè tra gli attori c’era un’amica d’infanzia.

Olmo ebbe una sensazione strana, era incredulo nel ricordare una cosa così profondamente sepolta nella sua memoria, che nemmeno la lettura del libro aveva riportato alla luce.

Invece, improvvisamente, riaffiorò straordinariamente in quel momento.

 Pranzarono inizialmente con voracità per lenire velocemente i morsi della fame, dato l’attardarsi dell’ora. La brutta mattina sembrava lontana.

 

Un pranzo in buona compagnia è un momento che noi tutti amiamo. Azzardare a definirlo un rito propiziatorio alla vita non è del tutto errato. Non solo. Sicuramente l’apparato di riproduzione di enzimi che accompagnano una buona digestione, trova motivi in più per proliferare tale capacità.

Questo succede per la buona forma in cui ci si trova la mente in quel momento, provocando di conseguenza le famose “endorfine”. Un ormone prodotto dal cervello quando questi è un stato di benessere., cosa scoperta tempo dopo da Olmo, in un viaggio a Cipro.

 

Merito incalzò di nuovo Olmo: “Vede signor Olmo, la percezione di un libro non è esattamente una lettura. In realtà ogni buon libro andrebbe riletto svariate volte. Di sicuro, signor Olmo, leggere un libro una sola volta è come visitare il più bel posto del mondo una sola volta. Solo quando conosci a fondo dove sei, puoi avere l’esatta percezione del luogo in cui ti trovi. Il resto è solo turismo.”

Non poteva non stupirsi Olmo con il signor Merito. Ogni parola pareva misurata a dovere e non aveva scampo.

Ascoltare Merito era un vero piacere. Anche nei suoi silenzi, c’erano parole.

 

Guardò di nuovo il suo interlocutore dritto negli occhi. Non temeva più il suo sguardo.

Dopo un attimo allungò la mano verso il lago: ”Guardi ad esempio il lago, lo guardi attentamente. Vede come l’inoltrarsi della fredda stagione persuade il lago ad incupirsi”.

“Lo vedo” gli rispose Olmo

“Non è proprio questo” continuò “Che intristisce i buon temponi, i cosiddetti superficiali, gli eterni turisti. Turisti persino in casa loro”.

“Capisco” disse Olmo sommessamente.

“Esistono comunque individui che, scrutando il mondo attraverso i loro occhi, con loro, il mondo cambia.

S’accorgono magari delle nebbioline a fior d’acqua, laggiù in fondo al lago”. Disse Merito indicando di nuovo.

“Le vede sfiorate appena qua e là da leggeri raggi di sole? E non vede quei giunchi laggiù a riva, piegarsi dal vento?...Lo trova triste tutto questo?”

“Ma questo è un poeta” pensò Olmo automaticamente.

“Beh, visto così non direi proprio” fu il suo commento.

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Il desiderio e il bisogno

 

Finirono il pranzo. Il caffè e di nuovo in macchina.

Ormai il pomeriggio cominciava ad inoltrarsi.

Il traffico in autostrada s’era del tutto diradato.

Gli appuntamenti del pomeriggio di Olmo erano salvi.

Correndo, le parole di Merito ronzavano addosso ad Olmo. Merito taceva. Lo lasciava pensare…

 “… i libri hanno una loro ragione… una loro ragione…hm dunque…un libro di storia lo leggi perché vuoi sapere il passato… i libri didattici, meglio quelli. Sono più affidabili.

Fiumi di libri. Il libro esiste per trasmettere a molti il pensiero di pochi. Come se lo scrittore avesse l’opportunità di parlare attraverso il suo libro a migliaia di persone, e quando il libro è un best seller, a milioni…hm hm…anche il libro di Jonathan Livingstone…”

Olmo non poteva fare a meno di pensare al libro, era decisamente l’argomento della giornata.

Flash di immagini del racconto gli passavano per la mente. 

“Quel piccolo gabbiano di nome Jonathan, che passa tutta una vita a studiare il suo volo… a volare più di se stesso…

E poi… quanto è bravo lo scrittore, quanto è bravo Richard Bach a farti immedesimare nel protagonista... Jonathan che rischia di morire per imitare il volo del falco… un gabbiano che passa l’esistenza a volare un volo che non è il suo… perché vuole imparare a tutti i costi. Vuole imparare, vuole conoscere, esplorare.

Vuole volare voli mai volati da nessun gabbiano e per questo è radiato dal gruppo, dalla sua famiglia.

Resta solo per tutta la vita… scelta dura…”

 Poi gli torna alla mente la dedica dello scrittore: “A Jonathan. A quel gabbiano che giace dentro di noi”

“Per tanti e morto e sepolto” esclamò improvvisamente Merito.

“Chi è morto” fece Olmo attendendosi l’ennesima provocazione.

“Il gabbiano, quello dentro di noi.”

“Ma lo sa che stavo pensando la stessa cosa”esclamò Olmo

“Jonathan era l’unico di tutto il suo stormo” continuò Merito senza farci caso.

“Jonathan inseguiva una cosa rara purtroppo… inseguiva il reale bisogno del suo essere… non inseguiva il desiderio come fanno tutti…”

“Ma di cosa sta parlando” fece Olmo leggermente indispettito.

Merito con elegante noncuranza (ormai Olmo c’era abituato) continuava: ”Quanta confusione tra desiderio e bisogno”

“Ma che differenza c’è” chiese Olmo di rimando.

“Quasi nessuna per tanti. Una enormità per pochi”

“Lei parla così sempre per enigmi con tutti oppure…” lo provocò Olmo sorridendo,

Merito ricambiando il sorriso filò dritto dicendo: ”Il desiderio è pura emozione. Il bisogno, è avere ciò che serve davvero”.

“Continuo a non capire” fece Olmo quasi disperato.

 Ora il suo ospite parlava a raffica, come se avesse fretta.

Olmo aveva l’impressione che volesse terminare un certo discorso già preparato, per chissà quale incredibile motivo, prima che arrivassero a destinazione.

Fuori dell’auto il sole stava ponendosi nel suo rosso tramonto davanti ai loro occhi.

Gioco forza era il fatto che, la loro direzione puntasse verso ovest.  Bergamo era ormai vicina.

“In questo caso” continuò Merito “Non se ne può capire subito la differenza, se utilizziamo i soliti punti di vista. Vecchi schemi mantengono vecchie idee. Ma andiamo per ordine.

 

Quando ho fame, mangio. Se sento freddo, mi copro.  Questi sono bisogni”.

Merito scandiva incidendo.

“Ma se possiedo 30 camicie, ho davvero bisogno della trentunesima?

“Quando desidero molto di più di quello che mi serve, questo non è più un bisogno reale, ma semplicemente uno sfogo emotivo. È d’accordo?

In ogni caso, possedere cose futili o esagerate ricchezze, resta una scelta personale e, che questo sia condivisibile o meno, il problema sarebbe forse soltanto nel “come” abbiamo ottenuto ciò che possediamo.

Il desiderio forsennato di possedere cose futili, è visto dai moralisti come un peccato.

In realtà, diviene un peccato perché tale atteggiamento abitua il nostro pensiero emotivo ad avere la predominanza sul razionale, rendendo le nostre analisi sulla vita poco obiettive.

Tutto questo ci allontana dalla verità. Ed è un vero “peccato” non conoscerla.

 

Il desiderio e il bisogno li contraddistingue una sottilissima linea. La confusione è facile.

Fare chiarezza tra i due, sarebbe necessario, invece normalmente succede che:

ciò che desideriamo supponiamo di averne bisogno. Ma non è così!!!

Desiderare fortemente qualcosa è giusto, quando vuoi ottenerla, ma capire ciò che ci serve davvero è molto più importante.

Prima dovrei capire il bisogno, poi desiderarlo intensamente. Ecco, fu questa l’illuminazione per Jonathan.

Jonathan era in sintonia con i bisogni della sua Anima…e per quei bisogni ha lottato a lungo…l’unico modo per raggiungere la vera felicità.

Ci sono milioni di uomini che posseggono di tutto solo unicamente per desiderio. Molti di loro sono ugualmente infelici.

Questa umana pazzia, questa confusione, devia l’uomo dal sintonizzarsi su ciò che gli serve davvero.

E allora succede che colui che ha, vive infelicemente esattamente come colui che non ha. E questo succede da sempre a milioni d’individui”.

 

Merito disse questa cosa tutta d’un fiato. E Olmo faticò parecchio per metterla insieme ben tradotta nel suo cervello.

Merito si assicurò che avesse capito bene, ripetendogli la stessa cosa almeno tre o quattro volte, in diversi modi. Da uscirne pazzi.

 

Bergamo ormai era in arrivo.

“Senta, un’ultima cosa: mi dica signor Faro, siamo qui per spassarcela o altro…”

 

Merito tacque di nuovo, non parlò più. Lasciò Olmo così nel silenzio.

Lo accompagnò sino ad un parcheggio taxi, lo vide salire, salutare e andarsene.

Non lo rivide mai più.

Il beneficio del dubbio

 

Ognuno di noi avrà pensato almeno una volta nella vita agli angeli custodi.

Si sarà posto delle domande. Da bambino soprattutto. E poi magari da adulto, anche forse solo per infantilismo.

D’altronde, la nostra cultura occidentale filo cristiana ne è piena.

Da bambini immaginiamo che siano delle entità dell’aldilà che non vedi ma che sono sempre, pronti a proteggerti in ogni momento.

Questo è almeno ciò che ti raccontano.

Poi da adulto ti vien da pensare che siano tutte fandonie.

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Per ciò che riguarda a Olmo, egli non aveva mai dato importanza a questa cosa.

Aveva sempre pensato che non è mai stato importante crederci o no.

Il fato di crederci non ne presume l’esistenza. Di contro, il non crederci, non può essere prova d’inesistenza.

Quando si credeva che la terra fosse piatta, questa non cambiava il fatto che, in realtà, era tonda.

“Se gli angeli non li posso vedere ”pensava, ”Di cosa mi preoccupo.

Anche all’atomo, non si credeva finché non è stato visto.

Forse un giorno vedremo anche gli angeli. Chi lo sa.

La scoperta dell’atomo in realtà non esiste. L’atomo è sempre esistito.

Ciò che è stato scoperto era il metodo per poterlo vedere”.

Esempi particolari di questo tipo sono innumerevoli, per non parlare poi dei miracoli: bambini che cadono incolumi da palazzi, incredibili guarigioni, eccetera.

Però esistono posti di questo mondo dove la mortalità infantile è terribile. Dove i bambini muoiono con il ventre gonfio dalla fame e gli occhi divorati dalle mosche.

Dove sono gli angeli per loro?

Forse è per questo che da adulti smettiamo di crederci. O forse dovremmo essere noi gli angeli per loro…muoiono in quel modo atroce per dirci qualcosa…”

 

Merito aveva sicuramente scosso qualcosa nell’animo di Olmo. Un vero terremoto.

Tutti quei pensieri di angeli gli turbinavano dentro l’abitacolo dell’auto e dentro il cervello.

Olmo non trovava pace, e non gli andava nemmeno di accendere la radio, dopo quell’incredibile giorno, gli sembrava futile, irriverente.

Non gli andava di distrarsi, ne tanto meno dimenticare. Forse solo un po magari. Forse solo il disagio naturale d’impotenza, per non aver potuto fare nulla per aiutare qualcuno dell’incidente della mattina. D'altronde, come avrebbe potuto. Fermare la macchina in quel frangente in corsia di emergenza, lo sanno tutti che sarebbe il caos.

Lo consolava solo il fatto di avere soccorso Merito. Beh, di avere avuto la fortuna di aver dato un passaggio al signor Merito.

 

La luce del corto pomeriggio d’autunno si spense presto. Il buio pesto e la compagnia della nebbia non tardarono.

Finito il lavoro, Olmo se ne tornava come al solito a casa. Certamente quel dì non era stato un giorno qualunque.

Il lavoro del rappresentante lo fai perché lo scegli. Lo fai perché pensi che ti dia una certa libertà.

Poi ti accorgi, quando lo fai davvero, che, se fatto come si deve, è molto impegnativo e in realtà poco libero.

La libertà che cercavi all’inizio del mestiere la trovi dentro un caffè o nella pausa pranzo.

Di rimando, se fai i soldi, sopporti tutto. Ovviamente in relazione a quanto ti costa, ciò che fai.

Ma in ogni caso, se ti piacessero poco le public relation o i milioni di chilometri in macchina, nebbia, pericoli eccetera, meglio lasciar perdere..

Di sicuro una cosa: se lavori nel nord d’Italia, devi fraternizzare con la nebbia, fartela amica, conoscerla, capire quando puoi e quando non puoi.

La nebbia è sempre diversa, estesa, improvvisa. Di giorno una cosa, di notte un’altra.

Di giorno la nebbia in realtà è più pericolosa che di notte, almeno per Olmo. Specialmente fuori dell’autostrada in piena campagna. E se non conosci dove sei è ancora peggio.

 

Tante volte Olmo si era trovato improvvisamente davanti all’auto in pieno giorno, un muro letteralmente bianco, con nulla intorno. Nessun punto di riferimento, cartelli, nulla. Hai la sensazione di essere in un labirinto tutto bianco.  Della strada davanti a te non sai nulla e il dubbio ti assale. Fermarsi oppure no. Numerosi incidenti nella nebbia, sono provocati dal fatto che la gente presa dal panico, improvvisamente si ferma perduta in mezzo alla strada.

 

Di notte invece, la nebbia in autostrada è diversa. Forse più densa ma diversa.

È come se creasse una sorta di tunnel dove t’infili con le altre auto in una cordata.

Esattamente come in un’escursione con amici in alta montagna, dove il capo corda è la prima auto davanti a te.

Le luci posteriori rosse antinebbia della sua auto, sono la corda dove ti reggi.

I tuoi occhi non la mollano mai un istante. Sei li, tutto concentrato.

Hai la sensazione che gli altri automobilisti percepiscano la stessa cosa. Il tempo si ferma.

Devi solo arrivare sano e salvo a destinazione, ed anche quella sera, Olmo tornava a casa.

 

Sembrava una serata di ritorno come un’altra, ma questa volta non lo era.

Olmo non immaginava per niente, che le sorprese non sarebbero finite.

Rallentò per l’ennesima volta. Stavolta sino a fermarsi.

“Vuoi vedere che è l’incidente di stamattina?” Guardò l’ora: le 20 passate. Non che fosse tardi, c’era abituato. Ma quella sera aveva proprio voglia di mollare, essere già a casa.

Non aveva più voglia di niente. Quando basta, basta. Quando hai fatto il pieno ti prende la voglia di spegnere dove sei, di interrompere quel momento con il clic di un interruttore.

Purtroppo a volte è il destino che decide per te. Quando si dice la forza del destino…

Passi la vita a programmare… e il più delle volte ti va anche bene… ma poi qualcosa ti frena, ti devia. L’imprevisto se davanti a te lo gestisci, ma se dietro l’angolo…

 

A volte viene da pensare che il destino esista davvero, ma che sia suddiviso in due parti: ciò che ti capita e ciò che decidi di fare di quello che ti capita.

Olmo quella sera era li, fermo, il destino aveva fermato la sua auto.

In quel caso l’unica decisione autonoma che poteva pigliare, era prendere a pugni il parabrezza della macchina oppure far buon viso a cattiva sorte (come diceva suo padre).

Oh certo! Poteva anche decidere di piantare lì tutto e andarsene a piedi per le campagne o chi sa quali altre cose ancora.

Oggi l’ente autostradale aiuta molto di più gli automobilisti, con avvisi, deviazioni, cartelli eccetera, ma il fatto era che la sua auto era li, ferma, e non poteva farci niente.

Chissà cosa avrebbe da dire il signor Merito a proposito di questo appetitoso argomento.

A Olmo sarebbe piaciuto discutere con lui di tutte le cose che gli frullavano per la testa. E chi non ne ha. E chi non ha dubbi…

 

Il dubbio se non lo temi crea domande. Con la conoscenza sempre davanti ad un passo a te, come fai ad non avere dubbi. Siamo tutti ignoranti al cospetto della conoscenza, eppure…

Quasi fosse una paura antica. Riusciamo a concepire il fatto di essere, come uomini, destinati all’ignoranza perpetua, ma non sappiamo purtroppo concederci quest’umile consapevolezza, perché dare per scontato tutto, addirittura anche ciò che sappiamo non conoscere, ci rende assurdamente sicuri di noi stessi, concedendoci la presunzione di poter dare un volto a Dio.

Si. Una paura atavica dell’ignoto, ma in verità bisognerebbe capire che non esiste nulla al mondo che non sia nata da questa paura. L’ignoto è il seme del dubbio certo, ma proprio con questo seme che la domanda può nascere, ed è la domanda la madre di tutte le scoperte.

Senza domande non cerchi risposte, e i dubbi non dissolvono.

Il dubbio se non lo temi crea domande. Inseguendo costantemente la conoscenza, è impossibile non avere dubbi e domande.

La curiosità e il dubbio sono necessari, e quando non sei un eterno incerto, quando non ti lasci sopraffare, si trasformano in autentico beneficio.

Poi, esistono uomini che hanno solo certezze e danno tutto per scontato. Difficile, che costoro possano avere domande interessanti, difficile che facciano scoperte.

Si. E anche vero che tutto, se usi la ragione, diventa prevedibile, programmabile, ma certamente no, per ciò che non conosci. Specialmente l’imprevisto…

 

…“Il Signor Merito, chissà se lo rivedrò ancora” si chiedeva Olmo mentre era fermo ad aspettare.

Guidare nella nebbia lo aveva aiutato un po' a non pensarci.

Merito era piombato nella sua vita in un modo piuttosto rocambolesco.

“Se era destino che mi capitasse” pensava “Poteva capitarmi in un modo diverso, più normale. Chessò io…magari nel lavoro…un collega…un cliente e invece…e pensare che Merito poteva scegliere chiunque. Eravamo in tanti fermi lì in macchina…certo che, se non fosse stato per quel momento particolare, per quella camicia macchiata di sangue… quel suo fare così carismatico…mi avrebbe colpito così a fondo? Non so…forse nò. Forse ero troppo occupato a far soldi…a farmi spazio nella mischia di questo pazzo mondo”.

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Questo pazzo mondo. Siamo noi a renderlo così pazzo.

Passiamo una vita a correre e non sappiamo per niente com’è.

Come fai a conoscerlo se non ti fermi. Se non lo guardi, annusi, se non lo senti.

Una volta che salti su nel carrozzone, il mondo gira all’impazzata senza mai fermarsi.

Proprio come quando corri in macchina. È impossibile soffermarsi nei particolari.

Guardi il mondo fuori dal tuo parabrezza sommariamente, perché lo scorrere dell’auto è più veloce del tuo occhio.

Come quando ti passa davanti una ferrari ai 300 all’ora. Neanche quasi il colore non riesci a distinguere.

Solo quando è ferma la puoi ammirare in tutto il suo splendore…e comunque, anche se fosse…prima bisognerebbe avere la voglia di osservare, e normalmente  la voglia di osservare nasce quando ritieni sia necessario. E poi ognuno di noi osserva di solito ciò che lo attira più fortemente.

Posso essere attirato dal rosso ferrari di un’auto parcheggiata sotto una maestosa quercia, mentre il mio amico botanico osserva estasiato la quercia, ignorando completamente il bolide… e c’è di più.

Già di per se la capacità di osservare va addestrata, figurarsi quando non ci pensiamo proprio per niente.

 

Un quadro di Van Gogh, Matisse, Picasso. Sappiamo già da noi che in quel dipinto c’è tutto un mondo a se. Lo osserviamo ammirati quel mondo. Magari con meraviglia, nella certezza che, dato lo stupore che sentiamo emotivamente per quel quadro, siamo quasi certi di aver capito il suo contenuto.

Poi, un esperto d’arte, ci fa notare particolari che non abbiamo colto e il quadro assume tutt’altra dimensione. Mai capitato? (sarebbe saggio rileggere le ultime sei righe)

La vita è come un gran dipinto che tutti noi osserviamo senza sapere nulla di pittura.

E per di più, siamo anche certi che, quello che vediamo, è tutto quello che c’è da vedere.

Il traffico cominciò finalmente a muoversi. Lentamente era chiaro.

Quando rimani così fermo così a lungo, riparte sempre lentamente. Soffermandosi e ripartendo.

Dopo un po, carcasse d’auto lungo gli ambedue i lati della strada.

E si, era proprio l’incidente della mattina.

Fiaccole accese della stradale, a terra nella nebbia.

Le carcasse d’auto bruciate, accumulate una sopra l’altra, sembravano spettri.

Colpi di sirena. C’era ancora molto da fare, nonostante il lavoro di sgombero che durava da un giorno intero.

Gli automobilisti sbirciavano attoniti in silenzio. Olmo compreso. Una strana sensazione s’insinuava forzatamente nelle loro emozioni.

Ogni avvenimento scaturisce emozioni anche se non sei coinvolto personalmente.

Che siano avvenimenti umani o altro, per chi li osserva, direttamente investito o no, sono sempre propulsori d’emozioni.

 

A volte le emozioni che senti sono difficili da definire. Molte di queste, non sono facili da spiegare nemmeno a se stessi.

In quel caso, nel bel mezzo dell’incidente, l’emozione che assaliva Olmo, era un misto tra tristezza e sollievo per essere sfuggito da un disastro per un pelo. Di averla scampata o chissà cos’altro.

Era un sentimento confuso tra la gioia e il dolore, e quasi si sentiva in colpa per quella lieve sensazione di sollievo per averla scampata.   

 

Quante volte è capitato nel suo lavoro questa situazione. Quante volte ha sfiorato grossi incidenti, e tutte le volte passava osservando quasi pigramente, tanto c’era oramai abituato.

Magari tentando d’intuire la causa dell’impatto, forse per abitudine o forse per una sorta di capacità di fare prevenzione. Capire per poter evitare.

 

Questa volta però era diverso. Questa volta aveva il tempo di pensare un po’.

Procedendo lentamente guardava a destra e a sinistra. Auto ovunque. Non scorgeva anima viva…ne morta, o almeno così sembrava, e il buio e la nebbia non davano certo una mano.

Fermarsi era impossibile. Si procedeva a colonna unica, forzatamente lentamente, figuriamoci.

Olmo osservava tutte quelle auto disastrate, contorte, bruciate, accatastate l’una sull’altra gli davano la sensazione di essere piombato, in un agghiacciante panorama di guerra.

Dev’essere la guerra della pace” pensò, “ma abbiamo davvero così bisogno di affannarci così tanto, fino ad ucciderci in questo modo?”

 

Accendere la radio diveniva quasi dissacrante. Era come accenderla in chiesa durante un funerale, e non pensare alla morte, era impossibile.

Si certo, della morte puoi esserne sereno fintantoché non ti muore una persona cara.

Quando ti muore una persona che ami profondamente, allora è terribile. Il mondo ti crolla addosso, e a volte la persona è così importante per te che vorresti morire.

Questi sono sentimenti umani. Generalmente chi non ama in questo modo nella propria vita, probabilmente è solo.

Si può sempre morire da un momento all’altro, questo già lo sappiamo.

Eppure alla morte non è facile pensare. Come se ci toccasse una sorta di immunità a questa cosa.

Ma quando ti muore una persona cara, le cose cambiano. Poi il tempo cancella.

Giustamente si torna ad una vita normale. Lavoro, passioni, gioie. Si pensa alla vita di nuovo e alla morte non ci si pensa più. 

La stessa cosa sono gli incidenti stradali. Quando li incontri passi oltre, senza darci peso più di tanto.

Guardi con compassione ma nulla di più, per fretta, per tutto.

Ma Olmo era li. Naturalmente con la speranza di uscirne presto, come tutte le volte che era in coda d'altronde.

Per fortuna la fila procedeva, a rilento ma procedeva. Questo era già un sollievo.

A volte non c’era nessuno, ne fiaccole a terra ne poliziotti. Solo carcasse d’auto.

Poi intravedevi nella nebbia poliziotti e pompieri indaffarati. Ora pochi, ora di più.

Olmo, sentiva che la solitudine in quel frangente cominciava a pesargli. Certamente due chiacchiere in quel momento le avrebbe fatte volentieri con qualcuno.

 

Strano a dirsi ma, proprio un esperto di public relation, con addestramenti full immersion come macigni, passava invece ore e ore in compagnia soltanto della propria persona.

Olmo ricordava la fatica dei primi anni ad abituarsi alla solitudine, però dopo pochi anni di gavetta, si rese conto che nonostante tutto, da solo ci stava assai bene.

Quella sera di nebbia invece, era un momento particolare, tutto era sconvolto.

Passare lentamente in mezzo a quelle rovine si sentiva a disagio.

La lentezza dell’auto, quelle ferraglie contorte accatastate una sull’altra, la nebbia, il buio…sembrava un tunnel senza fine.

Allora pensava al Signor Merito, forse per abbinamento dato che la mattina di quel giorno era spuntato dalle quelle stesse rovine che stava osservando.

Certo che condividere con lui quei momenti particolari sarebbe stato curioso. Merito senza dubbio avrebbe trovato senz’altro qualcosa da dire.

Sulla fatalità magari, o sulla morte. Oppure lo avrebbe distratto con chissà quali argomenti.

Tornò al mattino quando improvvisamente comparve nella sua auto (e nella sua vita).

Incredibile come mi stimolò forzatamente a guardare il mondo con altri occhi” si sorprese Olmo a dichiarare a voce alta “Come mi spinse a pensare al gabbiano di Bach… che pazzo, saggio uomo quel Merito”

Olmo aveva la sensazione che Merito stesse aspettando proprio lui.

Che strano essere era…con quella apparizione poi…come se venisse dal nulla…come se non abitasse su questa terra…”

 

Per molto tempo dopo, quando Olmo passava per Bergamo con la macchina in giro per la città, lo cercava gettando lo sguardo qua e la. Tra il traffico, tra i negozi.

Avrebbe potuto almeno chiedergli il numero del suo cellulare, ma stranezza volle che in quel momento di commiato tutto fosse strano, era come assente, come se il tempo con Merito si fosse fermato, come se non fosse stato proprio un addio, come se quel fatto che se ne andava non stesse accadendo.

Quella sensazione non lo abbandonò più, ogni volta che pensava a Merito.  

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Naturalmente il filone dei pensieri erano le parole del signor Merito. Parole che Olmo sentiva importanti.

Problema era come collocarle nella sua vita.

Come poteva Merito dichiarare che Olmo desiderava per se cose di cui in realtà non ne aveva bisogno? Certamente non è facile capire, quando i tuoi bisogni in realtà sono desideri emotivi.

Pensare che la sua vita era improvvisamente cieca gli dava un senso di nausea.

Come puoi accettare di aver vissuto solo futilmente per 40 anni?” Si disse Olmo.

 E anche se quel personaggio gli era in un certo senso caro, questo lo mandava profondamente in crisi, in bestia.  

Quello che desidero nella vita sono certo di saperlo recitava Olmo ad alta voce a se stesso, “E non posso di certo negarmelo. Lavoro sodo per una casa più grande, soldi, viaggi con la mia famiglia. E poi, c’è tutto il mondo che corre per queste cose, perché dovrei darmene pensiero.

Il lavoro l’ho scelto, quindi mi piace anche. Dove vuoi che sia la felicità se non qui? Solo per il fatto che avrei raggiunto di certo queste cose, mi regala già un’intensa sensazione di felicità…ma...”

 

Un dubbio lo prese a tradimento, Olmo rallentò un attimo i suoi pensieri impetuosi. D’improvviso ebbe da ridire a suoi stessi pensieri, come se stesse maturando qualcosa… un attimo dopo gli venne da pensare…

…Già l’obbiettivo mi rende felice…hm…Come posso essere felice a furia di correre? Come può essere l’eccitazione per un obiettivo, una sensazione della felicità?...quanti obbiettivi ho posseduto tra le mie mani mentre la felicità svaniva?...ah ecco”

 Olmo diede un forte pugno al volante.

Ecco il meccanismo contorto: vivo la sensazione di felicità attraverso lo sforzo per raggiungere obiettivi. Una volta raggiunti, ne cerco altri…caspita” si sincerò con se stesso

vuoi vedere che scambiamo l’adrenalina per la felicità?”

 

Di che cosa dunque aveva bisogno, Olmo.

La domanda era forte nel suo cervello. Dubbi sulla percezione della sensazione di felicità si fecero importanti.

Quanta confusione nel rapporto dell’uomo con se stesso.

Certo che l’adrenalina, quella leggera eccitazione mista ad emozione, cerchiamo in ogni modo che sia costante. Come se fosse benzina per il motore umano. E chi si muove senza. Abbiamo bisogno di motivazioni, altrimenti tutto diventa pesante…difficile…senza colori.

Ok, ma questo non faceva tornare per niente i conti. La non felicità del mondo parlava chiaro.

Anche se non s’intravede alcuna soluzione, questa diventa la conclusione più ovvia.

Da tempo Olmo non aveva così tanti dubbi. Merito di Merito.

“Vuoi vedere che Merito ha proprio ragione? Vuoi vedere che devo anch’io capire il bisogno della mia Anima esattamente come Jonathan?”

 

Si era intanto fatto tardi. Olmo ebbe così il tempo di pensare a lungo.

La nebbia non mollava e la fila sembrava non finire mai.

File così ne aveva fatte ancora, avrebbe dovuto esserci abituato. Ad un certo punto prendi e te la metti via. Il tempo assume caratteristiche diverse. Dipende solo da te.

Olmo aveva imparato con l’esperienza a lasciarlo scorrere. Quando sei in apprensione e hai fretta il tempo non passa mai, se accetti la situazione e ti lasci andare ai pensieri, il tempo che prima non passava mai, diventa più veloce.

Una sorta di teoria della relatività, fai da te. In effetti, la sensazione del tempo è diversa in ognuno di noi.

 

Finalmente il traffico cominciò a procedere più speditamente. Nebbia permettendo s’intende.

Via via la fila cominciava a scemare. Le corsie divennero di nuovo due (all’epoca nella Milano Venezia c’erano soltanto due corsie)

Olmo cominciava ad essere stanco. Guardò automaticamente l’orologio: le 23 passate.

Però” esclamò tra se e se “tre ore filate di coda”

Telefonò a casa. Due rassicurazioni e poi via di nuovo nel tunnel della nebbia per il suo ritorno a casa.

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Il ritorno a casa

 

Ricordava un bellissimo albero. Era una quercia maestosa.

Era nata proprio ai margini dell’autostrada.

Olmo ricordava che il suo grosso fusto si piegava leggermente verso l’autostrada come a spingere la sua folta chioma verso gli automobilisti.

C’era da immaginare che fosse stata li in quel punto da anni. Forse quasi cento.

Il destino la fece nascere proprio in quel promontorio vicinissimo al margine dell’autostrada, così tutti potevano ammirarla.

Si poteva notare subito, anche arrivando da lontano.

Era situata un momento prima di una leggera curva e, data la posizione, veniva da pensare che,  con il progetto base della viabilità, avessero idealmente costruito per lasciarla in vita.

Come se avessero deviato apposta l’autostrada in quel punto.

 

Olmo per la verità se ne accorse tardi della sua esistenza. Passava distrattamente, come milioni di altri automobilisti, vicinissimo alla sua folta chioma.

Chissà perché comparve improvvisamente nella sua consapevolezza, (forse dopo la rapina) comunque non la lasciò più.

L’ha salutata per anni quella magnifica quercia. Ora non c’è più.

 

C’era anche una chiesetta (questa c’è ancora). Una piccola chiesetta in tutt’altro posto.

Si trova in cima ad un promontorio, proprio di fronte all’autostrada che invece, trovava ogni sera nel ritorno a casa, e quando la vedeva era segno che era arrivato a casa.

Domina tutta la valle. Era stata costruita forse duecento anni prima della costruzione dell’autostrada.

Il fato volle che la sua visione fosse predominante se si arriva da ovest verso est.  

Specialmente di sera, non si può non vederla, vista l’illuminazione generosa voluta da qualcuno.

Quando Olmo la incontrava con lo sguardo aveva la sensazione che gli dava il ben tornato.

 

Nonostante la nebbia anche quella sera la intravide un momento.

La vide lassù in collina. Come tutte le sere la chiesetta aspettava l’arrivo di Olmo.

Uno squarciò nella nebbia si aprì, giusto il tempo di uno sguardo.

Nel vederla Olmo piombò laggiù lontano nei ricordi della sua infanzia, (era stato cresciuto con severa rettitudine dalle scuole ecclesiali) dove aveva imparato come la preghiera potesse essere anche una richiesta d’aiuto. 

 

Nonostante le scuole dai preti, Olmo non era mai stato un fervente religioso.

Come tanti coetanei era coinvolto, non per scelta, ma per cultura e socializzazione.

In verità si sentiva da sempre laicamente predisposto.

Finito l’obbligo dei dogmi cristiano sociali, (battesimo, cresima eccetera) si dedicò con più passione alla ricerca del libero pensiero.

Da adolescente come ribellione naturalmente. Come scelta poi.

In ogni caso e ad ogni modo, non aveva mai rinnegato Dio. Gli insegnamenti di Cristo li riteneva molto interessanti.

Ancora oggi, li vive semplicemente come filosofia comportamentale e di pensiero. Laddove sente di farcela naturalmente.

Come ad esempio la preghiera che considerava una delle poche cose religiose che gli erano rimaste dai tempi dell’istituto.

Olmo pensava che pregare non era del tutto irragionevole, nemmeno per un laico per l’appunto.

Tutti possono pregare” diceva “Non credenti compresi. Paradosso? No affatto. Se non posso dimostrare che Dio esiste, tanto meno posso dimostrare che non esiste”.

Si riteneva laico certo, ma solo per amore del buon senso.

Allora il suo laico vivere era attraversato da convinzioni nate in seno al cosi detto buon senso.

Come tanti del resto, e poi, se esiste un paradiso, perché mai non dovrebbe ricevere un uomo che ha vissuto la vita all’insegna dell’altruismo pur non credendo in Dio? Questo pensava Olmo.

Inoltre, giusto per il merito di questo suo sentire, riteneva la preghiera un mezzo per entrare in comunicazione con se stessi, con il sub conscio di se stessi.

E poi è anche vero che storicamente la preghiera nasceva come meccanismo psicologico per entrare in uno stato meditativo.

La preghiera è semplicemente una richiesta d’aiuto a qualcosa, quando senti che non puoi farcela così come sei”

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Olmo era convinto dell’esistenza di un mondo sconosciuto, dentro se stessi.

E che in questa recondita parte umana, vi fosse celato tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno.

D'altronde, che senso avrebbe la conferma scientifica dell’uso del dieci per cento delle capacità del cervello da parte dell’uomo? Come raggiungere allora, queste capacità nascoste? E perché la preghiera, non potrebbe gridare l’aiuto richiesto, aprendo la botola che conduce in questa dimensione? E chi altri lo dovrebbe fare se non noi stessi, dentro noi stessi?

 

Olmo guardò di nuovo verso la collina e ancora il regalo di un attimo si rese disponibile tra la nebbia.

Mentre guardava nella frazione di un secondo la chiesetta illuminata, il cuore gli fece un balzo.

Afferrò al volo quel balzo, in un concetto flebile ma illuminante, di un’idea.

 

Ho bisogno di una strada maestra. Di una strada di cui potermi fidare. Anche se faticosa, in salita o altro, ma di una strada che mi porta sicuramente verso la mia evoluzione”.

 

Ecco, era questo. Ma dove l’avrebbe mai trovata questa strada, e poi era un concetto così vago, così astratto, quasi la solita aria fritta. Meglio la salute, i soldi, una solida famiglia. Che altro?

Eppure Olmo sentiva quella cosa molto importante. D'altronde il Signor Merito aveva solo aggiunto l’ultimo pezzetto in un puzzle ormai finito. Quando l’allievo è pronto il Maestro arriva.

Caparbiamente Olmo, si rivedeva la vita vissuta a tirare la carretta con buoni risultati, ma intimamente con poca convinzione. Si, la vita non poteva essere solo lavoro e soldi.

Aveva pensato questa cosa parecchie volte, ma senza troppa importanza. Lavorando sodo non gli mancava nulla, ma dentro si sentiva fermo. Qui il suo amico Merito aveva scavato nel burro.

Olmo si sentiva fermo, semplicemente una sensazione. Una leggera sensazione di non sintonia con se stesso che leniva, dimenticava buttandosi nella mischia.

Improvvisamente quel giorno, quella notte divenne molto importante.

Doveva trovare ciò di cui aveva bisogno davvero. Non ciò che desiderava, ma ciò che aveva bisogno.

    Il destino è formato da ciò che ti capita e ciò che fai di quello che ti capita.  

&&&

 

La rapina

 

Finalmente il casello. Finalmente casa. Era ormai  mezza notte passata.

Stanco e affamato ma con il casello dell’autostrada davanti ai suoi occhi.

Poche macchine, data l’ora. Passò sollevato. Ancora nebbia, fitta da morire, ma casa sua ormai era vicina.

Lo aspettava un’amara sorpresa purtroppo.

Fece prima una capatina al solito caveau (grande cassaforte murata)

Era commerciante orafo, il suo mestiere naturale.

Nato in una cittadina (Vicenza) dove la produzione di oreficeria era forse una delle più prolifere di tutto il mondo, si fondava su un consumo di oro puro quantificato in diverse tonnellate d’anno. C’erano laboratori ovunque.

 

Da ragazzino passava i pomeriggi a giocare nel laboratorio orafo del padre di un suo compagno di scuola. Per Olmo fare l’agente orafo gli era del tutto congeniale.

La passione di quel mestiere erano le gemme.

Imparò prestissimo a distinguerle. Le trovava di un fascino misterioso, come tanti, del resto, ma che diventi anche un redditizio mestiere, allora ti piace anche di più.

 

Con l’esperienza si era specializzato sempre più. E i suoi clienti negozianti, lo ricevevano molto volentieri per le sue capacità di portare prodotti di pregio ad un prezzo del tutto soddisfacente.

Molte volte attraverso la sua capacità di negoziazione, migliorava la qualità del negozio e quindi, di conseguenza, anche la clientela del negozio stesso.

Olmo considerava questo fatto la sua soddisfazione più grande.

 

Era arrivato. Rallentò e girò a sinistra per entrare nella stradina di ghiaino.

Casa sua era una villetta sorta da trent’anni in mezzo ai prati di periferia. Poi, con l’evento del futuro di tutte le città, la periferia fu città.

Era circondata da palazzi. La sua casa pareva fuori del tempo. Bassa in mezzo a quei palazzi, pareva un’oasi tranquilla, quasi un’isola solitaria.

Olmo aveva il suo orticello dietro casa che coltivava con passione.

Era consapevole della sua rarità in mezzo a quelle case, e forse il sole faticava parecchio ad aiutarlo nel tirar su broccoli ed insalate. Ma il fatto di coltivarlo gli dava la sensazione di tenere lontano l’oppressione dei palazzi vicini.

 

Il suono del ghiaino sotto le ruote gli era del tutto familiare.

Il cancello rosso era chiuso. La finestra di casa che dava in stradina accesa.

Eccomi finalmente” pensò sospirando “Sicuramente la fine di una lunga giornata”

Scese per aprirlo, il motore dell’apertura del cancello era guasto da qualche giorno.

Parcheggiò la macchina in giardino. Spense il motore.

Stava per riscendere di nuovo, quando notò la canna di un fucile a due spanne di distanza, direttamente puntato sul vetro del suo finestrino.

C’era un uomo con il viso coperto da un passa montagna. Un fucile a pompa era puntato dritto sulla faccia di Olmo.

 

Nel suo mestiere d’orafo le notizie delle rapine erano all’ordine del giorno.

Molti dei suoi colleghi ne avevano subite. Anche più di una.

Conosceva un piccolo laboratorio che ne aveva subito quasi una decina. Roba da farci il callo, se non ne esci pazzo prima.

 

Diverse rapine erano violente e qualche volta ci scappava il morto. Nel mestiere, tutto nella norma.

 

In quanto ad Olmo, lui sperava che non gli accadesse mai naturalmente, e per un po di anni l’aveva fatta franca.

Una cosa di sicuro aveva sempre sperato non gli capitasse mai: una rapina nella sua casa, con i propri figli e la sua compagna presenti.

Invece il destino in questo caso gli fu avverso. L’odioso imprevisto in agguato.

 

Pareva un commando. Un vero commando. Erano in assetto da guerra.

Fucili a pompa, corpetti antiproiettili e passamontagna. Come in un film.

Anche a distanza d’anni, ricordare quei momenti gli venivano i brividi.

Erano in cinque, veri professionisti.

Fu invitato a scendere dalla macchina. Olmo decise in un lampo che quella era una cosa che doveva finire in fretta.

La vita dei suoi cari aveva la priorità su tutto, non solo, ma bisognava anche evitare a tutti i costi che gli eventi si trasformassero in tragedia psicologica per i bambini.

Salendo le scale notò che indossavano scarponcini da lagunari. Di quelli con le fibbie alte verso il polpaccio. Veri marines.  

Calcolare quella situazione di estremo pericolo forse era impossibile per chiunque. Soprattutto se il pericolo estremo, arriva all’improvviso. Dal nulla.

C’è da pensare che nessuno dei comuni mortali possa essere in grado di capire quello che deve fare quando il pericolo diventa estremo, nuovo e improvviso.

In quei momenti il tempo diventa irreale. Gli attimi che passano ti sono sconosciuti…ti confondono.

Ti muovi come un automa dentro una dimensione che non riconosci, e non riconosci nemmeno te stesso.

Solo in quei momenti magari il vero te stesso può apparire. Quello che sei, senza la tua razionalità di sempre, può essere più vero. Una sorta di “vino in veritas”

Sono istanti dove l’istinto dovrebbe arrivare in soccorso per aiutare il malcapitato ad agire solo nel necessario.

 

Salirono in casa, uno di loro alle sue spalle, l’altro davanti.

Arrivati sul pianerottolo adiacente alla porta d’entrata, il tizio davanti cominciò a dare dei potenti calci all’uscio.

A quel punto Olmo sorprendendo se stesso, prese in mano al situazione. Voleva fare di tutto per pilotare l’avvenimento.

D’improvviso s’inserì tra la porta e lo scalmanato. Gli premeva che la bambina più grandicella non subisse alcun trauma.

Era così concentrato nell’azione che non si accorse che non tremava per niente. Sua figlia in quell’istante era l’unica cosa che contava. Più della sua vita stessa.

Il valore delle cose lo compriamo, quando le perdiamo” gli disse un vecchio saggio, quando si recò nell’isola di Cipro tempo dopo.

È un ragionamento ragionevole. Una borraccia d’acqua assume un valore inestimabile in pieno deserto questo lo sappiamo tutti molto bene, ma le cose nella teoria hanno spesso un valore limitato, scontato, ma quando sei lì davvero a 50 gradi e l’ultima goccia di quella borraccia è tutto ciò che hai, allora quel valore ti entra davvero nel sangue.

Un bicchiere d’acqua non sarà mai più un semplice bicchiere d’acqua.

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“Si calmi la prego, ho le chiavi” esclamò senza incertezza.

Inserì con gesto preciso le chiavi nella toppa. La porta si aprì. Olmo si girò di scatto verso l’uomo che pareva essere il capoccia e lo guardò dritto negli occhi.

 

Gli dissero più tardi, quando era seduto dalle forze dell’ordine, che doveva essere il capo della banda Bassotti.

Durante una rapina, normalmente è sempre quello che agisce di prima persona, il capocchia del gruppo.

Olmo non aveva mai visto occhi così.

Quando passi la vita a conoscere persone ti fai sempre i tuoi punti di riferimento.

Poche cose. La stretta di mano e lo sguardo lanciato un attimo negli occhi del tuo interlocutore diventano importanti.

Di solito senti subito che qualcosa non va, lo noti durante la stretta di mano e il contatto con gli occhi.

Tra te e lo sconosciuto passano messaggi che normalmente sono taciuti. In qualche modo già senti se ti puoi fidare o no.

D'altronde, quando conosci per la prima volta una persona, non puoi nemmeno esser certo del contenuto delle sue parole, e allora devi confidare nelle tue sensazioni.

Se vuoi “sentire” devi dare modo al messaggio di arrivare. Devi aprirti e lasciare che l’informazione che non conosci passi da se. La sensazione che rimane è il messaggio.

 

Olmo lo guardò dritto negli occhi. Non dimenticherà mai più quell’istante.

Era come sporgersi a guardare il fondo di un pozzo in disuso, dove lo sguardo fatica ad entrarci per il buio intenso del pozzo stesso.

Senti, nel sporgerti, l’eco del tuo respiro e, in un attimo, un alito fetido che dal fondo sale verso te, mentre intravedi qualcosa laggiù nel fondo, e non sai se è melma o acqua putrida…

 

Esattamente Olmo non ebbe idea quanto durò quei momenti da brivido. Forse non più di cinque minuti. Lui e sua moglie erano quasi d’accordo su questo.

Da parte sua, Olmo fece di tutto perché finisse presto.

Quando realizzò che era tutto finito, ebbe la sensazione di un estremo senso di vittoria. Come se Olmo avesse vinto la partita e i bastardi perso.

Non lo dimenticò più.

Come non dimenticò la ricchezza dello sguardo dei suoi figli su di se.

Si abbracciarono in silenzio. Sua moglie piangendo baciava lui e i bimbi. Olmo faceva lo stesso.

Il valore più grande era salvo. Il giorno più lungo della sua vita era prossimo a finire.

                            Il valore delle cose si compra, quando lo perdiamo.  

///

Viaggio a Cipro

 

Da ragazzo, Olmo aveva frequentato per un certo periodo una scuola d’arti marziali. Si trattava esattamente del Tai – Chi Chuan.

Come tutti i ragazzi, frequentò inizialmente quella disciplina per imparare l’auto difesa. Poi con il tempo capì che l’aspetto peculiare di quello sport era ben altro.

Un altro motivo di quella frequentazione era che, dato il suo futuro mestiere, l’agente orafo, era sicuro che, alla fine, avrebbe avuto certamente bisogno della capacità dell’autodifesa. 

Si accorse un attimo più tardi, che in realtà molte lezioni erano tenute perché i ragazzi imparassero ad usare il cervello, prima dei pugni.

 

Per molto tempo le lezioni si tennero sotto il profilo, osservato poi da Olmo, più spirituale che agonistico.

Le lezioni teorico – pratico erano tenute da un vecchio cinese alto appena 1,50. Un certo Yao Ling, il quale teneva le lezioni inserite per ore, sulla sensibilizzazione dell’aspetto umano e psicologico.

Naturalmente non mancavano lezioni storico – cinesi, per non parlare poi della preparazione fisica sul tono ed elasticità dei muscoli.

Esercizi di stiramento dei muscoli, lezioni del movimento del corpo attraverso le dolcissime danze che mimavano combattimenti.

Si passavano ore a parlare dell’antica Cina e della filosofia Tao. Il vecchio Yao Ling incitava i ragazzi più a discutere tra loro di “sociologia metropolitana” che di arti segrete del Tai.

Olmo temeva di aver sbagliato scuola.

Comunque, dopo qualche mese cominciò a piacergli, e al primo vero combattimento d’esame, con sua enorme sorpresa, si accorse che sapeva combattere.   

 

Il vecchio Yao Ling raccontò, che anticamente alcuni monaci buddisti, di chissà quale sperduta regione dello sconfinato impero cinese, furono costretti ad inventarsi il Tai – Chi Chuan per autodifesa.

L’aspetto interessante di questa disciplina era che i monaci, essendo per religione dei non violenti, dovettero inventarsi una disciplina adatta alle loro miti consuetudini.

Bastoni e spade erano vietati, ma gli attacchi indiscriminati e continui ai monasteri, da parte dei fuorilegge, erano soventi.

Così mani e braccia diventarono bastoni e spade, poiché i monaci, consideravano il dono della vita il bene più prezioso e inutili gli atti d’eroismo a scapito della stessa vita.

Un altro aspetto molto interessante, era che quella disciplina, fu concepita nei suoi albori, totalmente non violenta.

Il monaco non colpiva mai fisicamente di prima persona, con calci e pugni, ma usava l’energia dell’avversario stesso per renderlo inoffensivo.

 

Quando qualcuno vuole assalirti fisicamente, la sua azione aggressiva, ad ogni modo esprime energia. La fonte di energia in questo caso è duplice: mentale e fisica.

La tecnica consiste nell’intercettare, il calcio o il pugno che sta per colpirti, proprio un momento prima dell’impatto fisico e, per la sua fase ascendente, sfruttare l’impulso motorio per prolungare l’azione, e far roteare a terra l’avversario così,  senza colpirlo.

 

Yao Ling, nonostante i suoi onorevoli novanta anni, dava incredibili dimostrazioni dello sfruttamento dell’energia durante il combattimento non violento, da entusiasmare molto i suoi allievi, ottenendo così la loro massima attenzione e concentrazione, trascinandoli in discussioni dei rapporti sociali le quali gli stavano molto a cuore, ma soprattutto, interessanti disquisizioni sull’energia.

 

Lo sfruttamento dell’energia è in sintonia con l’evoluzione naturale dell’uomo.

Si potrebbe affermare che l’evoluzione dell’uomo sia un fatto del tutto naturale, come se

un’ invisibile forza spingesse l’uomo ad evolversi.

Anche al tutto il rimanente creato succede questo, ma in altre dimensioni.

L’energia necessariamente è manipolata dall’uomo in diverse soluzioni perché è il motivo del suo uso che cambia.

Il fuoco, lo sfruttamento dell’azione dell’acqua, la fusione dell’atomo, il foto voltaico eccetera, sono alla base di una ricerca che, nell’esistenza dell’uomo, non finirà mai.

 

La natura di per se si evolve attraverso l’energia. Tutto il sistema vegetativo è legato all’energia. Persino gli animali sanno sfruttare l’energia. Come gli uccelli migratori, i quali riescono a volare anche riposando per lo sfruttamento delle correnti ascensionali. Oppure certi merli che riuscivano ad usare le ruote delle auto di passaggio come schiaccianoci, portando apposta nell’asfalto la noce da rompere dal vicino albero.

Tutto è energia, persino la morte stessa. C’è da scommetterci. D’altronde lo studio della fisica l’ha dimostrato. L’intera esistenza è energia, e il suo uso, nel bene e nel male, è solo una questione di scelta.

 

Parlavano spesso i ragazzi di tutto questo alla scuola di Kung Fu.

Approfondendo poi gli studi, i ragazzi capivano quanto l’energia fosse una fonte esistente anche in altre dimensioni (pensiero, interiorità dell’uomo).

Già nella filosofia cinese del pensiero Tao (5000 anni) esisteva la consapevolezza che nulla dell’uomo interiore poteva esistere che non fosse energia.

 

Il giovane Olmo ebbe modo più avanti negli anni, durante un viaggio a Cipro, di toccare con mano l’energia stessa.

In verità molte delle cose imparate da ragazzi, sono il più delle volte, parcheggiate in stand by.

Esistono informazioni che per la loro stessa natura, hanno bisogno di decantazione.

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L’arrivo a Cipro.

Il viaggio era organizzato da una scuola di meditazione che Olmo non frequentava.

Aderì al viaggio (filo spirituale) per aver letto un libro scritto da un giornalista americano, sulla vita di un sedicente spiritualista di professione cristiana che, a detta del giornalista, aveva combinato qualche miracolo riempiendosi di guai.

 

Daskalos si chiamava, e viveva dalla nascita nell’isola di Cipro, pezzetto di terra dell’antico Egeo.

Olmo era da sempre incuriosito da queste cose, come tanti del resto, ma contrariamente a tanti altri, non amava molto, viaggi di questo tipo.

Da buon pensatore filo laico, Olmo era sempre stato dell’idea che se Dio esiste, non ha bisogno di un luogo, né di delegare i propri miracoli ad altri ed infine, facinorosi mistificatori n’è pieno il mondo.

In ogni caso, non lo attiravano i miracoli, ma questa volta gli andava di conoscere personalmente chi li produceva e poi, stupidamente confessava a se stesso la speranza, peraltro mai mollata, di ritrovare alla fine il signor Merito, in qualche parte del mondo.

Ad approdare nell’isola erano una dozzina. Quasi tutti coetanei e il caso volle anche del tutto sconosciuti l’uno all’altro.

L’aereo delle linee turche atterrò rullando sinistri scricchiolii. Per lo stress, ad Olmo gli prese un   rabbioso mal di testa.

Viaggi in aereo n’aveva fatti pochi, ma quei pochi erano all’insegna della totale sicurezza (almeno i apparenza).

Purtroppo esistono posti al mondo per nulla frequentati dalle grosse compagnie, e se non vuoi viaggiare per giorni invece di qualche ora, devi affrontare paure di volare che non pensavi di avere.

 

Arrivarono col buio a ridosso del mese di dicembre. L’hotel era accogliente, il portiere di notte forse un po meno.

Per fortuna loro la cucina era ancora disponibile anche con l’albergo in pratica deserto. Erano aspettati.

Olmo non toccò cibo e portò in camera oltre il bagaglio, anche il mal di testa che non gli dava tregua.

Gentilmente qualcuno gli portò una tisana. Dopo una lunga calda doccia, s’infilò sotto le coperte.

A torto pensava di dormire. La pulsazione arteriosa del sangue sulla testa lo faceva impazzire. Passare la notte a girarsi nel letto, non piace certamente a nessuno. Delle volte possono esserci dei plausibili motivi, altre volte non sai perché. Non dormi e basta. Quella notte il motivo c’era.

 

Le fitte erano così doloranti che si alzava in piedi nel buio più totale, in cerca di sensazioni di calma del flusso del sangue.

Olmo non aveva memoria di un mal di testa simile nella sua vita. Aveva il battito del cuore nelle orecchie. Si girava continuamente nel suo letto di rovi.

Poi, forse verso mattino, successe una cosa particolare.

 

Olmo si accorse di una cosa del tutto nuova. Non sapeva da dove veniva. Un leggero soffio di vento puntava diritto alla sua fronte. Era un soffio concentrato nell’ampiezza di una piccola moneta, proprio al centro della fronte, leggero come una carezza.

Li per li pensò fosse uno spiffero improvviso che proveniva dalla finestra. Più tardi con gli anni, gli veniva da pensare che fosse tutta fantasia di quel tragico dormiveglia.

In ogni caso in quel momento era l’unica cosa piacevole che gli capitò.

 

Si lasciò andare. Il soffio era fresco, continuo, penetrante.

Piano piano, lo rilassava. E di fatti, Olmo si calmò.

Vuoi vedere che è lui” si disse a se stesso pensando a Daskalos. Quando hai davvero bisogno di miracoli sei più propenso a crederci.

Dopo un po’ il mal di testa cessò. Ma il battito del cuore nelle sue orecchie invece no. Si addormentò, o forse no. I suoi ricordi in questo caso, quando ripensava alla faccenda di Cipro, erano nebulosi. Fece un sonno stranissimo che invece, inverosimilmente, se lo ricordò per tutta la vita.

 

Tutti noi sogniamo, la mattina dopo, sovente, non ci ricordiamo il sogno fatto. A volte succede invece che il sogno si mantiene in noi anche durante il risveglio, e magari passiamo qualche momento a raccontarlo al coniuge o con l’amico caro.

Rari, sono i sogni che ricordiamo per qualche periodo, rarissimi quelli che ricordiamo per sempre.

 

Il battito del cuore non cessava, Olmo sentiva addirittura lo scricchiolio del suo muscolo aprirsi e chiudersi. Lo stetoscopio di un cardiologo non avrebbe potuto fare di meglio.

Chiunque in quel frangente si sarebbe preoccupato per quella strana cosa, il cuore nelle orecchie. Pressione arteriosa in pericolo, o chissà cos’altro.

Olmo però si sentiva stranamente tranquillo, si sentiva fortemente attirato dal quel suono che sentiva penetrarlo in tutto il suo essere. Era famigliare, intimo, conosciuto. Era molto di più di un cuore che batteva. Senza dubbio era il suo, anche se in quel modo non l’aveva mai sentito.

Gli venne da pensare che la tisana di qualche ora prima fosse stata drogata, ma drogata o no, stava troppo bene per preoccuparsene, e allora Olmo dentro il cuore si lasciò andare.

 

 

Così finalmente si addormentò.

 

Si potrebbe tranquillamente affermare che il sonno è un bisogno primario. Anzi, lo è sicuramente. Numerosi studi affermano che anche il sogno, oltre che al sonno, è divenuto nell’ultimo secolo un’attività umana da studiare approfonditamente.

Inutile ricordare Froid, che per primo del sogno ha fatto un’apoteosi scientifica.

Nulla si sapeva prima di Froid, ora molto è stato studiato e conosciuto ma c’è chi afferma l’impossibilità di conoscere fino a fondo il mondo del sogno degli uomini.

Esattamente come fosse un pianeta lontano nell’universo, che sappiamo esistere ma impossibile al momento, da esplorare.

 

Olmo sognò dunque, oppure immaginò. E chi lo sa… fai presto a fare confusione in quei momenti specialmente in una notte che con riconosci come una normale notte. E poi, è come se fossi immerso in un crepuscolo, quando la luce e il buio si confondono, dove la notte si fonde con il giorno.

Il dormiveglia è il crepuscolo della coscienza. Sei consapevole, ma è come se non lo fossi.

 

Il sogno o quello che era, si presentava in ogni caso molto nitido. Quasi una vera realtà.

Olmo scivolò dolcemente nel presente, nel suo presente. Si ricordò che un attimo prima aveva un terribile mal di testa. Si ricordò del battito del cuore…già il battito del suo cuore. Era sempre molto vivo. Batteva candidamente, calmo, tranquillo…il suono lo attirava a se…come volesse guidarlo, portarlo con se.

Riconobbe l’hotel, si ricordò della vacanza a Cipro, dei compagni di viaggio, dell’arrivo, della partenza dall’aeroporto di Milano.

Olmo vedeva tutto molto nitido come uno spettatore al cinema. Come se vedesse il film di se stesso, ma a ritroso. Si proprio all’indietro, ma la stranezza volle che Olmo ne fosse pienamente consapevole. Olmo vedeva se stesso nel sogno vivere i momenti salienti della sua vita solcando il tempo alla rovescia.

Riconobbe l’enorme incidente a tamponamento, l’incontro col signor Merito, la rapina, e poi via via indietro nella vita del suo tempo, negli accadimenti più importanti, magari dimenticati. Sempre più giovane, più giovane…più giovane…

 Il mattino dopo era riposato e affamato come un lupo. Olmo quasi non ci credeva. Stava di un bene, come se avesse dormito dodici ore filate.

Ricordava tutto perfettamente. Del terribile mal di testa non c’era traccia. Olmo si sentiva sollevato. Leggero. Teneva una sensazione sublime, un’inspiegabile - consapevole - pienezza.  Come uno stundentello che non vede l’ora di essere interrogato, sicuro di sapere.

Era eccitato, probabilmente per l’incontro nelle ore che arrivavano. Anche per altro, per il sogno forse…

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Il maestro

 La prima colazione era degna di un re. All’italiana per giunta. Burro marmellata e quant’altro.

Olmo chiese notizie della tisana della notte: semplice camomilla.

I ragazzi della compagnia fecero colazione assieme tutti e dodici. Avevano fatto conoscenza l’un con l’altro durante il viaggio. Ovviamente solo i primi approcci, all’insegna di una dovuta cortesia.

Ma nonostante fossero trascorse soltanto appena dodici ore, in quel mattino radioso, sarebbe parso del tutto sincero, il ricambio del silenzioso sorriso di saluto. Occhi scintillanti si guardavano tra un caffè e un succo d’arancia, veniva da pensare che tutti avessero addirittura fatto lo stesso sogno.

Ovviamente l’imbarazzo del racconto lo allontanava dal fare troppe domande. E quindi un semplice: “Dormito bene?” “Benissimo grazie”.

Finita colazione Olmo uscì per primo dall’albergo quasi di corsa. L’aria frizzante e il blu del cielo lo accolsero. Lo aspettava una giornata raggiante.

Qualcuno diede notizia alla ciurma che Daskalos era impegnato con altri arrivi (la gente arrivava da tutto il mondo ma a piccoli gruppi e organizzati diversamente).

Daskalos non era un Guru dalle folle oceaniche. Su di lui circolavano pochissime informazioni. Olmo era convinto che Daskalos avesse scelto di non votarsi alle risonanze dei media per professare umiltà.

Tutti i ragazzi della compagnia erano concordi su questo e si sentivano dei privilegiati, dei fortunati ad essere li.

 Si diceva avesse novant’anni circa. Nato a Cipro. Una terra da secoli contesa tra turchi e greci.

Aveva ormai sessant’anni proprio nel pieno dell’invasione turca del 1974, quando personalmente assistette attivamente rischiando numerose volte la propria vita, per limitare al massimo le atrocità della pulizia etnica…

Già di per se la guerra, sappiamo tutti molto bene, essere fautrice di atrocità innominabili, per logica di sterminio, per pazzia umana. Difatti, non per niente i francesi hanno coniato: la guerre se la guerre, anche se poi al fine tutto succede per stupidi motivi di dialettica politica, ma quando si arriva allo sterminio di razza, quando si arriva per questo ad uccidere donne e bambini per pulizia etnica…una tale nefandezza solo l’uomo è in grado di concepirla.

 Su Daskalos c’erano racconti d’ogni genere. Accattivanti e negativi.

Naturalmente nessuno fugge alle critiche mistificatorie del pettegolezzo, tanto meno i grandi della storia. Buddha, il Mahatma Ghandi ne Gesù Cristo sono sfuggiti alla maldicenza popolare. La morte di Gesù Cristo è forse la più grande storica dimostrazione che uccide molto di più la lingua che la spada. Figurarsi per i comuni mortali come noi.  

Molti psicologi concordano che il pettegolezzo ha una funzione naturale, una sorta di sfogo dello stress o altro. Senza dubbio abbiamo la certezza che il pettegolezzo ci da emozione, c’intriga, e tendenzialmente ognuno di noi è portato a credere ciò che in quel momento più gli aggrada.

Siamo possibilisti o non, per comodità, per convenienza e per emotività…il sole oggi lo amo perché ho freddo. Domani l’odio perché ho caldo. Ecco, il pensiero emotivo è questo.

Ogni verità nelle mani dell’uomo, diventa creta da modellaredisse Daskalos a Olmo più tardi.

La compagnia dei dodici visitò Nicosia. Capitale di Cipro. Sicuramente una manciata di turisti fuori stagione.

La città faceva 235 mila abitanti circa, e come la vecchia Berlino possedeva il suo fantomatico muro.

Si, un vero e proprio muro giusto nel centro della città antica. Oggi nel terzo millennio, esiste ancora a Nicosia, mentre quello di Berlino, come sappiamo…forse il lume della civiltà a Berlino s’è riacceso, forse.

Un muro in mezzo ad una città, sicuramente divide.

Divide usanze, rapporti umani eccetera. In questo caso il muro a Cipro di Nicosia divideva Greco Ciprioti da un lato e Turchi dall’altra.

Divideva riti, etnie, religioni. Divideva tutto, ma fu l’unico mezzo per porre fine al conflitto. 

 

Sopra il muro c’è in filo spinato avvolto su se stesso come un rovo. Questo rovo con le aguzze spine di ferro, corre lungo tutto il perimetro del muro. Case da una parte, case dall’altra.

Divedeva la città in due come uno spettro. Freddo, apatico, grigio. Eppure la città era molto viva.

Ti capitava addosso all’improvviso, spezzando in due case e vicoli.

I ragazzi passeggiavano nella parte cipriota, e in piena libertà visitavano luoghi sacri e piazzette d’ogni sorta. A Cipro non mancano certo bellezze antiche.

Angoli in rilievo stile orientali, ovunque lussureggianti terrazzate imbandite di rossi gerani, mentre le rosate clematidi salivano generose a dare sfarzo ad ampie arcate.

Decisamente il freddo della stagione era ancora lontano in quella parte di mondo.   

 

Il muro era incredibilmente incastrato a tutto questo.

Girava contorcendosi come un serpente. Pareva volesse avvinghiarsi ad ogni cosa.

Dava l’impressione che per costruirlo le due fazioni segnando il suo passaggio per tutta la città di Nicosia, si divisero le case: “Questa mia…questa tua…” creando vicoli ciechi e piazzette ridotte a metà. 

Di tanto in tanto, intravedevi una guardia turca che ti osservava pigramente dall’alto della sua torretta.

Quel muro dava davvero la netta sensazione che l’uomo, nonostante tutta la sua intelligenza, è incapace di capirsi e quindi, di condividere. L’esempio vivente della babele che continua nei millenni.

 

In ogni caso, tutto sommato, la città appariva laboriosa e in pace.

Tutto era variopinto data l’estrazione multi etnica della popolazione, anche se si aveva la sensazione che pochissimi mussulmani abitassero in quella parte di città.

Mercatini ovunque, artigiani, botteghe straripanti di tutto, granaglie, vivande eccetera, davano il senso di una certa rettitudine nei rapporti civili.

Il via vai dei mercanti, donne con la spesa a braccio e quant’altro, mantenevano l’immagine di una civiltà per niente votata all’ozio, ma osterie e posti di ristoro comunque non mancavano, e così i ragazzi poterono pranzare in un tipico ristorantino trovato per caso nei vicoli.

Di fronte si allargava una caratteristica piazzetta in ciottoli.

I pochi tavoli esterni erano preparati con gusto.

Ordinarono per tutti un pranzo singolare cipriota, su fiducia naturalmente.

Nessuno di loro conosceva quel cibo. Il cuoco, bravissimo, cucinò per loro numerosi piccoli bocconi.

I ragazzi si divertirono molto nel vedere le portate più strane compreso il “mezes” (piatto multi portata) a base di pesce freschissimo e verdura. Rimase impresso ad Olmo una purea di patate con del pesce che in un piccolo boccone era compresso e avvolto in una foglia di cavolo, tenuta ferma da uno spago. Mangiarono a sazietà.

 

La compagnia dei dodici ormai era affiatata e il vino di Cipro aveva dato fuoco alle micce. Cominciavano ad aprirsi l’un con l’altro. I racconti generici erano inesorabilmente precipitati nel personale: lavoro, famiglia eccetera.

Ognuno di loro era uno specialista di un mestiere diverso, ma li accomunava l’amore per la ricerca dell’essenza dell’uomo, anche se poi in realtà, partivano magari da strade diverse.

Olmo non cercava miracoli, il suo stile laico glielo impediva, ma probabilmente anche se taciuto, più di qualcuno della compagnia invece si.

Olmo ricordava tra loro una fisioterapista, una maestra d’asilo, un erborista ed altri.

Uno dei compagni, un certo Leonardo, si professava scrittore dilettante ed era il più giovane.

 

Gradatamente come per istinto, come succede in tutte le tavolate del genere, dove gli interessi predominanti prevalgono creando una sorta di selezione naturale.

Tendenzialmente le persone si attirano l’un con l’altro dove sentono che passa esserci, per chissà quale recondito motivo, una certa affinità. Ovviamente tutto succede nel giro di qualche minuto ed è di solito, del tutto inconsapevole.

 

Così Olmo e Leonardo chiacchierarono per un po’ di tempo assieme isolandosi dagli altri.

Olmo notò che il suo interlocutore era molto arguto e immediato. Nel bel mezzo della chiacchierata gli confidò che anche lui aveva scritto qualcosa. Una piccola fiaba.

“Perché non la pubblichi?” gli disse Leonardo immediato.

“Chi io? Sei matto?” gli rispose in tono canzonatorio. Leonardo attese un attimo poi lo incalzò di nuovo “Senti, prova pensare un attimo. Perché mai l’hai scritta?”

“Beh…ne avevo bisogno…sentivo di doverlo fare…” rispose Olmo leggermente incerto.

 “Bene. Questi sono i motivi di tutti scrittori” puntualizzò immediato Leonardo.

“Mah…non so…e se poi non va… e se poi non piace?”

“Senti, fammela avere, te la leggo io” rispose Leonardo senza lasciargli scampo.

 

La sera in hotel, Olmo gli consegnò l’originale, confessandogli di avere portato con se, lo scritto dall’Italia, confidando nell’opinione di Daskalos in persona.

Leonardo lo rassicurò che l’avrebbe letta la sera stessa.

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Daskalos

 

Olmo passò una notte serena. Il mattino dopo arrivò la notizia che quello era il giorno giusto dell’incontro con Daskalos.

Salirono tutti su una piccola corriera malandata. Grattava e arrancava fumando nelle salite.

Leonardo mantenne la promessa, rese la fiaba ad Olmo in silenzio, non una parola, nessun commento.

Olmo non gli chiese nulla per scaramanzia, o forse per cortesia, ma più probabilmente per paura di un rifiuto, di un commento negativo.

 

Nella corriera, finiti i primi momenti d’euforia per l’approssimarsi dell’incontro con Daskalos, i ragazzi rimasero improvvisamente tutti in silenzio, come se ognuno di loro stesse ad ascoltare le proprie emozioni, o forse qualcos’altro.

L’ascolto di noi stessi, comincia dall’ascolto del dolore o del piacere fisico, o quando scaturiscono, per qualsiasi motivo, forti emozioni.

Poi, con l’esperienza, imparando a non essere prede di queste primarie sensazioni, la capacità di auto ascoltarsi si affina sempre di più, scoprendo in un secondo momento nella nostra “vita interiore” altre dimensioni, dentro noi stessi.

Olmo intanto osservava il paesaggio fuori. Si accorse che dopo un po’ la corriera aveva abbandonato la strada principale per immettersi in una secondaria.

La strada era ridotta davvero male. Un vero colabrodo. Accennò un sorriso guardando i suoi compagni rimbalzare dai sedili come manichini di gomma in preda ai sobbalzi della vecchia sbuffante corriera. 

 

Arrivarono dopo un po’ ad un villaggio dal nome tipicamente greco: Nostrovolos.

Subito tornò in mente ad Olmo il libro che qualche tempo prima lesse conoscendo la vita di Daskalos: “Il mago di Nostrovolos” (ed. punto d’incontro).

Era un piccolo villaggio un po’ isolato da Nicosia, proprio nel bel mezzo di una macchia.

Le case erano sparse a grappoli qua e la con un piccolo centro. Tutto intorno, alberi ovunque. Altissimi. Forse querce e sequoie. Probabilmente le une e le altre senza dubbio.

La penombra sembrava regnare anche in pieno giorno sgombro di nubi. I raggi del sole filtravano con fasci di luce, dove l’albero ne concedeva il passaggio. Di tanto in tanto intravedevi il blu del cielo.

Il posto concedeva davvero un’atmosfera particolare.

 

Normalmente le autorizzazioni per costruire case sono regolate da severe indicazioni architettoniche per evitare distonie paesaggistiche.

A Nostrovolos invece sembrava non esistere regole per tali dettami.  Le case erano costruite in un insieme del tutto disarmonico, ma nonostante questa disarmonia tutto appariva unico, personalizzato. Come se ogni famiglia avesse costruito la propria dimora in sintonia con se stessa, con le proprie esigenze ed altro. Baracche fatiscenti erano adiacenti a signorili villette. Tutto sembrava dare significato alla convivenza più che alla discriminazione. Forse per caso, o forse per allontanare lo spettro del muro della vicina Nicosia.

Le stradine erano un cantiere a cielo aperto. Scavi ovunque. I buchi che incontravi parevano abbandonati a se stessi. Due cavalletti di sicurezza in mezzo alla strada e nulla più.

Si aveva l’impressione che quelle case di varia fattezza non fossero abitate, anche se di sicuro qualcuno invece c’era. Proprio strano quel paese.

Dopo un’oretta di viaggio, la compagnia dei dodici arrivò incolume a destinazione.

 

Si sedettero silenziosi nella sala convegni. Si e no c’erano cinquanta posti.

La sala, era una singola costruzione in mezzo agli alberi. All’interno, al posto dei muri, c’erano lunghe vetrate che guardavano all’esterno, e quando ti sedevi avevi la sensazione di essere in mezzo al bosco.

Seduti nella sala c’erano con loro altre persone provenienti dall’Europa settentrionale.

Nella sala il silenzio regnava.

Davanti a loro c’era un piccolo palco, con sopra due microfoni a filo inseriti nei loro cavalletti e, tre o quattro sedie in attesa di essere occupate.

Olmo scrutò attentamente la sala. Per deformazione professionale era sempre molto attento all’ambiente e alle persone. La sala era umile dal bianco soffitto, pochi fiori, solo un paio di vasi quasi inutili, perché le molte grandi vetrate rivolte al bosco bastava eccome, a dare energia.

 

Daskalos arrivò con un piccolo seguito. Era esattamente come Olmo se l’era immaginato.

Alto quasi un metro e novanta. I capelli bianco grigio. Non molti ma gli scendevano verso il collo a coprire grandi orecchie, che ogni tanto usava quanto un fermacapelli, con gesto lento ma sicuro.

Il suo viso ricordava gli indiani d’America, ma la sua pelle era del tutto bianca.

Pantaloni e camicia bianca appena aperta per il caldo gli davano un’aria normale, anche se il carisma che emanava era notevole con un’espressione del viso molto intensa.

Si sedette, e in silenzio posò gli occhi sui suoi ospiti.

Li guardò ad uno ad uno.

 

Il silenzio era diventato surreale. Daskalos passava lo sguardo ad ognuno con estrema precisione e tattica, come in uno schema.

Ai ragazzi venne da pensare di tutto. Erano sicuri che nessuno sarebbe scampato al contatto. Si aveva l’impressione che non tralasciasse proprio nessuno. Aspettavano il turno tutti un po timorosi.

 In quei momenti ti vengono mille pensieri. Olmo pensò subito che fosse un modo poco ortodosso per destare timore e quindi aumentare il proprio potere psicologico sulle persone. Subito dopo si sentì pentito di questo fugace pensiero: “In fondo chi sono io per giudicare” disse fra se e se, e

tornando ad attendere imbarazzato il suo turno, gli tornò in mente lo sguardo indagatore di suo padre, quando da bambino sapendo d’averla combinata, affrontare i suoi occhi severi, in quel momento era già una punizione. Probabilmente fu il pensiero di tutti o quasi.

Poco dopo, Olmo si rese conto contrariamente, che la sua infantile paura non era nient’altro che un frammento ancora esistente, dell’inconscia insicurezza di se stesso nei rapporti umani. Difatti, l’incontro con gli occhi di Daskalos fu di un’infinita dolcezza. Naturalmente il contatto visivo durava soltanto qualche secondo, giusto il tempo per sentire ciò che le parole non potevano dire.

 

Poi, chiuse gli occhi per pregare, o almeno così sarebbe parso.

 

Daskalos non aveva mai fatto mistero della sua fervente cristianità. Si professava uomo di fede e di molta religiosità.

Per tutta la vita si era eretto protettore dei principi cristiani.

La storia della sua vita era entrata nelle simpatie di Olmo per il fatto che Daskalos dava la stessa identica importanza anche alle altre religioni.

Chi nasce cristiano deve professare la cristianità, chi nasce mussulmano deve essere fedele al corano e così via.

Non capiva l’apostasia (cambio di fede), perché affermava che in ogni religione esistono i meccanismi per la progressione umana. In uguale misura su tutte.

Era convito che la politica non poteva essere sostituita dalla religione, la quale contiene indicazioni e consigli di convivenza civile; punti di riferimento che possono durare millenni, mentre la politica è in grado di gestire questi punti di convivenza, adattandoli al meglio, in mille modi diversi durante la lunga evoluzione in cui l’uomo è destinato. Sempre che non si auto distrugga strada facendo.

Come laico, Olmo era molto d’accordo.

 

Daskalos rimase in silenzio qualche attimo. Poi in lingua cipriota disse: “Ancora un’occasione per apprendere quello che non conosco. Grazie o Signore”.

Posò quindi lo sguardo sulla piccola platea, cominciando a parlare.

Olmo non dimenticò mai più quelle parole. Un’altra cosa non dimenticò. Una cosa strana successe. La sera in hotel, i ragazzi ne parlarono tra loro cercando conferma, di quella stranezza.

I ragazzi ebbero la sensazione, che durante tutto il discorso, Daskalos non staccasse mai lo sguardo dai loro occhi. Come se tutto il tempo non staccasse mai lo sguardo dagli occhi di ognuno di loro. Daskalos teneva lo sguardo singolarmente. In pratica, Olmo pensava che guardasse soltanto lui.

 

Così Daskalos disse:

Voglio parlarvi dei sogni dell’uomo.

Non dove la consapevolezza subisce il non controllo dell’inconscio (durante il sonno), ma dove la nostra veglia usa questa energia per forgiare il proprio destino.

Esiste un destino personale, un destino che accomuna più uomini, e un destino che accomuna tutti gli uomini.

Soltanto quando abbiamo soddisfatto i bisogni primari, il sogno sale alla nostra coscienza. Mai prima.

Nel sogno dimora l’Aspirazione: quello che vogliamo essere, ciò che desideriamo avere, come chiediamo sia fatto questo mondo.

L’aspirazione del sogno, è lo specchio fedele del personale grado di evoluzione. Nel bene e nel male, difatti:

Hitler era un sognatore. Ghandi, lo era altrettanto. 

Non esistono grandi sogni o piccoli sogni.

Il grande e il piccolo, sono misure del tutto umane, che questa dimensione, l’aspirazione, non subisce.

L’uomo ha il bisogno di misurare ogni cosa. Questo perché cerca il controllo anche in ciò che non vede per lenire il suo atavico senso d’impotenza.

Nella cultura occidentale d’oggi, le aspirazioni sono soprattutto impostate nell’ottenere attraverso il benessere, una vita felice.

Nelle antiche culture orientali invece, cercano questa felicità, nella pace interiore.

Nel primo caso, abbiamo un desiderio che spesso perde il senso della giusta misura, esercitando così gli artigli l’ingordigia.

Nel secondo invece, se professato con un approccio sbagliato, una pace interiore fasulla.

L’uno e l’altro, sono deleteri per l’essere umano nella stessa misura: la pratica del non risultato.

Il non risultato può essere perpetuato dallo stesso individuo per anni, fino alla sua morte.

Molti uomini praticano a loro insaputa il non risultato, e questo è il destino che li accomuna mentre, se l’equità nel cercare benessere è il giusto approccio, l’equità sarà l’antidoto all’ingordigia, poiché la storia insegna che soltanto il re benevolo è benedetto dal proprio popolo.

Esistono infine uomini che, se con equilibrio affrontano i misteri dell’io, la vita dona loro la pace interiore. Un destino che accomuna quest’ultimi.

Il cammino dell’umanità è un groviglio di sentieri, grandi strade, vicoli cechi e infiniti labirinti.

Tutto in verità costruito in un'unica grande strada maestra, dove l’arrivo è per tutti, l’identico destino. I sogni con le loro aspirazioni sono i passi compiuti dall’umanità nell’unica strada maestra”.

 

Daskalos parlava in un inglese corretto. Faceva una pausa di quanto in quanto per dare spazio ai traduttori.

Non chiedeva di essere necessariamente compreso, ma per non lasciare nulla al caso, si assicurava che almeno fosse tutto sentito nella lingua madre di chi ascoltava.

I ragazzi uscirono dalla sala per dare aria al cervello.

Olmo se ne andò un po in giro per isolarsi un po. Ne aveva bisogno.

Girovagava attorno ai grossi alberi ripensando a Daskalos. Un raggio di sole di tanto in tanto lo colpiva attraverso i rami e le ultime foglie. Era piacevole il loro morbido fruscio sotto i suoi passi.

Mani in tasca, camminando lentamente, pensava.

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Era passato giusto un anno dalla terribile notte, quando fu assalito da quel commando in casa sua.

Aveva quasi dimenticato quell’evento, tuffandosi di nuovo nel lavoro.

Probabilmente per aiutarsi a dimenticare un po'. Certamente per riprendere fiducia in se stesso e soprattutto nella gente. 

Per non parlare dei soldi. Anni di lavoro sfumati in un attimo da uomini che non posso chiamarsi tali.

“Bestie? Certamente più facile”si disse a se stesso.

Come possono avere dei sogni quelle bestie” pensava.

Come puoi avere l’aspirazione di depredare qualcuno nella parte più sacra della sua vita: la famiglia, con i bambini poi…”

“Daskalos era stato in ogni caso chiaro: Hitler era un sognatore…”

Era un punto di vista che aveva un senso, ma in quel momento gli dava la nausea.

Dubbi legittimi gli frullavano per la testa.

Non riusciva a pensare a quegli esseri come persone umane in cerca della propria evoluzione.

“Avrò bisogno di tempo per accettare…”

“E poi, chissà quale sarà la vera verità” si chiedeva titubante passeggiando con le mani in tasca.

 

Intanto ammirava quei magnifici esemplari d’alberi dal fusto robusto e slanciato.

C’erano grossi abeti, querce, faggi. Il bosco era permeato di mille colori.

Quei raggi di sole qua e là fasci di luce segnavano un passaggio…un tardivo giglio selvatico…sicuramente un’atmosfera particolare.

Gli alberi sembravano veri individui…come se fossero abitanti di un villaggio, dove vivevano storie proprie. Come gli uomini…

 

“Ultimamente la scienza ha dimostrato che sanno ascoltare, soffrire e gioire, comunicare tra loro.

Forse un bel giorno (speriamo) l’uomo parlerà davvero con gli alberi”.

Olmo rammentava una bellissima fiaba letta un tempo. Fiaba scritta da Hermann Esse (Favola d’amore)

Lo scrittore scrisse quella fiaba immedesimandosi nell’albero stesso. Come se l’albero raccontasse lui stesso la fiaba.

L’albero s’innamora di una dama in carne ed ossa, la quale viveva sin da bambina in una casa adiacente all’albero.

Olmo ricordava con tenerezza quella fiaba guardando quei maestosi fusti.

Scrittore geniale fu Esse” pensava “Forse per questo motivo salutavo quella quercia in autostrada”.

“Non solo per questo, ma perché c’è poesia dentro te” disse una voce improvvisa dietro lui.

Olmo si girò di scatto. Era Daskalos in persona.

Rimase fulminato arrossendo di colpo. Daskalos parlava stentatamente l’italiano, ma il pensiero sembrava averlo capito benissimo.

Molto tempo dopo, il ricordo di Olmo dell’incontro con il maestro nel bosco, diveniva lontano e sfumato e non era più sicuro se nel bosco stesse pensando o parlando a voce alta tra se e se. Sarebbe normale. A chi non capita.

Forse Daskalos sapeva leggere nel pensiero, in ogni modo non fu in grado di constatarlo.

Olmo sentendosi piccolo piccolo, guardò Daskalos in tutta la sua statura. Istintivamente lo abbracciò. Lo fece come da ragazzino, quando si stringeva addosso a suo padre. Lui ricambiò.

 

Così si ritrovò seduto a parlottare con Daskalos senza nessuno attorno. Non riusciva a crederci.

“Prova pensare per un attimo, Olmo” lo chiamò per nome e questo lo sconvolse nuovamente.

Non erano poi in molti in quel giorno, anche se in verità riceveva dalle cinquanta alle cento persone al giorno, da diversi anni, senza sosta.

“Prova pensare alla parola verità continuò

“Questa parola nei secoli ha guidato l’essere umano in una certa direzione. Esiste da, quando l’uomo ha cominciato nel suo crepuscolo ad intravedere la scintilla divina dentro se stesso.

Si potrebbe dire che verità e scienza sono la stessa cosa.

La scienza ricerca la verità da sempre e per sempre la cercherà. Di scoperta in scoperta.

Lo scienziato che non coltiva giornalmente questa disposizione mentale (verità) che futuro potrebbe avere con il suo lavoro?...ok?”

Daskalos attese l’assenso di Olmo e poi continuò:

“Perché non dovrebbe essere la stessa cosa per l’uomo comune? Perché ogni verità nelle mani dell’uomo diventa creta da modellare?

Quando l’uomo smette di coltivare la verità allontana da se la possibilità di fare un passo in più nella sua evoluzione. Perde semplicemente tempo e il più delle volte si serve della manipolazione della verità per avere la sensazione della felicità. Normalmente è solo per questo patetico, infantile motivo.

Esattamente come un ragazzino quando mente nascondendo la marmellata. It’s ok?”

Aspettò di nuovo l’assenso di Olmo

“Bada” continuò “Esiste la menzogna del cuore, della compassione. Non è un errore render dolce l’aspro e l’amaro, quando serve, poiché indorare la pillola, come si dice, a volte può addirittura salvare vite.

La verità costa. Esattamente come la felicità. Costa fatica, studio, dedizione e rinunce.

Quando mai una cosa gratis ha del valore? Non è proprio il consumismo che gli occidentali adorano come un dio ad insegnarlo. Non credi?”

Olmo si sentiva come un somaro a furia di fare si con la testa.  

“Dimmi allora, come può la felicità trovarsi nella verità manipolata?”

 

Tornarono assieme alla sala convegni. Il cervello di Olmo intanto cercava lo stand by.

Seguendo Daskalos tra gli alberi gli tornò in mente la fiaba che aveva scritto. Non doveva dimenticare di dargliela.

Arrivati nei pressi della sala, Daskalos si fermò e si girò verso Olmo.

“È davvero interessante quello che scrivi” gli disse “dovresti pazientare e scrivere ancora”

Lo guardò un attimo sorridendo per l’ennesimo stupore che doveva essere stampato in triplice copia nella faccia di Olmo.

Poi continuò: “il semplice istinto di scrivere non porta da nessuna parte. L’esperienza è vitale per tutto” posò quindi la sua manona dolcemente nella spalla di Olmo.

“Sai…nessuno nasce scrittore e non possiamo nemmeno diventarlo”

“Ah…” accennò un po scoraggiato Olmo.

E Daskalos dolcemente… “Guarda ad esempio Picasso, lui si lasciava semplicemente travolgere dalla sua passione. Fu la gente a consegnarlo alla storia”

Poi con più enfasi disse: “Una cosa posso dirti però. Quando il frutto sarà maturo, sarà molto appetitoso”.

La gente intanto si era fatta attorno a loro.

Daskalos si girò di nuovo ed entrarono tutti nella sala convegni…

 

 

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