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La Via del Cuore |
FIABE
La
Felicità In Tasca
La
vita di ognuno di noi è piena d’alti e bassi.
Ci
sono momenti che vorremmo vivere spesso ed altri che non vorremmo vivere mai.
I
momenti positivi della vita, facciamo di tutto perché accadano, mentre tendiamo
a fuggire quelli negativi.
Possiamo
avere tutti i motivi del mondo, nel ricercare costantemente soluzioni a problemi
e situazioni di benessere, per noi stessi e per i propri cari.
In
ogni caso, questo viene anche chiamato ricerca della felicità, e succede ai
ricchi quanto ai poveri, ai credenti quanto agli atei, ai bambini e agli adulti,
a chi cerca lavoro e chi no, ai sani e agli ammalati, eccetera, eccetera,
eccetera.
Indice dei capitoli
La
Felicità In Tasca
In
un giorno qualsiasi durante il lavoro, una ragazzina con vent’anni o poco più,
rivolse improvvisamente ad un collega un tantino più vecchio, una domanda
semplice, tipica dei ragazzi di quell’età: “La
felicità esiste?”
Normalmente
questa domanda affiora alla consapevolezza già nei primi anni
dell’adolescenza. E chi di noi non l’ha fatta. Poi da adulto non lo chiedi
più.
Via
via nel superare i vent’anni, anche solo disquisire per un attimo
quest’argomento, la felicità, provi quasi un senso di vergogna, come se la
domanda avanti negli anni la sentissi sempre di più infantile, sempre di più
una cosa da ragazzini e basta.
Allora
dimentichi, e quella parola “felicità” la percepisci lontana. Certamente
un’utopia. Una cosa da sciocchi sognatori.
Evidentemente
quella ragazza invece, lasciò stare la paura di essere giudicata un po’
infantile, di essere magari ancora una volta derisa.
Questa
volta si fidava. Forse una risposta c’era.
Lo
chiese perché aveva con quell’uomo, che conosceva ormai già da un bel po’,
un buon rapporto di fiducia.
Si
era confidata con lui altre volte, soprattutto perché stava passando un brutto
momento di crisi d’identità.
A
volte l’adolescenza non è per niente facile, specialmente, quando non trovi
risposte.
Si
fidava, perché quell’uomo la spronava ad avere fiducia in se stessa, anche se
non riteneva di possedere qualità evidenti.
“Nella
vita” gli diceva “alla fine ti
resta solo te stessa. Nulla può essere più importante di questo. Amati per
quella che sei ma, migliorati sempre dove puoi.
Se dai tutto a questa cosa, il
compito verso te è esaudito, a qualsiasi risultato ottenuto.
Sta’ sicura, quando lavori
in questo modo per te stessa, le paure passano da se”.
Aveva
uno strano modo di parlare quell’uomo, però aveva sempre senso ciò che
diceva.
Si
fidava, e allora chiese: “La felicità
esiste?”
Naturalmente
il suo amico ci pensò qualche secondo, giusto il tempo di riprendersi per la
domanda a bruciapelo, ma poi rispose sicuro: “Si certo che esiste. Se intendi
per felicità uno stato d’animo sereno, che non ti lascia mai nonostante gli
alti e bassi della vita, certo che esiste”.
“E come si fa?” incalzò lei…
Questo
tizio di nome Olmo e di cognome Faro, in quel mentre, quando in altre parole si
prodigava per portare a casa la pagnotta, faceva l’operaio.
Per
la verità, fare l’operaio, non era il suo vero mestiere. Era, diciamo, un
manager a riposo.
Capire
perché facesse in quel periodo l’operaio, bisogna fare un saltino indietro
nel tempo.
Qualche
anno prima si trovava solo. Girava per la sua stanza da letto senza trovare
pace: era teso, molto teso.
Lo
sconforto lo assaliva accorciandogli il fiato. Sentiva uno strano peso sulle
spalle, come se improvvisamente la forza di gravità si fosse fatta più densa,
più pesante.
Pure
sullo stomaco sentiva un peso, come una palla di cannone, come se stesse lì a
lacerargli le viscere.
La
vita è piena di sorprese, lo sappiamo tutti. Quanta noia sarebbe se non fosse
così.
Sappiamo
anche che le sorprese a volte sono dolci, altre amare.
La
prevedibilità esiste, ma allora non è più una sorpresa.
Esiste
anche la prevenzione, così si evitano le amare sorprese, ma non puoi far
prevenzione su tutto, come ad esempio quando ti piomba un camion sulla faccia
mentre stai tranquillamente viaggiando.
Ecco,
al signor Faro era capitato quasi una cosa del genere, non proprio così, ma
quasi.
Girava
intorno al letto come se la sua esperienza di una vita vissuta nei momenti di
meditazione, negli addestramenti di sopravivenza, per venditori, per manager
eccetera, fossero improvvisamente scomparsi dalle cellule del suo cervello.
Per
non parlare poi dell’esperienza di una vita in prima linea: lunghi viaggi,
relazioni in pubblico, azienda da far crescere e così via.
Niente,
tutto scomparso. Lui, la sua stanza e il suo sconforto misto a terrore.
Non
gli era mai capitato una cosa così.
Una
ragione c’era in ogni modo: il conto in banca chiuso, pochi spiccioli in
tasca, un affitto da pagare enorme (piccolo quando le cose andavano benissimo),
una moglie, tre figli piccoli da mantenere e lui disoccupato a 42 anni.
Banale
certo, specialmente per un nostrano come lui nato e cresciuto in Italia nel
ricco nord est, ma aver perso un lavoro che aveva costruito in lunghi anni di
battaglie con vittorie e sconfitte, che promettevano traguardi economicamente
molto generosi (faceva l’orafo), contribuiva forse un tantino a laceragli
fegato e milza e quant’altro.
Il
tipico caso di: “ho perso tutto” o di “dalle stelle alle stalle”.
Debiti
da pagare, le tasche vuote, senza lavoro e tre figli da mantenere.
Certamente
una lacrima quanto meno è doverosa.
Un
senso di nausea lo assaliva. Avrebbe vomitato anche l’anima, e invece
rigurgitando il passato gridò a voce alta: “ma cosa cazzo mi è successo?”
Un
ricordo molto forte di quei momenti, che poi spesso rammentava, era il freddo
addosso nonostante la calda estate.
L’inevitabile
film di se stesso gli passò davanti agli occhi e gli prese una voglia di
fermare le immagini per modificarle. Come per aggiustare il passato e così
avere un altro presente.
Ovviamente
era impossibile, ma la sua parte matta ci provava lo stesso.
Avrebbe
voluto rimediare subito. D’altronde Olmo era abituato ai problemi.
Quando
incominci da povero, i soldi e il successo non sono mai in discesa. Solo salite
e cose da affrontare.
Se
vuoi il successo, il suo prezzo è il sudore e la piena abnegazione. Così
acquisisci la capacità di risolvere problemi che un tempo magari ti sembravano
impossibili.
Olmo
era diventato un gigante in questo, e forse, fu proprio questa capacità ad
aiutarlo a venirne fuori, ma sopratutto a capire dove si nasconde la felicità
dentro di noi, perché in quel tragico momento, la felicità che sentiva avere
dentro se stesso da tempo, scomparve improvvisamente, ed è per questo che,
durante il cammino per risalire la china, cominciando di nuovo a ricostruire la
felicità perduta, scoprì che in realtà
non l’aveva mai posseduta.
La felicità è sopratutto intelligenza guidata dall’umiltà.
È
la capacità di guardare il mondo attraverso un’analisi obbiettiva.
È
anche la capacità di vedere l’universo in un ciottolo di fiume…
È
la capacità di rimettersi in discussione giorno per giorno, senza paura di
scoprirsi diversi da ciò che si pensava di essere.
È
uscire dalle convenzioni, dai facili moralismi, è…

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delle Fiabe
Certamente
diviene assurdo parlare di felicità, quando non sai nemmeno camminare.
Questo
argomento comprende dinamiche e ragioni che possono apparire difficili anche per
un adulto, perché la felicità va prima capita e poi conquistata.
Come
non bisogna mai credere ai facili guadagni, così la felicità gratuita dura
assai poco.
Terribilmente
sciocco, parlare di felicità ad una madre con figli pelle e ossa, nell’atroce
carestia della fame.
Il
mondo è meraviglioso. La consapevolezza anche.
La
visione del mondo nelle sue realtà diverse diviene uno dei primi passi verso la
comprensione.
Siamo
su questa terra per vivere esperienze, d’accordo, ma almeno prendiamo appunti.
Ok?
La felicità è corta in un pezzo di pane raffermo, ma può essere corta
benissimo anche in un’immensa ricchezza.
Semplice
affermare: “Beh, preferirei la corta
felicità della ricchezza”.
Facile
condividerlo. Scontato. Solo che quest’ultimo pensiero è normalmente pensato
con sarcasmo da chi crede di saper pensare. Ma saper pensare in realtà non è
cosa facile.
Come
facciamo confusione, quando affermiamo che una persona solitamente spiritosa sia
una persona poco seria, in eguale misura, facciamo confusione tra pensieri emotivi
e pensieri razionali (pensieri positivi o negativi non sono inseriti nel concetto).
Fare
distinzione tra pensiero razionale ed emotivo è necessario, anche se questo
distinguo non è facile. Raramente riusciamo vederlo in noi figurarsi in altri.
(Imparare ad imparare di Idries Shah Ubaldini editore)
Ciò
che muove il mondo in realtà, sono le emozioni. Se mancano, il mondo si ferma.
Lo sappiamo tutti molto bene. Le persone amano, odiano, si appassionano
eccetera.
Però
le emozioni sono il motore di un’auto, non il pilota stesso, e per quanto
emotivo sia, quando il bolide tocca l’estrema velocità, la razionalità del
pilota per fortuna ha il sopravvento.
L’uomo
è un incredibile “insieme” divino. La scienza lo riconosce da sempre, ma
allo stesso modo, l’uomo, nei suoi millenni evolutivi è ancora molto lontano
dal riconoscere se stesso.
È
una macchina perfetta, ma allo stesso tempo fragile e misteriosa. Come
l’istinto ad esempio.
Da
dove nasce l’istinto, cosa ci muove improvvisamente verso una direzione
piuttosto che un’altra, con una forza così prorompente a stupirci. Magari
scoprendo più tardi che era l’unica cosa giusta da fare.
Nella
vita di ognuno di noi è capitato di usare l’istinto, come capita di usare le
emozioni e la razionalità. Istinto, emozioni e razionalità, sono
“attrezzi” che adoperiamo nel mondo in cui viviamo, ma il più delle volte,
di questo, facciamo una deleteria confusione perché, in realtà, sebbene
abbiano una funzione naturale di conservazione della specie, il caos che ci
circonda, manda in cortocircuito le nostre “centraline”.
Così capita di
avere addosso una razionalità emotiva e un istinto che dorme.
Ecco la confusione.
Invece,
se la razionalità esiste, ha la funzione di risolvere i problemi, ma
soprattutto serve a “pilotare” la nostra forza emotiva.
Il
grande campione sportivo diventa tale per aver desiderato con
passione
(emozione) e aver organizzato il suo fisico ad arrivarci (razionale).
Lo
stesso campione, magari si dopa per arrivare a tutti i costi. È un’azione
razionale o emotiva?
Cosa
succede all’uomo d’affari che, andandogli tutto bene in famiglia,
sentimenti, salute e denaro, finisce in depressione?
Si
potrebbe allora affermare che, dentro di noi, la percezione del confine tra
razionale ed emotivo, sia davvero quasi inesistente.
Come
possiamo altrimenti definire la nostra vita interiore se non attraverso le
percezioni?
E
la felicità non è anch’essa una percezione?
Facile
pensare dunque, che quando facciamo confusione tra la felicità vera,
consolidata dentro di noi, e quella emotiva, ci sia qualche ragione.
Difatti,
la felicità interiore è una cosa, mentre la felicità emotiva è un’altra.
La
felicità emotiva è come neve al sole. Quante volte nella vita passiamo momenti
felici che poi svaniscono?
Ok!
Ma se la felicità non è un’emozione, allora che cos’è?... beh! Forse è
più facile cominciare da ciò che non è.
Il canto delle sirene è la
prigione della nostra felicità.
Un
altro ostacolo può essere la ricerca del piacere.
La
ricerca del piacere in realtà è uno svolgimento dell’evoluzione umana.
Esempio: dal giaciglio di paglia delle caverne della preistoria, al letto ad
acqua del ventesimo secolo.
Pure
l’invenzione della ruota n’è parte in qualche modo, poiché con il suo
aiuto la vita è migliorata, quindi è più piacevole.
Molte,
moltissime invenzioni esistono per servire l’uomo, nel bene e nel male, ma
nonostante tutto il loro servizio, le invenzioni, nonostante il “piacere” di
servirsene, milioni d’uomini sono invece inclini all’infelicità. Dimostrare
il contrario, diventa la grande utopia perché:
Attraverso
la sua stessa evoluzione, l’uomo ha finito con il relazionare il piacere alla
sensazione della felicità. Del tutto emotivo e poco ragionevole.
Ad
approfittare di questo ad esempio, è l’enorme interesse degli esperti della
pubblicità.
Un
morso di cioccolata, un viaggio, un profumo eccetera, diventa nelle loro mani la
felicità stessa.
Niente
di più falso naturalmente, ma il bisogno di felicità ci rende vulnerabili.
E
allora la felicità diventa facile da comprare, diventa la nuova automobile per
l’adulto e un giocattolo per il bimbo, oppure diventa soldi, quando questi
mancano, o l’arrivo alla pensione eccetera, eccetera.
Tutto
diventa deviante, poiché figlio dell’ignoranza, quando invece la felicità vera esiste, ma è resa
introvabile semplicemente perché stiamo cercando altrove.
Però
il diritto alla felicità esiste eccome. Naturalmente, bisogna guadagnarselo.
Come tutte le cose importanti d’altronde.
Innanzi
tutto va capito dove cercare, ma fintantoché pretendiamo la felicità dalla
società o da chicchessia, delegando agli altri, quello che dovremmo fare noi,
non solo diventa poco intelligente, ma molto, molto deviante.
Tanta,
tantissima gente, sostiene di essere infelice per colpa degli altri, del lavoro
che manca, dei soldi che mancano, della pensione, eccetera, eccetera.
Il
sesso, il denaro (quando ci sono), gli affetti (anche se veri) sembrano non
bastare mai.
Si,
non bastano mai, e quando si perde qualcosa, s’accende paura e angoscia.
Siamo
drogati di piacere, la droga stessa è ricerca di piacere. Poi solo sofferenza
si sa.
Siamo
drogati di forti emozioni, del lusso, di tutto. E siamo incapaci di rinunciare.
Oh
si, esiste anche la capacità di adattamento quando si perde, certamente, ma
quando ci adattiamo e accettiamo la nuova situazione, ricominciamo di nuovo con
le vecchie, logoranti, abitudini.
È
più forte di noi, fa parte della nostra evoluzione, siamo votati alle
sensazioni piacevoli ed a sfuggire le spiacevoli.
Per
taluni è una vera e propria smania, per altri semplicemente piaceri da vivere
approfittandone quando ci sono.
Il
piacere è parte di noi, è un istinto (il neonato non mangia se non sente
piacere). Questa e la ragione per cui del piacere, ne siamo prede cosi
violentemente da essere per l’uomo, fuori controllo.
La
ricerca del piacere e delle emozioni eccitanti, diventano l’unica ragione di
vita.
Per
molte persone le emozioni piacevoli sono vita, e le emozioni non piacevoli sono
morte.
Si
prendono decisioni importanti attraverso le emozioni, per cui se una cosa mi da
subito una sensazione piacevole la promuovo altrimenti… e il piacere ha pure
molte facce: per qualcuno può essere la comodità assoluta, per altri vivere
una vita spartana con situazioni scomode che, per lo spirito di avventura,
diventano fonti di emozioni piacevoli.
Siamo
capaci di soffrire per il piacere, come la prima sigaretta che ci strappa i
polmoni promettendoci momenti piacevoli in futuro nonostante il rischio di
cancro.
O
lavorare duramente per costruire qualcosa che poi ci darà certamente piacere.
Mangiamo
quello che ci piace vestiamo per piacerci e per piacere. E la bellezza è un
culto.
Niente di sbagliato in tutto questo ma scambiarlo per felicità lo è.
Riusciamo
a trovare piaceri anche non possedendo nulla o quasi, ma ricchi o poveri, i
motivi alla fine sono gli stessi.
Naturalmente
nella corsa al piacere per trovare la felicità c’era anche il signor Olmo
Faro.

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delle Fiabe
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Dentro o fuori
Banale
affermarlo e probabilmente è già stato detto è ridetto che: la felicità va
costruita dentro di noi e non fuori di noi. Lo sappiamo ed è intuibile da se.
Eppure
ci sentiamo impotenti e allora la felicità nel piacere diventa la cosa tutto
sommato più ragionevole perché più immediata.
Il
piacere basta comprarlo ed è alla portata di tutti. Molto semplice. E visto che
darmi piacere mi fa felice, ecco che, tra un piacere e l’altro, mi “sento”
felice.
Se
ho anche la “sfortuna” di essere ricco, posso, anzi, voglio che il mio
piacere sia un susseguirsi contiuum, così, sono felice sempre.
Vero
o falso che sia, la sensazione del piacere, anche se breve, la sento reale.
Tutto sommato è ragionevole, e per di più è piacevole avere piacere.
Comunque, sempre meglio di niente.
E
così il dentro diventa il fuori. Anche perché il più immediato, quasi più
visibile, palpabile e poi, una cosa per essere vera la devo vedere, toccare…
La
felicità va costruita dentro di noi. Ok. Il problema è come
fare e dove cercare.
Da
sempre, molte filosofie, religioni e quant’altro, affermano di avere la
ricetta con decaloghi comportamentali e di pensiero.
Anche
la psicologia moderna fa la sua parte: tecniche d’analisi e d’intervento
sono innumerevoli.
Fiumi
di libri con ognuno la sua verità.
E
noi poveri cristi che lavoriamo da mattina a sera, sbarcando il lunario, con i
figli, la casa, le bollette eccetera, se per caso ci passa il barlume di
sentirci insoddisfatti, sono guai.
Il
tempo e i soldi per noi, sono lacrime e sangue. Avere un po’ di piacere
(felicità), diventa chimera. Allora deleghiamo la nostra felicità al prete
della parrocchia che ci suggerisce che la felicità non è di questo mondo, ma
dell’altro, e che è giusto soffrire in questo, così è più sicuro che la
felicità ci sarà davvero nell’altro.
Oppure,
come altri se possono, il signor Olmo compreso, assaggiano la filosofia dei
santoni dei guru, magari rinunciando a molte altre cose per avere il tempo di
meditare, viaggiare, riunirsi, eccetera, eccetera.
Esistono
inoltre persone, che felici sono convinti di esserlo, soprattutto nell’agiata
adolescenza.
Nulla
in contrario.
La
percezione della felicità che sia dentro o fuori, giusta o sbagliata, ognuno
deciderà per proprio conto, cosa farne di questa percezione, durante la scuola
della vita.
Come
sappiamo, l’esperienza insegna.
Sempre
che lo studente prenda appunti e sia attento alle lezioni…
La felicità va costruita dentro di noi e non fuori di noi.
L’inizio.
Olmo,
conduceva una vita agiata, non gli mancava nulla.
Brillava,
non troppo, ma non gli mancava nulla.
La
sua persona era permeata da un’aria di successo, soldi sempre in tasca, non
troppi, ma discreti.
Per
anni mai avuto il problema di arrivare alla fine del mese anzi, ci arrivava di
corsa.
Il
lavoro era ottimo. Gli procurava denaro e tempo libero.
E
poi, la soddisfazione di avere cominciato senza un soldo, chiudeva il cerchio.
Anche
in cultura non era male: leggeva molto. Libri interessanti di natura umana, mai
gialli o romanzi ma libri storici, tecnici e psicosociali.
Aveva
imparato a comunicare molto bene con le persone, era persino relatore di corsi
di comunicazione.
Quadretto:
una splendida moglie e tre figli che adorava.
Olmo,
neanche 40 anni e tutta la famiglia in ottima salute.
Tratteneva
nelle sue mani la felicità. Ne era certo.
Naturalmente
non era tutto sempre splendido. Alti e bassi non mancavano e la frenesia di
avere di più apparteneva anche ad Olmo, ma nei suoi conti risultava molto di più
il positivo che il negativo, quindi tutto ok.
L’incontro.
La
nebbia quando ci nasci, la vivi come se avesse un senso.
Come
se la natura formasse quella specie di nube densa che si colloca tra te il mondo
per qualche recondito motivo.
Forse
per rallentare la frenesia della terra dove sei.
Tutto
diventa un po’ irreale, impalpabile, e le cose ti sembrano lontane in
un’altra dimensione.
Questa
sensazione ovattata, la provoca anche molto più fortemente una nevicata
improvvisa, e abbondante.
Tutto
si ferma e il silenzio regna ovunque.
Quando
questo succede ad una gran città, coglie il senso di ciò che s’intende.
Con
due metri di neve, una città si ferma di sicuro.
La
gioia dei bimbi quando nevica, la conosciamo. Gli adulti devono accettare il
fatto compiuto, per poi organizzarsi diversamente.
La
nebbia invece ti confonde, il lavoro va avanti, ma se non cambi ritmo allora
sono guai.
Difatti,
la nebbia se non la conosci ci muori.
Olmo
percorreva migliaia di chilometri nella nebbia con la sua grossa auto, e forse
era un miracolato.
Probabilmente
il suo angelo custode aveva parecchio da fare.
La
nebbia rallenta la frenesia e chi non si mette in sintonia, spesso ci lascia le
penne.
Capitò
un giorno, mentre come tutte le mattine, Olmo infilava in tutta fretta la
Venezia Milano, di assistere ad uno spettacolo allucinante.
Mai
visto una cosa così, Olmo non la ricordava affatto. Davanti hai suoi occhi,
c’era probabilmente l’incidente a catena più lungo di tutta la storia
automobilistica italiana: chilometri di macchine accartocciate.
Per
Olmo gli incidenti erano all’ordine del giorno, n’aveva visti d’ogni
sorta.
Nei
suoi racconti d’avventura metropolitana, ve n’era uno che raccontava agli
amici con goliardia.
Nella
bassa Bergamasca stava viaggiando su una strada di provincia, con lentezza per
il traffico intenso e un asfalto terribilmente liscio, quando davanti a lui, ad
una ventina di macchine di distanza, vide un camion con rimorchio benzina, che
procedendo dalla parte opposta, frenava violentemente per evitare un
tamponamento.
A
quel punto il rimorchio cominciò a “pettinare” la strada lentamente di
traverso, invadendo la corsia opposta (la motrice aveva inchiodato il suo
rimorchio no). Lo spettacolo fu, che le venti auto davanti a lui, per scansare
l’urto inevitabile, mentre il rimorchio avanzava inesorabilmente di traverso,
si tuffavano letteralmente ad una ad una dentro il fosso, fortunatamente
asciutto, adiacente al ciglio della strada.
Quel
giorno però, c’era poco da stare allegri, anche per un veterano della strada
come Olmo.
Era
difficile crederci. Una vera ecatombe.
Poteva
constatarlo benissimo visto che, quel mastodontico disastro, si era formato
dall’altra parte della carreggiata.
Olmo
era allucinato. Dopo qualche chilometro percorso osservando tutte quelle auto
dall’altra parte del guardrail alla sua sinistra, vide il traffico che aveva
davanti, rallentare sino a fermarsi, incredibile...anche dopo chilometri
dall’inizio dell’incidente, le auto avevano sbattuto così violentemente da
invadere la carreggiata opposta. Davanti a se, chissà quanti altri chilometri
di tamponamento.
Olmo
era fermo, spense il motore come tanti davanti a se e dietro. Passò del tempo.
Sbirciando
allungando il collo notò la fila lunghissima di auto ferme.
La
gente cominciava scendere dall’auto come si fa di solito in questi casi.
Stavolta decisamente con un motivo in più.
Era
li seduto, attonito. Il sole ormai era alto nel cielo, la nebbia da un po’
s’era del tutto diradata.
Sentiva
sirene spiegate, stava per prendere la decisione di dare una mano a quei
poveracci, quando sentì la portiera aprirsi.
Una
voce: “Mi scusi” gli dice un po’
fiacca, “Può darmi un passaggio?”
Olmo,
colto di sorpresa, guardò il tizio che si affacciava dalla sua portiera: magro,
alto con fare elegante. Una corta e lieve barba bianca, gli dava un’aria
leggermente professionale. Sporco di gasolio (la puzza era quella), aveva
indosso solo pantaloni e una camicia strappata.
Qua
e la, macchie di sangue nella sua bianca camicia, enunciavano dolore e paura.
A
volte, parlare di dolore in realtà è più facile che parlare del piacere.
Guerre,
terremoti, inondazioni, carestie… la storia dell’uomo è pervasa dal dolore
da millenni, milioni di anni.
Il
piacere è come lo zucchero che rende piacevole il caffè amaro.
La
vita in fondo è come un caffè amaro. Il dolore e il piacere sono due estremi
che convivono nella vita di ognuno di noi, e il loro modo di rapportarsi ne
determina la qualità della nostra esistenza.
Forse
è per questo che passiamo la vita alla ricerca del piacere: stipare di zucchero
la nostra cambusa.
Così
il piacere può superare il dolore, e quindi determinarne una vita magari
“quasi” felice.
Mah!
Forse hanno ragione i preti: la felicità non è di questo mondo.

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delle Fiabe
Olmo
aveva avuto improvvisamente questo flash di pensieri. Per la verità era già da
un po’ che rimuginava sulla vita e le sue angolature. Non che ne avesse
motivo, ma data la sua predisposizione alle scienze umane, rispondere a qualche
domanda irrisolta, gli avrebbe fatto piacere.
In
ogni caso la vista non meglio prevedibile di quell’uomo, lo fece sobbalzare e
di rimando rispose al suo improvvisato ospite: “Dove deve andare?”
In
questi casi, da come era conciato, ti aspetti una risposta tirata, un bisbiglio,
ma lui no.
Quel
signore aveva una certa classe. Infatti la sua voce non travisava alcun timore,
e anche se le sue mani tremavano un po’ rispose sicuro: “se mi fa scendere a Bergamo mi farebbe un gran favore”.
Salì
in macchina. Naturalmente Olmo fece l’ospite garbato per metterlo a suo agio.
In
quel frangente era evidente forse più l’imbarazzo di Olmo che del suo
“forzato” ospite.
Olmo
si fece coraggio e incalzò un po’ con le domande, lentamente con discrezione.
Olmo
aveva una dote speciale nel comunicare con le persone. Sapeva sempre metterle a
suo agio in ogni situazione.
Difatti,
pensò bene che in quel momento chiedere come va, era da idioti e allora: “Spero
non sia ferito” avanzò garbatamente…
Dopo
le rassicurazioni del suo ospite, il silenzio fu d’obbligo a misura, per
raccogliere un momento i pensieri. Giustamente. Soprattutto per il suo ospite.
Strano
a dirsi, ma la mente di ognuno di noi, così inverosimilmente diversa l’una
dall’altra nel contenuto specifico, possiede meccanismi del tutto similari o
pressoché identiche.
Così
Olmo attese che il suo ospite si riprendesse un attimo, dato che ora era sicuro
di essere aiutato, poteva con calma riorganizzarsi, e rimediare dove c’era
modo.
Cosa
fosse successo era lampante. Decisamente fuori luogo chiederlo. Olmo gli allungò
allora cortesemente il suo cellulare e rimase in silenzio, assorto.
Notò
che il suo ospite parlava un’altra lingua. Parlava dolcemente, forse per
rassicurare il suo interlocutore.
Anche
il suo linguaggio possedeva un suono fonetico molto dolce. Pareva una lingua
lontana, quasi antica, forse medio oriente, certamente non occidentale. Olmo
trovava difficile collocarla.
Intanto,
fuori dalla macchina la fila cominciava a muoversi lentamente come fa sempre in
questi casi: a fisarmonica.
Dopo
qualche chilometro finalmente, Olmo vide la fila davanti a se che, deviata dalle
forze dell’ordine, usciva in un non ben definito punto dell’autostrada. Non
era un casello, ma un varco che gli addetti ai lavori avevano per quel
frangente, aperto.
L’ostruzione
dell’incidente era tale che avrebbero, Olmo e il suo ospite, rischiato di
attendere probabilmente tutto il giorno, ma soprattutto avevano chiuso e
liberato quella parte dell’autostrada per permettere ai soccorsi di lavorare
alla meglio per aiutare feriti e illesi,
intrappolati per chissà quanto tempo in quell’inferno.
Mentre
stavano lentamente uscendo, Olmo trascende dai suoi pensieri e in tutta fretta
chiede: “Ma è sicuro di andarsene così?
E i bagagli? E le sue cose personali?”
“Tutto bruciato”
scandisce chiaramente “Porto a casa la pelle, è già molto”
“Già”
conferma un attimo dopo Olmo “Mi spiace” dichiara come per alleviargli il dolore.
Il
suo ospite percepì l’avvicinarsi sincero di Olmo, e guardandolo un attimo
negli occhi come per prendere contatto, tira il fiato (ne aveva bisogno) e
sospira: “Fa niente. Dispiace anche a
me”
Parole
di circostanza naturalmente. Fra sconosciuti di solito si comincia così.
Importante
e prendere contatto. Rompere il ghiaccio come si dice.
Olmo
osservava garbatamente il suo ospite, non poteva non fare a meno di notare
questa sua eleganza. Il carisma era notevole nonostante il brutto momento.
Certamente
non era nelle condizioni fisiche migliori, ma nonostante tutto, pareva quasi
fosse lontano da quello che gli era accaduto.
Il
suo ospite cominciò a rilassarsi. Olmo lo vedeva lasciarsi andare e socchiudere
gli occhi.
In
questi casi le immagini terribili dell’incidente cominciano a scorrere davanti
agli occhi di chiunque quando ci rilassiamo.
Quando
viviamo intensi momenti emotivi, ciò che accade, ci torna inesorabilmente
indietro. Sembrerebbe quasi inevitabile.
La
mente è molto potente: come ha la capacità di rimuovere uno choc subito, allo
stesso modo può ridarti dolore o gioia di momenti passati.
Vivi
virtualmente l’accaduto in seno ad una logica del tutto personale.
Alcuni
soggetti fanno terapia spontanea (accettazione e rimozione come dicono gli
specialisti), altri invece subiscono passivamente le ondate d’emozioni.
Dopo
un po’ si fermarono. Olmo si sparò il suo secondo caffè della giornata,
mentre l’elegante in camicia strappata si riassettò come poteva al bagno
degli uomini.
Oramai
quel giorno sicuramente stava prendendo una piega imprevista.
La
mattina stava sfumando compromettendo gli appuntamenti. Olmo, cellulare alla
mano, ricombinò le cose.
Si
sedettero un attimo al tondo tavolo d’alluminio del bar, mentre fuori il sole
d’autunno addolciva l’inoltrato mattino.
È
incredibile come l’autunno giuochi con i suoi splendidi colori.
Con
capriccio li sfoggia come un vanitoso pavone nelle foglie degli alberi del
sottobosco: i rossi, i gialli e i violetta li accende improvvisi con i raggi del
sole, per poi nasconderli nel limbo delle sue foschie.
I
due uomini si presentarono. Olmo ne approfittò per osservarlo meglio.
Probabilmente fu reciproco.
“Mi
spiace” disse il suo ospite cortesemente “Il
suo tempo è prezioso…”
“Fa
niente” ricambiò Olmo “Ne
approfitterò per crearmi un diversivo. Sa, sono sempre sotto pressione. Mai
fermo un momento”.
“E
per lei” incalza improvvisamente il suo ospite “Lo
trova mai il tempo?”
Olmo
lo guardò dritto negli occhi leggermente scosso per la domanda a brucia pelo,
un filo troppo diretta.
“Mah..” disse Olmo di rimando forse chiudendosi un po “Generalmente
il tempo libero lo passo in famiglia”
La
domanda di per se, non aveva in se nulla di più di una semplice domanda. Ma a
Olmo in quel momento parse un momentino fuori luogo. E poi, come fa un emerito
sconosciuto improvvisarsi indagatore su cose personali senza chiedere il
permesso.
Olmo
rimase assorto giusto un attimo. Ebbe l’impressione che quel signore volesse
dirgli qualcosa che riguardava la sua persona, come se avesse lui bisogno di
aiuto e non il suo ospite.
Solo
sensazioni ovviamente, anche se non v’era alcuna ragione, visto che al momento
erano del tutto sconosciuti l’uno a l’altro.
Qualche
minuto dopo, furono di nuovo in macchina.
Salendo
il signor Merito (così si chiamava), scorse tra i sedili posteriori un
libricino che Olmo portava sempre con se in quel periodo: il gabbiano Jonathan
Livingstone.
“Aha” esclama “Ottima lettura,
posso…” prendendolo in mano lo sbircia qualche attimo e poi continua: “Se
posso dire la mia su questo libro” disse leggermente eccitato “Ha
diversi modi per essere letto. Come se sia stato scritto in più strati”
“Come dice prego?”
“Si” continuò Merito “Questo libro
contiene diverse dimensioni. Andrebbe letto come fa l’archeologo, quando scava
i suoi siti. L’archeologo sa molto bene che in ogni sito scoperto possono
apparire più ere”.
“Che strano modo di
parlare” pensò Olmo fra se e se, mentre Merito continuava
indifferente al suo cipiglio interrogativo. “Vede
signor Faro, questo libro possiede poche pagine ma il suo contenuto potrebbe
benissimo starci anche in mille pagine”
“Capisco…” fece Olmo quasi sincero, “Vorrebbe dire che il libro ha dei messaggi così importanti che
andrebbero approfonditi di più dallo scrittore?”
“No” riprende con più enfasi “Il libro
va benissimo anzi, solo così va scritto. Gli archeologi siamo noi”.
“Ma da dove salta fuori
questo qui. Pensavo essere io il matto” disse a se
steso Olmo mentre guidava nel traffico in cerca di un casello per Milano.
Merito
tacque. Forse per dare modo al suo interlocutore di pensare.
Olmo
sentiva che osservava la sua faccia sconcertata. Gli veniva da pensare che
Merito volesse in qualche modo imbarazzarlo apposta per qualche suo egocentrico
motivo o forse altro ancora.
Forse
voleva farlo pensare davvero.
Quando
fai per anni il venditore, e il tuo lavoro si basa sul contatto umano, ti
accorgi subito delle infinite sottili sfaccettature dell’uomo e ti sembrano
un’autentica giungla.
Poi
invece con il tempo questa giungla la conosci e i punti di riferimento diventano
molto chiari e tutto risulta più facile.
Il
signor Merito invece, sembrava avere il potere di imbarazzarlo, forse in modo
paterno, comunque…
Di
nuovo furono in fila. Le auto davanti a loro, molto probabilmente erano le auto
che, come quella di Olmo, avevano sfiorato lo stesso spaventoso incidente.
Il
casello più avanti che tutti cercavano d’imboccare era un piccolo casello di
paese. L’imbuto era inevitabile, la pazienza, l’unica arma necessaria.
Finalmente
s’infilarono di nuovo. All’epoca a Olmo piaceva molto viaggiare in auto,
incidenti permettendo.
Di
nuovo, il sibilo del vento. Corsia di sorpasso, e via.
Il
signor Merito si era ammutolito, Olmo lo sbirciava guidando.
Il
suo modo di parlare comunque era incantevole, ammise silenzioso.
Aveva
la capacità di attrarlo fortemente. La sua voce suadente, anche se incisiva,
era senza durezza.
E
poi, l’accento era quasi invisibile, forse lontanamente lombardo.
Vivendo
con la gente del posto, qualcosa assimili di certo.
Appariva
subito il suo fare diretto tipico dei bergamaschi. Era penetrante, forse un po
troppo, ma con la sua squisita cortesia, non percepivi affatto la violazione
della tua privacy.
Vaghe
sensazioni comunque, nulla di più. D’altronde, quando non conosci chi ti
parla, ti affidi sempre alle sensazioni…

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delle Fiabe
Venne
presto l’ora del pranzo. Un giusto posticino Olmo naturalmente lo conosceva.
Il
suo ospite così trasandato forse non gradiva. E per di più col disastro della
mattina sua, aveva senz’altro fretta di tornare.
Gli
sarebbe spiaciuto lasciarlo così senza un umano motivo. Come un pacco portato a
destinazione.
Conoscerlo
un po di più, gli andava proprio a genio.
“Non si preoccupi per me” disse improvvisamente Merito, “Un boccone lo mangio volentieri”
Olmo
lo guardò diritto negli occhi ed esclamò apertamente: “Cosa fa? Mi legge nel pensiero?”
La
tensione ormai era sciolta. Ci scappò una fragorosa risata all’unisono.
“No, no…” fece
Merito. “È semplicemente l’ora del
pranzo. Ho interpretato il momento”.
La
risata era stata fragorosa, quanto un pochino isterica. Da parte di Olmo
sicuramente. Comunque, meglio una mezza ilarità che niente.
La
mattinata dell’incidente aveva lasciato il segno. Nessuno, anche se incolume,
passa del tutto indenne ad un disastro così. E probabilmente fu solo
combinazione che strazianti grida in cerca d’aiuto non giungessero
all’orecchio di Olmo.
In
ogni caso, difficile dimenticare una cosa così. Per tutti.
Olmo
e Merito avevano bisogno di fraternizzare anche per scaricare la tensione di
quei momenti, così la mente ha modo di
rimuovere, mitizzare, velare il ricordo, per non subirlo troppo, anche se la
nitidezza del brutto momento può rimanere a lungo.
Questa
fase peculiare della mente, fa parte dello schema di sopravivenza insito in
tutti gli animali della terra, uomini compresi.
Normalmente,
un momento di vita, quando è investito da una forte emozione, si trasforma in
un ricordo permanente. Se positivo, meglio. Se negativo, la mente si adopera per
renderlo accettabile.
Esistono
orrori nella vita, i quali, fanno arrivare spesso la mente degli uomini ad un
bivio: dimenticare o impazzire. I sopravvissuti d’olocausti ne sono testimoni.
Funziona
come una sorta d’istinto, anzi, diventa bagaglio d’istinto.
L’istinto
serve soprattutto alla prevenzione, sopravivenza quindi. Se non fosse così,
l’esperienza sarebbe inutile.
Si
potrebbe inoltre affermare che questo meccanismo mentale, sia parte dello schema
di ricerca del piacere, di cui andiamo blaterando da un po’ in questo
racconto.
Rivelazione
Il
localino era giusto nel lungo lago. Naturalmente Olmo era conosciuto anche li.
Uno
dei piaceri del mestiere venditore, almeno per lui, era la ricerca del posticino
giusto per il relax del pranzo.
Garbatamente
il padrone gli sorride nel vederlo. Un tavolo è libero vista lago. Tovaglia
linda con profumo di bucato.
Olmo,
amava spesso disquisire con il cuoco del posto, di cucina. Ovviamente nel tardo
pranzo, ristorante permettendo.
Sovente,
si dedicava ai fornelli, quando era a casa. Virtù iniziatagli dalla nonna
paterna.
In
realtà era figlio d’arte. La nonna possedeva un ristorante.
Olmo
cucinava solo per diletto. Non per lavoro naturalmente, ma per il semplice gusto
di farlo.
Due
chiacchiere con il cuoco e furono di nuovo soli.
“Come mai legge quel libro
Signor Faro?”
“Eccolo che non molla” pensò Olmo “Come
sarebbe?” gli chiede di rimando provando a tenere le redini del discorso
(cosa alquanto temeraria).
“Beh, nessun libro è mai
letto per niente. E non tutti i libri
sono tali da contenere argomenti che valgono il nostro
tempo. Non crede?”.
Ora:
ma quando vi capita un tipo così. Due parole e il cervello vi fuma.
Olmo
si raccolse un attimo e rispose: “In
questo caso il libro… quel libro, è stato un regalo”.
“Bene” risponde immediato come se avesse un progetto in testa “Il
motivo è il regalo stesso”.
Di
nuovo una pausa. Questa volta accompagnata da un sorriso, sarcastico, o forse
no.
Merito
attese ancora un attimo e poi senza aspettarsi la risposta (ormai Olmo lo
conosceva) continuò:
“Purtroppo sono parecchie le
persone che regalano un libro senza averlo letto. Un libro regalato è come un
biglietto d’auguri scritto con il cuore, senza frasi di circostanza. È un
messaggio ben preciso… regalare un libro senza averlo letto è come far
scrivere quel biglietto d’auguri ad un altro”.
Mentre
Merito parlava gli venne da pensare alla persona che gli aveva regalato quel
libro. Gli tornò alla mente un ricordo ancora più lontano, quando conobbe il
racconto di “Gionathan” prima del libro stesso.
Molti
anni prima, quando era ancora ragazzo, assistette ad una commedia in un piccolo
teatro di provincia.
La
rappresentazione di quel racconto era recitata da attori dilettanti ma molto
seriamente impegnati. Gli tornò alla mente chiaramente anche perchè tra gli
attori c’era un’amica d’infanzia.
Olmo
ebbe una sensazione strana, era incredulo nel ricordare una cosa così
profondamente sepolta nella sua memoria, che nemmeno la lettura del libro aveva
riportato alla luce.
Invece,
improvvisamente, riaffiorò straordinariamente in quel momento.
Pranzarono
inizialmente con voracità per lenire velocemente i morsi della fame, dato
l’attardarsi dell’ora. La brutta mattina sembrava lontana.
Un
pranzo in buona compagnia è un momento che noi tutti amiamo. Azzardare a
definirlo un rito propiziatorio alla vita non è del tutto errato. Non solo.
Sicuramente l’apparato di riproduzione di enzimi che accompagnano una buona
digestione, trova motivi in più per proliferare tale capacità.
Questo
succede per la buona forma in cui ci si trova la mente in quel momento,
provocando di conseguenza le famose “endorfine”. Un ormone prodotto dal
cervello quando questi è un stato di benessere., cosa scoperta tempo dopo da
Olmo, in un viaggio a Cipro.
Merito
incalzò di nuovo Olmo: “Vede signor
Olmo, la percezione di un libro non è esattamente una lettura. In realtà ogni
buon libro andrebbe riletto svariate volte. Di sicuro, signor Olmo, leggere un
libro una sola volta è come visitare il più bel posto del mondo una sola
volta. Solo quando conosci a fondo dove sei, puoi avere l’esatta percezione
del luogo in cui ti trovi. Il resto è solo turismo.”
Non
poteva non stupirsi Olmo con il signor Merito. Ogni parola pareva misurata a
dovere e non aveva scampo.
Ascoltare
Merito era un vero piacere. Anche nei suoi silenzi, c’erano parole.
Guardò
di nuovo il suo interlocutore dritto negli occhi. Non temeva più il suo
sguardo.
Dopo
un attimo allungò la mano verso il lago: ”Guardi
ad esempio il lago, lo guardi attentamente. Vede come l’inoltrarsi della
fredda stagione persuade il lago ad incupirsi”.
“Lo vedo” gli rispose Olmo
“Non è proprio questo” continuò “Che
intristisce i buon temponi, i cosiddetti superficiali, gli eterni turisti.
Turisti persino in casa loro”.
“Capisco” disse Olmo sommessamente.
“Esistono comunque individui
che, scrutando il mondo attraverso i loro occhi, con loro, il mondo cambia.
S’accorgono magari delle
nebbioline a fior d’acqua, laggiù in fondo al lago”. Disse
Merito indicando di nuovo.
“Le vede sfiorate appena qua
e là da leggeri raggi di sole? E non vede quei giunchi laggiù a riva, piegarsi
dal vento?...Lo trova triste tutto questo?”
“Ma questo è un poeta” pensò Olmo automaticamente.
“Beh, visto così
non direi proprio” fu il suo commento.

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Il desiderio e il bisogno
Finirono il pranzo. Il caffè e di nuovo in macchina.
Ormai il pomeriggio cominciava ad inoltrarsi.
Il traffico in autostrada s’era del tutto diradato.
Gli appuntamenti del pomeriggio di Olmo erano salvi.
Correndo, le parole di Merito ronzavano addosso ad Olmo.
Merito taceva. Lo lasciava pensare…
“… i libri hanno
una loro ragione… una loro ragione…hm dunque…un libro di storia lo leggi
perché vuoi sapere il passato… i libri didattici, meglio quelli. Sono più
affidabili.
Fiumi di libri. Il
libro esiste per trasmettere a molti il pensiero di pochi. Come se lo scrittore
avesse l’opportunità di parlare attraverso il suo libro a migliaia di
persone, e quando il libro è un best seller, a milioni…hm hm…anche il libro
di Jonathan Livingstone…”
Olmo non poteva fare a meno di pensare al libro, era
decisamente l’argomento della giornata.
Flash di immagini del racconto gli passavano per la mente.
“Quel
piccolo gabbiano di nome Jonathan, che passa tutta una vita a studiare il suo
volo… a volare più di se stesso…
E
poi… quanto è bravo lo scrittore, quanto è bravo Richard Bach a farti
immedesimare nel protagonista... Jonathan che rischia di morire per imitare il
volo del falco… un gabbiano che passa l’esistenza a volare un volo che non
è il suo… perché vuole imparare a tutti i costi. Vuole imparare, vuole
conoscere, esplorare.
Vuole
volare voli mai volati da nessun gabbiano e per questo è radiato dal gruppo,
dalla sua famiglia.
Resta
solo per tutta la vita… scelta dura…”
Poi
gli torna alla mente la dedica dello scrittore: “A
Jonathan. A quel gabbiano che giace dentro di noi”
“Per
tanti e morto e sepolto”
esclamò improvvisamente Merito.
“Chi
è morto”
fece Olmo attendendosi l’ennesima provocazione.
“Il
gabbiano, quello dentro di noi.”
“Ma
lo sa che stavo pensando la stessa cosa”esclamò
Olmo
“Jonathan
era l’unico di tutto il suo stormo” continuò
Merito senza farci caso.
“Jonathan
inseguiva una cosa rara purtroppo… inseguiva il reale bisogno
del suo essere… non inseguiva il desiderio
come fanno tutti…”
“Ma
di cosa sta parlando”
fece Olmo leggermente indispettito.
Merito
con elegante noncuranza (ormai Olmo c’era abituato) continuava: ”Quanta
confusione tra desiderio e bisogno”
“Ma
che differenza c’è”
chiese Olmo di rimando.
“Quasi
nessuna per tanti. Una enormità per pochi”
“Lei
parla così sempre per enigmi con tutti oppure…”
lo provocò Olmo sorridendo,
Merito
ricambiando il sorriso filò dritto dicendo:
”Il desiderio è pura emozione. Il
bisogno, è avere ciò che serve
davvero”.
“Continuo
a non capire”
fece Olmo quasi disperato.
Ora
il suo ospite parlava a raffica, come se avesse fretta.
Olmo
aveva l’impressione che volesse terminare un certo discorso già preparato,
per chissà quale incredibile motivo, prima che arrivassero a destinazione.
Fuori
dell’auto il sole stava ponendosi nel suo rosso tramonto davanti ai loro
occhi.
Gioco
forza era il fatto che, la loro direzione puntasse verso ovest. Bergamo
era ormai vicina.
“In
questo caso”
continuò Merito “Non se ne può capire subito la differenza, se utilizziamo i
soliti punti di vista. Vecchi schemi mantengono vecchie idee. Ma andiamo per
ordine.
Quando
ho fame, mangio. Se sento freddo, mi copro. Questi
sono bisogni”.
Merito
scandiva incidendo.
“Ma
se possiedo 30 camicie, ho davvero bisogno della trentunesima?
“Quando
desidero molto di più di quello che mi serve, questo non è più un
bisogno reale, ma semplicemente uno sfogo emotivo. È d’accordo?
In
ogni caso, possedere cose futili o esagerate ricchezze, resta una scelta
personale e, che questo sia condivisibile o meno, il problema sarebbe forse
soltanto nel “come” abbiamo ottenuto ciò che possediamo.
Il
desiderio forsennato di possedere cose futili, è visto dai moralisti come un
peccato.
In
realtà, diviene un peccato perché tale atteggiamento abitua il nostro pensiero
emotivo ad avere la predominanza sul razionale, rendendo le nostre analisi sulla
vita poco obiettive.
Tutto
questo ci allontana dalla verità. Ed è un vero “peccato” non conoscerla.
Il
desiderio e il bisogno li contraddistingue una sottilissima linea. La confusione
è facile.
Fare
chiarezza tra i due, sarebbe necessario, invece normalmente succede che:
ciò
che desideriamo supponiamo di averne bisogno. Ma non è così!!!
Desiderare
fortemente qualcosa è giusto, quando vuoi ottenerla, ma capire ciò che ci
serve davvero è molto più importante.
Prima
dovrei capire il bisogno,
poi desiderarlo intensamente. Ecco,
fu questa l’illuminazione per Jonathan.
Jonathan
era in sintonia con i bisogni della sua Anima…e per quei bisogni ha lottato a
lungo…l’unico modo per raggiungere la vera felicità.
Ci
sono milioni di uomini che posseggono di tutto solo unicamente per desiderio.
Molti di loro sono ugualmente infelici.
Questa
umana pazzia, questa confusione, devia l’uomo dal sintonizzarsi su ciò che
gli serve davvero.
E
allora succede che colui che ha, vive infelicemente esattamente come colui che
non ha. E questo succede da sempre a milioni d’individui”.
Merito
disse questa cosa tutta d’un fiato. E Olmo faticò parecchio per metterla
insieme ben tradotta nel suo cervello.
Merito
si assicurò che avesse capito bene, ripetendogli la stessa cosa almeno tre o
quattro volte, in diversi modi. Da uscirne pazzi.
Bergamo
ormai era in arrivo.
“Senta,
un’ultima cosa: mi dica signor Faro, siamo qui per spassarcela o altro…”
Merito
tacque di nuovo, non parlò più. Lasciò Olmo così nel silenzio.
Lo
accompagnò sino ad un parcheggio taxi, lo vide salire, salutare e andarsene.
Non
lo rivide mai più.
Il
beneficio del dubbio
Ognuno
di noi avrà pensato almeno una volta nella vita agli angeli custodi.
Si
sarà posto delle domande. Da bambino soprattutto. E poi magari da adulto, anche
forse solo per infantilismo.
D’altronde,
la nostra cultura occidentale filo cristiana ne è piena.
Da
bambini immaginiamo che siano delle entità dell’aldilà che non vedi ma che
sono sempre, pronti a proteggerti in ogni momento.
Questo
è almeno ciò che ti raccontano.
Poi
da adulto ti vien da pensare che siano tutte fandonie.

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Per
ciò che riguarda a Olmo, egli non aveva mai dato importanza a questa cosa.
Aveva
sempre pensato che non è mai stato importante crederci o no.
Il
fato di crederci non ne presume l’esistenza. Di contro, il non crederci, non
può essere prova d’inesistenza.
Quando
si credeva che la terra fosse piatta, questa non cambiava il fatto che, in realtà,
era tonda.
“Se
gli angeli non li posso vedere ”pensava,
”Di cosa mi preoccupo.
Anche
all’atomo, non si credeva finché non è stato visto.
Forse
un giorno vedremo anche gli angeli. Chi lo sa.
La
scoperta dell’atomo in realtà non esiste. L’atomo è sempre esistito.
Ciò
che è stato scoperto era il metodo per poterlo vedere”.
Esempi
particolari di questo tipo sono innumerevoli, per non parlare poi dei miracoli:
bambini che cadono incolumi da palazzi, incredibili guarigioni, eccetera.
Però
esistono posti di questo mondo dove la mortalità infantile è terribile. Dove i
bambini muoiono con il ventre gonfio dalla fame e gli occhi divorati dalle
mosche.
Dove
sono gli angeli per loro?
Forse
è per questo che da adulti smettiamo di crederci. O forse dovremmo essere noi
gli angeli per loro…muoiono in quel modo atroce per dirci qualcosa…”
Merito
aveva sicuramente scosso qualcosa nell’animo di Olmo. Un vero terremoto.
Tutti
quei pensieri di angeli gli turbinavano dentro l’abitacolo dell’auto e
dentro il cervello.
Olmo
non trovava pace, e non gli andava nemmeno di accendere la radio, dopo
quell’incredibile giorno, gli sembrava futile, irriverente.
Non
gli andava di distrarsi, ne tanto meno dimenticare. Forse solo un po magari.
Forse solo il disagio naturale d’impotenza, per non aver potuto fare nulla per
aiutare qualcuno dell’incidente della mattina. D'altronde, come avrebbe
potuto. Fermare la macchina in quel frangente in corsia di emergenza, lo sanno
tutti che sarebbe il caos.
Lo
consolava solo il fatto di avere soccorso Merito. Beh, di avere avuto la fortuna
di aver dato un passaggio al signor Merito.
La
luce del corto pomeriggio d’autunno si spense presto. Il buio pesto e la
compagnia della nebbia non tardarono.
Finito
il lavoro, Olmo se ne tornava come al solito a casa. Certamente quel dì non era
stato un giorno qualunque.
Il
lavoro del rappresentante lo fai perché lo scegli. Lo fai perché pensi che ti
dia una certa libertà.
Poi
ti accorgi, quando lo fai davvero, che, se fatto come si deve, è molto
impegnativo e in realtà poco libero.
La
libertà che cercavi all’inizio del mestiere la trovi dentro un caffè o nella
pausa pranzo.
Di
rimando, se fai i soldi, sopporti tutto. Ovviamente in relazione a quanto ti
costa, ciò che fai.
Ma
in ogni caso, se ti piacessero poco le public relation o i milioni di chilometri
in macchina, nebbia, pericoli eccetera, meglio lasciar perdere..
Di
sicuro una cosa: se lavori nel nord d’Italia, devi fraternizzare con la
nebbia, fartela amica, conoscerla, capire quando puoi e quando non puoi.
La
nebbia è sempre diversa, estesa, improvvisa. Di giorno una cosa, di notte
un’altra.
Di
giorno la nebbia in realtà è più pericolosa che di notte, almeno per Olmo.
Specialmente fuori dell’autostrada in piena campagna. E se non conosci dove
sei è ancora peggio.
Tante
volte Olmo si era trovato improvvisamente davanti all’auto in pieno giorno, un
muro letteralmente bianco, con nulla intorno. Nessun punto di riferimento,
cartelli, nulla. Hai la sensazione di essere in un labirinto tutto bianco.
Della strada davanti a te non sai nulla e il dubbio ti assale. Fermarsi
oppure no. Numerosi incidenti nella nebbia, sono provocati dal fatto che la
gente presa dal panico, improvvisamente si ferma perduta in mezzo alla strada.
Di
notte invece, la nebbia in autostrada è diversa. Forse più densa ma diversa.
È
come se creasse una sorta di tunnel dove t’infili con le altre auto in una
cordata.
Esattamente
come in un’escursione con amici in alta montagna, dove il capo corda è la
prima auto davanti a te.
Le
luci posteriori rosse antinebbia della sua auto, sono la corda dove ti reggi.
I
tuoi occhi non la mollano mai un istante. Sei li, tutto concentrato.
Hai
la sensazione che gli altri automobilisti percepiscano la stessa cosa. Il tempo
si ferma.
Devi
solo arrivare sano e salvo a destinazione, ed anche quella sera, Olmo tornava a
casa.
Sembrava
una serata di ritorno come un’altra, ma questa volta non lo era.
Olmo
non immaginava per niente, che le sorprese non sarebbero finite.
Rallentò
per l’ennesima volta. Stavolta sino a fermarsi.
“Vuoi
vedere che è l’incidente di stamattina?”
Guardò l’ora: le 20 passate. Non che fosse tardi, c’era abituato. Ma quella
sera aveva proprio voglia di mollare, essere già a casa.
Non
aveva più voglia di niente. Quando basta, basta. Quando hai fatto il pieno ti
prende la voglia di spegnere dove sei, di interrompere quel momento con il clic
di un interruttore.
Purtroppo
a volte è il destino che decide per te. Quando si dice la forza del destino…
Passi
la vita a programmare… e il più delle volte ti va anche bene… ma poi
qualcosa ti frena, ti devia. L’imprevisto se davanti a te lo gestisci, ma se
dietro l’angolo…
A
volte viene da pensare che il destino esista davvero, ma che sia suddiviso in
due parti: ciò che ti capita e ciò che
decidi di fare di quello che ti capita.
Olmo
quella sera era li, fermo, il destino aveva fermato la sua auto.
In
quel caso l’unica decisione autonoma che poteva pigliare, era prendere a pugni
il parabrezza della macchina oppure far buon viso a cattiva sorte (come diceva
suo padre).
Oh
certo! Poteva anche decidere di piantare lì tutto e andarsene a piedi per le
campagne o chi sa quali altre cose ancora.
Oggi
l’ente autostradale aiuta molto di più gli automobilisti, con avvisi,
deviazioni, cartelli eccetera, ma il fatto era che la sua auto era li, ferma, e
non poteva farci niente.
Chissà
cosa avrebbe da dire il signor Merito a proposito di questo appetitoso
argomento.
A
Olmo sarebbe piaciuto discutere con lui di tutte le cose che gli frullavano per
la testa. E chi non ne ha. E chi non ha dubbi…
Il
dubbio se non lo temi crea domande. Con la conoscenza sempre davanti ad un passo
a te, come fai ad non avere dubbi. Siamo tutti ignoranti al cospetto della
conoscenza, eppure…
Quasi
fosse una paura antica. Riusciamo a concepire il fatto di essere, come uomini,
destinati all’ignoranza perpetua, ma non sappiamo purtroppo concederci
quest’umile consapevolezza, perché dare
per scontato tutto, addirittura anche
ciò che sappiamo non conoscere, ci rende assurdamente sicuri di noi stessi,
concedendoci la presunzione di poter dare un volto a Dio.
Si.
Una paura atavica dell’ignoto, ma in verità bisognerebbe capire che non
esiste nulla al mondo che non sia nata da questa paura. L’ignoto è il seme
del dubbio certo, ma proprio con questo seme che la domanda può nascere, ed è
la domanda la madre di tutte le scoperte.
Senza
domande non cerchi risposte, e i dubbi non dissolvono.
Il
dubbio se non lo temi crea domande. Inseguendo costantemente la conoscenza, è
impossibile non avere dubbi e domande.
La
curiosità e il dubbio sono necessari, e quando non sei un eterno incerto,
quando non ti lasci sopraffare, si trasformano in autentico beneficio.
Poi,
esistono uomini che hanno solo certezze e danno tutto per scontato. Difficile,
che costoro possano avere domande interessanti, difficile che facciano scoperte.
Si.
E anche vero che tutto, se usi la ragione, diventa prevedibile, programmabile,
ma certamente no, per ciò che non conosci. Specialmente l’imprevisto…
…“Il
Signor Merito, chissà se lo rivedrò ancora”
si chiedeva Olmo mentre era fermo ad aspettare.
Guidare
nella nebbia lo aveva aiutato un po' a non pensarci.
Merito
era piombato nella sua vita in un modo piuttosto rocambolesco.
“Se
era destino che mi capitasse”
pensava “Poteva capitarmi in un modo diverso, più normale. Chessò
io…magari nel lavoro…un collega…un cliente e invece…e pensare che Merito
poteva scegliere chiunque. Eravamo in tanti fermi lì in macchina…certo che,
se non fosse stato per quel momento particolare, per quella camicia macchiata di
sangue… quel suo fare così carismatico…mi avrebbe colpito così a fondo?
Non so…forse nò. Forse ero troppo occupato a far soldi…a farmi spazio nella
mischia di questo pazzo mondo”.

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Questo
pazzo mondo. Siamo noi a renderlo così pazzo.
Passiamo
una vita a correre e non sappiamo per niente com’è.
Come
fai a conoscerlo se non ti fermi. Se non lo guardi, annusi, se non lo senti.
Una
volta che salti su nel carrozzone, il mondo gira all’impazzata senza mai
fermarsi.
Proprio
come quando corri in macchina. È impossibile soffermarsi nei particolari.
Guardi
il mondo fuori dal tuo parabrezza sommariamente, perché lo scorrere dell’auto
è più veloce del tuo occhio.
Come
quando ti passa davanti una ferrari ai 300 all’ora. Neanche quasi il colore
non riesci a distinguere.
Solo
quando è ferma la puoi ammirare in tutto il suo splendore…e comunque, anche
se fosse…prima bisognerebbe avere la voglia di osservare, e normalmente
la voglia di osservare nasce quando ritieni sia necessario. E poi ognuno
di noi osserva di solito ciò che lo attira più fortemente.
Posso
essere attirato dal rosso ferrari di un’auto parcheggiata sotto una maestosa
quercia, mentre il mio amico botanico osserva estasiato la quercia, ignorando
completamente il bolide… e c’è di più.
Già
di per se la capacità di osservare va addestrata, figurarsi quando non ci
pensiamo proprio per niente.
Un
quadro di Van Gogh, Matisse, Picasso. Sappiamo già da noi che in quel dipinto
c’è tutto un mondo a se. Lo osserviamo ammirati quel mondo. Magari con
meraviglia, nella certezza che, dato lo stupore che sentiamo emotivamente per
quel quadro, siamo quasi certi di aver capito il suo contenuto.
Poi,
un esperto d’arte, ci fa notare particolari che non abbiamo colto e il quadro
assume tutt’altra dimensione. Mai capitato? (sarebbe saggio rileggere le
ultime sei righe)
La
vita è come un gran dipinto che tutti noi osserviamo senza sapere nulla di
pittura.
E per di più, siamo anche certi che, quello che vediamo, è tutto quello
che c’è da vedere.
Il traffico cominciò finalmente a muoversi. Lentamente era chiaro.
Quando rimani così fermo così a lungo, riparte sempre lentamente.
Soffermandosi e ripartendo.
Dopo un po, carcasse d’auto lungo gli ambedue i lati della strada.
E si, era proprio l’incidente della mattina.
Fiaccole accese della stradale, a terra nella nebbia.
Le carcasse d’auto bruciate, accumulate una sopra l’altra, sembravano
spettri.
Colpi di sirena. C’era ancora molto da fare, nonostante il lavoro di
sgombero che durava da un giorno intero.
Gli
automobilisti sbirciavano attoniti in silenzio. Olmo compreso. Una strana
sensazione s’insinuava forzatamente nelle loro emozioni.
Ogni
avvenimento scaturisce emozioni anche se non sei coinvolto personalmente.
Che
siano avvenimenti umani o altro, per chi li osserva, direttamente investito o
no, sono sempre propulsori d’emozioni.
A
volte le emozioni che senti sono difficili da definire. Molte di queste, non
sono facili da spiegare nemmeno a se stessi.
In
quel caso, nel bel mezzo dell’incidente, l’emozione che assaliva Olmo, era
un misto tra tristezza e sollievo per essere sfuggito da un disastro per un
pelo. Di averla scampata o chissà cos’altro.
Era
un sentimento confuso tra la gioia e il dolore, e quasi si sentiva in colpa per
quella lieve sensazione di sollievo per averla scampata.
Quante
volte è capitato nel suo lavoro questa situazione. Quante volte ha sfiorato
grossi incidenti, e tutte le volte passava osservando quasi pigramente, tanto
c’era oramai abituato.
Magari
tentando d’intuire la causa dell’impatto, forse per abitudine o forse per
una sorta di capacità di fare prevenzione. Capire per poter evitare.
Questa
volta però era diverso. Questa volta aveva il tempo di pensare un po’.
Procedendo
lentamente guardava a destra e a sinistra. Auto ovunque. Non scorgeva anima
viva…ne morta, o almeno così sembrava, e il buio e la nebbia non davano certo
una mano.
Fermarsi
era impossibile. Si procedeva a colonna unica, forzatamente lentamente,
figuriamoci.
Olmo
osservava tutte quelle auto disastrate, contorte, bruciate, accatastate l’una
sull’altra gli davano la sensazione di essere piombato, in un agghiacciante
panorama di guerra.
“Dev’essere
la guerra della pace” pensò, “ma
abbiamo davvero così bisogno di affannarci così tanto, fino ad ucciderci in
questo modo?”
Accendere
la radio diveniva quasi dissacrante. Era come accenderla in chiesa durante un
funerale, e non pensare alla morte, era impossibile.
Si
certo, della morte puoi esserne sereno fintantoché non ti muore una persona
cara.
Quando
ti muore una persona che ami profondamente, allora è terribile. Il mondo ti
crolla addosso, e a volte la persona è così importante per te che vorresti
morire.
Questi
sono sentimenti umani. Generalmente chi non ama in questo modo nella propria
vita, probabilmente è solo.
Si
può sempre morire da un momento all’altro, questo già lo sappiamo.
Eppure
alla morte non è facile pensare. Come se ci toccasse una sorta di immunità a
questa cosa.
Ma
quando ti muore una persona cara, le cose cambiano. Poi il tempo cancella.
Giustamente
si torna ad una vita normale. Lavoro, passioni, gioie. Si pensa alla vita di
nuovo e alla morte non ci si pensa più.
La
stessa cosa sono gli incidenti stradali. Quando li incontri passi oltre, senza
darci peso più di tanto.
Guardi
con compassione ma nulla di più, per fretta, per tutto.
Ma
Olmo era li. Naturalmente con la speranza di uscirne presto, come tutte le volte
che era in coda d'altronde.
Per
fortuna la fila procedeva, a rilento ma procedeva. Questo era già un sollievo.
A
volte non c’era nessuno, ne fiaccole a terra ne poliziotti. Solo carcasse
d’auto.
Poi
intravedevi nella nebbia poliziotti e pompieri indaffarati. Ora pochi, ora di più.
Olmo,
sentiva che la solitudine in quel frangente cominciava a pesargli. Certamente
due chiacchiere in quel momento le avrebbe fatte volentieri con qualcuno.
Strano
a dirsi ma, proprio un esperto di public relation, con addestramenti full
immersion come macigni, passava invece ore e ore in compagnia soltanto della
propria persona.
Olmo
ricordava la fatica dei primi anni ad abituarsi alla solitudine, però dopo
pochi anni di gavetta, si rese conto che nonostante tutto, da solo ci stava
assai bene.
Quella
sera di nebbia invece, era un momento particolare, tutto era sconvolto.
Passare
lentamente in mezzo a quelle rovine si sentiva a disagio.
La
lentezza dell’auto, quelle ferraglie contorte accatastate una sull’altra, la
nebbia, il buio…sembrava un tunnel senza fine.
Allora
pensava al Signor Merito, forse per abbinamento dato che la mattina di quel
giorno era spuntato dalle quelle stesse rovine che stava osservando.
Certo
che condividere con lui quei momenti particolari sarebbe stato curioso. Merito
senza dubbio avrebbe trovato senz’altro qualcosa da dire.
Sulla
fatalità magari, o sulla morte. Oppure lo avrebbe distratto con chissà quali
argomenti.
Tornò
al mattino quando improvvisamente comparve nella sua auto (e nella sua vita).
“Incredibile
come mi stimolò forzatamente a guardare il mondo con altri occhi” si
sorprese Olmo a dichiarare a voce alta “Come
mi spinse a pensare al gabbiano di Bach… che pazzo, saggio uomo quel Merito”
Olmo
aveva la sensazione che Merito stesse aspettando proprio lui.
“Che
strano essere era…con quella apparizione poi…come se venisse dal
nulla…come se non abitasse su questa terra…”
Per
molto tempo dopo, quando Olmo passava per Bergamo con la macchina in giro per la
città, lo cercava gettando lo sguardo qua e la. Tra il traffico, tra i negozi.
Avrebbe
potuto almeno chiedergli il numero del suo cellulare, ma stranezza volle che in
quel momento di commiato tutto fosse strano, era come assente, come se il tempo
con Merito si fosse fermato, come se non fosse stato proprio un addio, come se
quel fatto che se ne andava non stesse accadendo.
Quella
sensazione non lo abbandonò più, ogni volta che pensava a Merito.

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Naturalmente
il filone dei pensieri erano le parole del signor Merito. Parole che Olmo
sentiva importanti.
Problema
era come collocarle nella sua vita.
Come
poteva Merito dichiarare che Olmo desiderava per se cose di cui in realtà non
ne aveva bisogno? Certamente non è facile capire, quando i tuoi bisogni in
realtà sono desideri emotivi.
Pensare
che la sua vita era improvvisamente cieca gli dava un senso di nausea.
“Come
puoi accettare di aver vissuto solo futilmente per 40 anni?” Si disse
Olmo.
E
anche se quel personaggio gli era in un certo senso caro, questo lo mandava
profondamente in crisi, in bestia.
“Quello
che desidero nella vita sono certo di saperlo”
recitava Olmo ad alta voce a se stesso,
“E non posso di certo negarmelo. Lavoro sodo per una casa più grande, soldi,
viaggi con la mia famiglia. E poi, c’è tutto il mondo che corre per queste
cose, perché dovrei darmene pensiero.
Il
lavoro l’ho scelto, quindi mi piace anche. Dove vuoi che sia la felicità se
non qui? Solo per il fatto che avrei raggiunto di certo queste cose, mi regala
già un’intensa sensazione di felicità…ma...”
Un
dubbio lo prese a tradimento, Olmo rallentò un attimo i suoi pensieri
impetuosi. D’improvviso ebbe da ridire a suoi stessi pensieri, come se stesse
maturando qualcosa… un attimo dopo gli venne da pensare…
”…Già
l’obbiettivo mi rende felice…hm…Come posso essere felice a furia di
correre? Come può essere l’eccitazione per un obiettivo, una sensazione della
felicità?...quanti obbiettivi ho posseduto tra le mie mani mentre la felicità
svaniva?...ah ecco”
Olmo
diede un forte pugno al volante.
“Ecco
il meccanismo contorto: vivo la
sensazione di felicità attraverso lo sforzo per raggiungere obiettivi. Una
volta raggiunti, ne cerco altri…caspita” si sincerò con se stesso
“vuoi
vedere che scambiamo l’adrenalina per la felicità?”
Di
che cosa dunque aveva bisogno, Olmo.
La
domanda era forte nel suo cervello. Dubbi sulla percezione della sensazione di
felicità si fecero importanti.
Quanta
confusione nel rapporto dell’uomo con se stesso.
Certo
che l’adrenalina, quella leggera eccitazione mista ad emozione, cerchiamo in
ogni modo che sia costante. Come se fosse benzina per il motore umano. E chi si
muove senza. Abbiamo bisogno di motivazioni, altrimenti tutto diventa
pesante…difficile…senza colori.
Ok,
ma questo non faceva tornare per niente i conti. La non
felicità del mondo parlava chiaro.
Anche
se non s’intravede alcuna soluzione, questa diventa la conclusione più ovvia.
Da
tempo Olmo non aveva così tanti dubbi. Merito di Merito.
“Vuoi
vedere che Merito ha proprio ragione? Vuoi vedere che devo anch’io capire il
bisogno della mia Anima esattamente come Jonathan?”
Si
era intanto fatto tardi. Olmo ebbe così il tempo di pensare a lungo.
La
nebbia non mollava e la fila sembrava non finire mai.
File
così ne aveva fatte ancora, avrebbe dovuto esserci abituato. Ad un certo punto
prendi e te la metti via. Il tempo assume caratteristiche diverse. Dipende solo
da te.
Olmo
aveva imparato con l’esperienza a lasciarlo scorrere. Quando sei in
apprensione e hai fretta il tempo non passa mai, se accetti la situazione e ti
lasci andare ai pensieri, il tempo che prima non passava mai, diventa più
veloce.
Una
sorta di teoria della relatività, fai da te. In effetti, la sensazione del
tempo è diversa in ognuno di noi.
Finalmente
il traffico cominciò a procedere più speditamente. Nebbia permettendo
s’intende.
Via
via la fila cominciava a scemare. Le corsie divennero di nuovo due (all’epoca
nella Milano Venezia c’erano soltanto due corsie)
Olmo
cominciava ad essere stanco. Guardò automaticamente l’orologio: le 23
passate.
“Però”
esclamò tra se e se “tre ore filate
di coda”
Telefonò
a casa. Due rassicurazioni e poi via di nuovo nel tunnel della nebbia per il suo
ritorno a casa.
Il ritorno a casa
Ricordava
un bellissimo albero. Era una quercia maestosa.
Era
nata proprio ai margini dell’autostrada.
Olmo
ricordava che il suo grosso fusto si piegava leggermente verso l’autostrada
come a spingere la sua folta chioma verso gli automobilisti.
C’era
da immaginare che fosse stata li in quel punto da anni. Forse quasi cento.
Il
destino la fece nascere proprio in quel promontorio vicinissimo al margine
dell’autostrada, così tutti potevano ammirarla.
Si
poteva notare subito, anche arrivando da lontano.
Era
situata un momento prima di una leggera curva e, data la posizione, veniva da
pensare che, con il progetto base
della viabilità, avessero idealmente costruito per lasciarla in vita.
Come
se avessero deviato apposta l’autostrada in quel punto.
Olmo
per la verità se ne accorse tardi della sua esistenza. Passava distrattamente,
come milioni di altri automobilisti, vicinissimo alla sua folta chioma.
Chissà
perché comparve improvvisamente nella sua consapevolezza, (forse dopo la
rapina) comunque non la lasciò più.
L’ha
salutata per anni quella magnifica quercia. Ora non c’è più.
C’era
anche una chiesetta (questa c’è ancora). Una piccola chiesetta in
tutt’altro posto.
Si
trova in cima ad un promontorio, proprio di fronte all’autostrada che invece,
trovava ogni sera nel ritorno a casa, e quando la vedeva era segno che era
arrivato a casa.
Domina
tutta la valle. Era stata costruita forse duecento anni prima della costruzione
dell’autostrada.
Il
fato volle che la sua visione fosse predominante se si arriva da ovest verso
est.
Specialmente
di sera, non si può non vederla, vista l’illuminazione generosa voluta da
qualcuno.
Quando
Olmo la incontrava con lo sguardo aveva la sensazione che gli dava il ben
tornato.
Nonostante
la nebbia anche quella sera la intravide un momento.
La
vide lassù in collina. Come tutte le sere la chiesetta aspettava l’arrivo di
Olmo.
Uno
squarciò nella nebbia si aprì, giusto il tempo di uno sguardo.
Nel
vederla Olmo piombò laggiù lontano nei ricordi della sua infanzia, (era stato
cresciuto con severa rettitudine dalle scuole ecclesiali) dove aveva imparato
come la preghiera potesse essere anche una richiesta d’aiuto.
Nonostante
le scuole dai preti, Olmo non era mai stato un fervente religioso.
Come
tanti coetanei era coinvolto, non per scelta, ma per cultura e socializzazione.
In
verità si sentiva da sempre laicamente predisposto.
Finito
l’obbligo dei dogmi cristiano sociali, (battesimo, cresima eccetera) si dedicò
con più passione alla ricerca del libero pensiero.
Da
adolescente come ribellione naturalmente. Come scelta poi.
In
ogni caso e ad ogni modo, non aveva mai rinnegato Dio. Gli insegnamenti di
Cristo li riteneva molto interessanti.
Ancora
oggi, li vive semplicemente come filosofia comportamentale e di pensiero.
Laddove sente di farcela naturalmente.
Come
ad esempio la preghiera che considerava una delle poche cose religiose che gli
erano rimaste dai tempi dell’istituto.
Olmo
pensava che pregare non era del tutto irragionevole, nemmeno per un laico per
l’appunto.
“Tutti
possono pregare” diceva “Non
credenti compresi. Paradosso? No affatto. Se non posso dimostrare che Dio
esiste, tanto meno posso dimostrare che non esiste”.
Si
riteneva laico certo, ma solo per amore del buon senso.
Allora
il suo laico vivere era attraversato da convinzioni nate in seno al cosi detto
buon senso.
Come
tanti del resto, e poi, se esiste un paradiso, perché mai non dovrebbe ricevere
un uomo che ha vissuto la vita all’insegna dell’altruismo pur non credendo
in Dio? Questo pensava Olmo.
Inoltre,
giusto per il merito di questo suo sentire, riteneva la preghiera un mezzo per
entrare in comunicazione con se stessi, con il sub conscio di se stessi.
E
poi è anche vero che storicamente la preghiera nasceva come meccanismo
psicologico per entrare in uno stato meditativo.
“La
preghiera è semplicemente una richiesta d’aiuto a qualcosa, quando senti che
non puoi farcela così come sei”

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Olmo
era convinto dell’esistenza di un mondo sconosciuto, dentro se stessi.
E
che in questa recondita parte umana, vi fosse celato tutto ciò di cui l’uomo
ha bisogno.
D'altronde,
che senso avrebbe la conferma scientifica dell’uso del dieci per cento delle
capacità del cervello da parte dell’uomo? Come raggiungere allora, queste
capacità nascoste? E perché la preghiera, non potrebbe gridare l’aiuto
richiesto, aprendo la botola che conduce in questa dimensione? E chi altri lo
dovrebbe fare se non noi stessi, dentro noi stessi?
Olmo
guardò di nuovo verso la collina e ancora il regalo di un attimo si rese
disponibile tra la nebbia.
Mentre
guardava nella frazione di un secondo la chiesetta illuminata, il cuore gli fece
un balzo.
Afferrò
al volo quel balzo, in un concetto flebile ma illuminante, di un’idea.
“Ho
bisogno di una strada maestra. Di una
strada di cui potermi fidare. Anche
se faticosa, in salita o altro,
ma di una strada che mi porta sicuramente verso la mia evoluzione”.
Ecco,
era questo. Ma dove l’avrebbe mai trovata questa strada, e poi era un concetto
così vago, così astratto, quasi la solita aria fritta. Meglio la salute, i
soldi, una solida famiglia. Che altro?
Eppure
Olmo sentiva quella cosa molto importante. D'altronde il Signor Merito aveva
solo aggiunto l’ultimo pezzetto in un puzzle ormai finito. Quando l’allievo
è pronto il Maestro arriva.
Caparbiamente
Olmo, si rivedeva la vita vissuta a tirare la carretta con buoni risultati, ma
intimamente con poca convinzione. Si, la vita non poteva essere solo lavoro e
soldi.
Aveva
pensato questa cosa parecchie volte, ma senza troppa importanza. Lavorando sodo
non gli mancava nulla, ma dentro si sentiva fermo. Qui il suo amico Merito aveva
scavato nel burro.
Olmo
si sentiva fermo, semplicemente una sensazione. Una leggera sensazione di non
sintonia con se stesso che leniva, dimenticava buttandosi nella mischia.
Improvvisamente
quel giorno, quella notte divenne molto importante.
Doveva
trovare ciò di cui aveva bisogno davvero. Non ciò che desiderava, ma ciò che
aveva bisogno.
Il
destino è formato da ciò che ti capita e ciò che fai di quello che ti capita.
La rapina
Finalmente
il casello. Finalmente casa. Era ormai mezza
notte passata.
Stanco
e affamato ma con il casello dell’autostrada davanti ai suoi occhi.
Poche
macchine, data l’ora. Passò sollevato. Ancora nebbia, fitta da morire, ma
casa sua ormai era vicina.
Lo
aspettava un’amara sorpresa purtroppo.
Fece
prima una capatina al solito caveau (grande cassaforte murata)
Era
commerciante orafo, il suo mestiere naturale.
Nato
in una cittadina (Vicenza) dove la produzione di oreficeria era forse una delle
più prolifere di tutto il mondo, si fondava su un consumo di oro puro
quantificato in diverse tonnellate d’anno. C’erano laboratori ovunque.
Da
ragazzino passava i pomeriggi a giocare nel laboratorio orafo del padre di un
suo compagno di scuola. Per Olmo fare l’agente orafo gli era del tutto
congeniale.
La
passione di quel mestiere erano le gemme.
Imparò
prestissimo a distinguerle. Le trovava di un fascino misterioso, come tanti, del
resto, ma che diventi anche un redditizio mestiere, allora ti piace anche di più.
Con
l’esperienza si era specializzato sempre più. E i suoi clienti negozianti, lo
ricevevano molto volentieri per le sue capacità di portare prodotti di pregio
ad un prezzo del tutto soddisfacente.
Molte
volte attraverso la sua capacità di negoziazione, migliorava la qualità del
negozio e quindi, di conseguenza, anche la clientela del negozio stesso.
Olmo
considerava questo fatto la sua soddisfazione più grande.
Era
arrivato. Rallentò e girò a sinistra per entrare nella stradina di ghiaino.
Casa
sua era una villetta sorta da trent’anni in mezzo ai prati di periferia. Poi,
con l’evento del futuro di tutte le città, la periferia fu città.
Era
circondata da palazzi. La sua casa pareva fuori del tempo. Bassa in mezzo a quei
palazzi, pareva un’oasi tranquilla, quasi un’isola solitaria.
Olmo
aveva il suo orticello dietro casa che coltivava con passione.
Era
consapevole della sua rarità in mezzo a quelle case, e forse il sole faticava
parecchio ad aiutarlo nel tirar su broccoli ed insalate. Ma il fatto di
coltivarlo gli dava la sensazione di tenere lontano l’oppressione dei palazzi
vicini.
Il
suono del ghiaino sotto le ruote gli era del tutto familiare.
Il
cancello rosso era chiuso. La finestra di casa che dava in stradina accesa.
“Eccomi
finalmente” pensò sospirando “Sicuramente
la fine di una lunga giornata”
Scese
per aprirlo, il motore dell’apertura del cancello era guasto da qualche
giorno.
Parcheggiò
la macchina in giardino. Spense il motore.
Stava
per riscendere di nuovo, quando notò la canna di un fucile a due spanne di
distanza, direttamente puntato sul vetro del suo finestrino.
C’era
un uomo con il viso coperto da un passa montagna. Un fucile a pompa era puntato
dritto sulla faccia di Olmo.
Nel
suo mestiere d’orafo le notizie delle rapine erano all’ordine del giorno.
Molti
dei suoi colleghi ne avevano subite. Anche più di una.
Conosceva
un piccolo laboratorio che ne aveva subito quasi una decina. Roba da farci il
callo, se non ne esci pazzo prima.
Diverse
rapine erano violente e qualche volta ci scappava il morto. Nel mestiere, tutto
nella norma.
In
quanto ad Olmo, lui sperava che non gli accadesse mai naturalmente, e per un po
di anni l’aveva fatta franca.
Una
cosa di sicuro aveva sempre sperato non gli capitasse mai: una rapina nella sua
casa, con i propri figli e la sua compagna presenti.
Invece
il destino in questo caso gli fu avverso. L’odioso imprevisto in agguato.
Pareva
un commando. Un vero commando. Erano in assetto da guerra.
Fucili
a pompa, corpetti antiproiettili e passamontagna. Come in un film.
Anche
a distanza d’anni, ricordare quei momenti gli venivano i brividi.
Erano
in cinque, veri professionisti.
Fu
invitato a scendere dalla macchina. Olmo decise in un lampo che quella era una
cosa che doveva finire in fretta.
La
vita dei suoi cari aveva la priorità su tutto, non solo, ma bisognava anche
evitare a tutti i costi che gli eventi si trasformassero in tragedia psicologica
per i bambini.
Salendo
le scale notò che indossavano scarponcini da lagunari. Di quelli con le fibbie
alte verso il polpaccio. Veri marines.
Calcolare
quella situazione di estremo pericolo forse era impossibile per chiunque.
Soprattutto se il pericolo estremo, arriva all’improvviso. Dal nulla.
C’è
da pensare che nessuno dei comuni mortali possa essere in grado di capire quello
che deve fare quando il pericolo diventa estremo, nuovo e improvviso.
In
quei momenti il tempo diventa irreale. Gli attimi che passano ti sono
sconosciuti…ti confondono.
Ti
muovi come un automa dentro una dimensione che non riconosci, e non riconosci
nemmeno te stesso.
Solo
in quei momenti magari il vero te stesso può apparire. Quello che sei, senza la
tua razionalità di sempre, può essere più vero. Una sorta di “vino in
veritas”
Sono
istanti dove l’istinto dovrebbe arrivare in soccorso per aiutare il
malcapitato ad agire solo nel necessario.
Salirono
in casa, uno di loro alle sue spalle, l’altro davanti.
Arrivati
sul pianerottolo adiacente alla porta d’entrata, il tizio davanti cominciò a
dare dei potenti calci all’uscio.
A
quel punto Olmo sorprendendo se stesso, prese in mano al situazione. Voleva fare
di tutto per pilotare l’avvenimento.
D’improvviso
s’inserì tra la porta e lo scalmanato. Gli premeva che la bambina più
grandicella non subisse alcun trauma.
Era
così concentrato nell’azione che non si accorse che non tremava per niente.
Sua figlia in quell’istante era l’unica cosa che contava. Più della sua
vita stessa.
“Il
valore delle cose lo compriamo, quando le perdiamo” gli
disse un vecchio saggio, quando si recò nell’isola di Cipro tempo dopo.
È un ragionamento ragionevole. Una borraccia d’acqua assume un valore
inestimabile in pieno deserto questo lo sappiamo tutti molto bene, ma le cose
nella teoria hanno spesso un valore limitato, scontato, ma quando sei lì
davvero a 50 gradi e l’ultima goccia di quella borraccia è tutto ciò che
hai, allora quel valore ti entra davvero nel sangue.
Un bicchiere d’acqua non sarà mai più un semplice bicchiere d’acqua.

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“Si
calmi la prego, ho le chiavi” esclamò
senza incertezza.
Inserì
con gesto preciso le chiavi nella toppa. La porta si aprì. Olmo si girò di
scatto verso l’uomo che pareva essere il capoccia e lo guardò dritto negli
occhi.
Gli
dissero più tardi, quando era seduto dalle forze dell’ordine, che doveva
essere il capo della banda Bassotti.
Durante
una rapina, normalmente è sempre quello che agisce di prima persona, il
capocchia del gruppo.
Olmo
non aveva mai visto occhi così.
Quando
passi la vita a conoscere persone ti fai sempre i tuoi punti di riferimento.
Poche
cose. La stretta di mano e lo sguardo lanciato un attimo negli occhi del tuo
interlocutore diventano importanti.
Di
solito senti subito che qualcosa non va, lo noti durante la stretta di mano e il
contatto con gli occhi.
Tra
te e lo sconosciuto passano messaggi che normalmente sono taciuti. In qualche
modo già senti se ti puoi fidare o no.
D'altronde,
quando conosci per la prima volta una persona, non puoi nemmeno esser certo del
contenuto delle sue parole, e allora devi confidare nelle tue sensazioni.
Se
vuoi “sentire” devi dare modo al messaggio di arrivare. Devi aprirti e
lasciare che l’informazione che non conosci passi da se. La sensazione che
rimane è il messaggio.
Olmo
lo guardò dritto negli occhi. Non dimenticherà mai più quell’istante.
Era
come sporgersi a guardare il fondo di un pozzo in disuso, dove lo sguardo fatica
ad entrarci per il buio intenso del pozzo stesso.
Senti,
nel sporgerti, l’eco del tuo respiro e, in un attimo, un alito fetido che dal
fondo sale verso te, mentre intravedi qualcosa laggiù nel fondo, e non sai se
è melma o acqua putrida…
Esattamente
Olmo non ebbe idea quanto durò quei momenti da brivido. Forse non più di
cinque minuti. Lui e sua moglie erano quasi d’accordo su questo.
Da
parte sua, Olmo fece di tutto perché finisse presto.
Quando
realizzò che era tutto finito, ebbe la sensazione di un estremo senso di
vittoria. Come se Olmo avesse vinto la partita e i bastardi perso.
Non
lo dimenticò più.
Come
non dimenticò la ricchezza dello sguardo dei suoi figli su di se.
Si
abbracciarono in silenzio. Sua moglie piangendo baciava lui e i bimbi. Olmo
faceva lo stesso.
Il
valore più grande era salvo. Il giorno più lungo della sua vita era prossimo a
finire.
Il valore delle cose si compra, quando lo perdiamo.
Viaggio
a Cipro
Da
ragazzo, Olmo aveva frequentato per un certo periodo una scuola d’arti
marziali. Si trattava esattamente del Tai – Chi Chuan.
Come
tutti i ragazzi, frequentò inizialmente quella disciplina per imparare l’auto
difesa. Poi con il tempo capì che l’aspetto peculiare di quello sport era ben
altro.
Un
altro motivo di quella frequentazione era che, dato il suo futuro mestiere,
l’agente orafo, era sicuro che, alla fine, avrebbe avuto certamente bisogno
della capacità dell’autodifesa.
Si
accorse un attimo più tardi, che in realtà molte lezioni erano tenute perché
i ragazzi imparassero ad usare il cervello, prima dei pugni.
Per
molto tempo le lezioni si tennero sotto il profilo, osservato poi da Olmo, più
spirituale che agonistico.
Le
lezioni teorico – pratico erano tenute da un vecchio cinese alto appena 1,50.
Un certo Yao Ling, il quale teneva le lezioni inserite per ore, sulla
sensibilizzazione dell’aspetto umano e psicologico.
Naturalmente
non mancavano lezioni storico – cinesi, per non parlare poi della preparazione
fisica sul tono ed elasticità dei muscoli.
Esercizi
di stiramento dei muscoli, lezioni del movimento del corpo attraverso le
dolcissime danze che mimavano combattimenti.
Si
passavano ore a parlare dell’antica Cina e della filosofia Tao. Il vecchio Yao
Ling incitava i ragazzi più a discutere tra loro di “sociologia
metropolitana” che di arti segrete del Tai.
Olmo
temeva di aver sbagliato scuola.
Comunque,
dopo qualche mese cominciò a piacergli, e al primo vero combattimento
d’esame, con sua enorme sorpresa, si accorse che sapeva combattere.
Il
vecchio Yao Ling raccontò, che anticamente alcuni monaci buddisti, di chissà
quale sperduta regione dello sconfinato impero cinese, furono costretti ad
inventarsi il Tai – Chi Chuan per autodifesa.
L’aspetto
interessante di questa disciplina era che i monaci, essendo per religione dei
non violenti, dovettero inventarsi una disciplina adatta alle loro miti
consuetudini.
Bastoni
e spade erano vietati, ma gli attacchi indiscriminati e continui ai monasteri,
da parte dei fuorilegge, erano soventi.
Così
mani e braccia diventarono bastoni e spade, poiché i monaci, consideravano il
dono della vita il bene più prezioso e inutili gli atti d’eroismo a scapito
della stessa vita.
Un
altro aspetto molto interessante, era che quella disciplina, fu concepita nei
suoi albori, totalmente non violenta.
Il
monaco non colpiva mai fisicamente di prima persona, con calci e pugni, ma usava
l’energia dell’avversario stesso
per renderlo inoffensivo.
Quando
qualcuno vuole assalirti fisicamente, la sua azione aggressiva, ad ogni modo
esprime energia. La fonte di energia in questo caso è duplice: mentale e
fisica.
La
tecnica consiste nell’intercettare, il calcio o il pugno che sta per colpirti,
proprio un momento prima dell’impatto fisico e, per la sua fase ascendente,
sfruttare l’impulso motorio per prolungare l’azione, e far roteare a terra
l’avversario così, senza
colpirlo.
Yao
Ling, nonostante i suoi onorevoli novanta anni, dava incredibili dimostrazioni
dello sfruttamento dell’energia durante il combattimento non violento, da
entusiasmare molto i suoi allievi, ottenendo così la loro massima attenzione e
concentrazione, trascinandoli in discussioni dei rapporti sociali le quali gli
stavano molto a cuore, ma soprattutto, interessanti disquisizioni
sull’energia.
Lo
sfruttamento dell’energia è in sintonia con l’evoluzione naturale
dell’uomo.
Si
potrebbe affermare che l’evoluzione dell’uomo sia un fatto del tutto
naturale, come se
un’
invisibile forza spingesse l’uomo ad evolversi.
Anche
al tutto il rimanente creato succede questo, ma in altre dimensioni.
L’energia
necessariamente è manipolata dall’uomo in diverse soluzioni perché è il
motivo del suo uso che cambia.
Il
fuoco, lo sfruttamento dell’azione dell’acqua, la fusione dell’atomo, il
foto voltaico eccetera, sono alla base di una ricerca che, nell’esistenza
dell’uomo, non finirà mai.
La
natura di per se si evolve attraverso l’energia. Tutto il sistema vegetativo
è legato all’energia. Persino gli animali sanno sfruttare l’energia. Come
gli uccelli migratori, i quali riescono a volare anche riposando per lo
sfruttamento delle correnti ascensionali. Oppure certi merli che riuscivano ad
usare le ruote delle auto di passaggio come schiaccianoci, portando apposta
nell’asfalto la noce da rompere dal vicino albero.
Tutto
è energia, persino la morte stessa. C’è da scommetterci. D’altronde lo
studio della fisica l’ha dimostrato. L’intera esistenza è energia, e il suo
uso, nel bene e nel male, è solo una questione di scelta.
Parlavano
spesso i ragazzi di tutto questo alla scuola di Kung Fu.
Approfondendo
poi gli studi, i ragazzi capivano quanto l’energia fosse una fonte esistente
anche in altre dimensioni (pensiero, interiorità dell’uomo).
Già
nella filosofia cinese del pensiero Tao (5000 anni) esisteva la consapevolezza
che nulla dell’uomo interiore poteva esistere che non fosse energia.
Il
giovane Olmo ebbe modo più avanti negli anni, durante un viaggio a Cipro, di
toccare con mano l’energia stessa.
In
verità molte delle cose imparate da ragazzi, sono il più delle volte,
parcheggiate in stand by.
Esistono
informazioni che per la loro stessa natura, hanno bisogno di decantazione.

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delle Fiabe
L’arrivo
a Cipro.
Il
viaggio era organizzato da una scuola di meditazione che Olmo non frequentava.
Aderì
al viaggio (filo spirituale) per aver letto un libro scritto da un giornalista
americano, sulla vita di un sedicente spiritualista di professione cristiana
che, a detta del giornalista, aveva combinato qualche miracolo riempiendosi di
guai.
Daskalos
si chiamava, e viveva dalla nascita nell’isola di Cipro, pezzetto di terra
dell’antico Egeo.
Olmo
era da sempre incuriosito da queste cose, come tanti del resto, ma
contrariamente a tanti altri, non amava molto, viaggi di questo tipo.
Da
buon pensatore filo laico, Olmo era sempre stato dell’idea che se Dio esiste,
non ha bisogno di un luogo, né di delegare i propri miracoli ad altri ed
infine, facinorosi mistificatori n’è pieno il mondo.
In ogni caso, non lo attiravano i miracoli, ma questa volta gli andava di conoscere personalmente chi li produceva e poi, stupidamente confessava a se stesso la speranza, peraltro mai mollata, di ritrovare alla fine il signor Merito, in qualche parte del mondo.
Ad
approdare nell’isola erano una dozzina. Quasi tutti coetanei e il caso volle
anche del tutto sconosciuti l’uno all’altro.
L’aereo
delle linee turche atterrò rullando sinistri scricchiolii. Per lo stress, ad
Olmo gli prese un rabbioso mal di testa.
Viaggi
in aereo n’aveva fatti pochi, ma quei pochi erano all’insegna della totale
sicurezza (almeno i apparenza).
Purtroppo
esistono posti al mondo per nulla frequentati dalle grosse compagnie, e se non
vuoi viaggiare per giorni invece di qualche ora, devi affrontare paure di volare
che non pensavi di avere.
Arrivarono
col buio a ridosso del mese di dicembre. L’hotel era accogliente, il portiere
di notte forse un po meno.
Per
fortuna loro la cucina era ancora disponibile anche con l’albergo in pratica
deserto. Erano aspettati.
Olmo
non toccò cibo e portò in camera oltre il bagaglio, anche il mal di testa che
non gli dava tregua.
Gentilmente
qualcuno gli portò una tisana. Dopo una lunga calda doccia, s’infilò sotto
le coperte.
A
torto pensava di dormire. La pulsazione arteriosa del sangue sulla testa lo
faceva impazzire. Passare la notte a girarsi nel letto, non piace certamente a
nessuno. Delle volte possono esserci dei plausibili motivi, altre volte non sai
perché. Non dormi e basta. Quella notte il motivo c’era.
Le
fitte erano così doloranti che si alzava in piedi nel buio più totale, in
cerca di sensazioni di calma del flusso del sangue.
Olmo
non aveva memoria di un mal di testa simile nella sua vita. Aveva il battito del
cuore nelle orecchie. Si girava continuamente nel suo letto di rovi.
Poi,
forse verso mattino, successe una cosa particolare.
Olmo
si accorse di una cosa del tutto nuova. Non sapeva da dove veniva. Un leggero
soffio di vento puntava diritto alla sua fronte. Era un soffio concentrato
nell’ampiezza di una piccola moneta, proprio al centro della fronte, leggero
come una carezza.
Li
per li pensò fosse uno spiffero improvviso che proveniva dalla finestra. Più
tardi con gli anni, gli veniva da pensare che fosse tutta fantasia di quel
tragico dormiveglia.
In
ogni caso in quel momento era l’unica cosa piacevole che gli capitò.
Si
lasciò andare. Il soffio era fresco, continuo, penetrante.
Piano
piano, lo rilassava. E di fatti, Olmo si calmò.
“Vuoi
vedere che è lui” si disse a se stesso pensando a Daskalos. Quando hai
davvero bisogno di miracoli sei più propenso a crederci.
Dopo
un po’ il mal di testa cessò. Ma il battito del cuore nelle sue orecchie
invece no. Si addormentò, o forse no. I suoi ricordi in questo caso, quando
ripensava alla faccenda di Cipro, erano nebulosi. Fece un sonno stranissimo che
invece, inverosimilmente, se lo ricordò per tutta la vita.
Tutti
noi sogniamo, la mattina dopo, sovente, non ci ricordiamo il sogno fatto. A
volte succede invece che il sogno si mantiene in noi anche durante il risveglio,
e magari passiamo qualche momento a raccontarlo al coniuge o con l’amico caro.
Rari,
sono i sogni che ricordiamo per qualche periodo, rarissimi quelli che ricordiamo
per sempre.
Il
battito del cuore non cessava, Olmo sentiva addirittura lo scricchiolio del suo
muscolo aprirsi e chiudersi. Lo stetoscopio di un cardiologo non avrebbe potuto
fare di meglio.
Chiunque
in quel frangente si sarebbe preoccupato per quella strana cosa, il cuore nelle
orecchie. Pressione arteriosa in pericolo, o chissà cos’altro.
Olmo
però si sentiva stranamente tranquillo, si sentiva fortemente attirato dal quel
suono che sentiva penetrarlo in tutto il suo essere. Era famigliare, intimo,
conosciuto. Era molto di più di un cuore che batteva. Senza dubbio era il suo,
anche se in quel modo non l’aveva mai sentito.
Gli
venne da pensare che la tisana di qualche ora prima fosse stata drogata, ma
drogata o no, stava troppo bene per preoccuparsene, e allora Olmo dentro il
cuore si lasciò andare.
Così
finalmente si addormentò.
Si
potrebbe tranquillamente affermare che il sonno è un bisogno primario. Anzi, lo
è sicuramente. Numerosi studi affermano che anche il sogno, oltre che al sonno,
è divenuto nell’ultimo secolo un’attività umana da studiare
approfonditamente.
Inutile
ricordare Froid, che per primo del sogno ha fatto un’apoteosi scientifica.
Nulla
si sapeva prima di Froid, ora molto è stato studiato e conosciuto ma c’è chi
afferma l’impossibilità di conoscere fino a fondo il mondo del sogno degli
uomini.
Esattamente
come fosse un pianeta lontano nell’universo, che sappiamo esistere ma
impossibile al momento, da esplorare.
Olmo
sognò dunque, oppure immaginò. E chi lo sa… fai presto a fare confusione in
quei momenti specialmente in una notte che con riconosci come una normale notte.
E poi, è come se fossi immerso in un crepuscolo, quando la luce e il buio si
confondono, dove la notte si fonde con il giorno.
Il
dormiveglia è il crepuscolo della coscienza. Sei consapevole, ma è come se non
lo fossi.
Il
sogno o quello che era, si presentava in ogni caso molto nitido. Quasi una vera
realtà.
Olmo
scivolò dolcemente nel presente, nel suo presente. Si ricordò che un attimo
prima aveva un terribile mal di testa. Si ricordò del battito del cuore…già
il battito del suo cuore. Era sempre molto vivo. Batteva candidamente, calmo,
tranquillo…il suono lo attirava a se…come volesse guidarlo, portarlo con se.
Riconobbe
l’hotel, si ricordò della vacanza a Cipro, dei compagni di viaggio,
dell’arrivo, della partenza dall’aeroporto di Milano.
Olmo
vedeva tutto molto nitido come uno spettatore al cinema. Come se vedesse il film
di se stesso, ma a ritroso. Si proprio all’indietro, ma la stranezza volle che
Olmo ne fosse pienamente consapevole. Olmo vedeva se stesso nel sogno vivere i
momenti salienti della sua vita solcando il tempo alla rovescia.
Riconobbe
l’enorme incidente a tamponamento, l’incontro col signor Merito, la rapina,
e poi via via indietro nella vita del suo tempo, negli accadimenti più
importanti, magari dimenticati. Sempre più giovane, più giovane…più
giovane…
Il
mattino dopo era riposato e affamato come un lupo. Olmo quasi non ci credeva.
Stava di un bene, come se avesse dormito dodici ore filate.
Ricordava
tutto perfettamente. Del terribile mal di testa non c’era traccia. Olmo si
sentiva sollevato. Leggero. Teneva una sensazione sublime, un’inspiegabile -
consapevole - pienezza. Come uno
stundentello che non vede l’ora di essere interrogato, sicuro di sapere.
Era
eccitato, probabilmente per l’incontro nelle ore che arrivavano. Anche per
altro, per il sogno forse…

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delle Fiabe
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Il
maestro
La
prima colazione era degna di un re. All’italiana per giunta. Burro marmellata
e quant’altro.
Olmo
chiese notizie della tisana della notte: semplice camomilla.
I
ragazzi della compagnia fecero colazione assieme tutti e dodici. Avevano fatto
conoscenza l’un con l’altro durante il viaggio. Ovviamente solo i primi
approcci, all’insegna di una dovuta cortesia.
Ma
nonostante fossero trascorse soltanto appena dodici ore, in quel mattino
radioso, sarebbe parso del tutto sincero, il ricambio del silenzioso sorriso di
saluto. Occhi scintillanti si guardavano tra un caffè e un succo d’arancia,
veniva da pensare che tutti avessero addirittura fatto lo stesso sogno.
Ovviamente
l’imbarazzo del racconto lo allontanava dal fare troppe domande. E quindi un
semplice: “Dormito bene?” “Benissimo
grazie”.
Finita
colazione Olmo uscì per primo dall’albergo quasi di corsa. L’aria frizzante
e il blu del cielo lo accolsero. Lo aspettava una giornata raggiante.
Qualcuno
diede notizia alla ciurma che Daskalos era impegnato con altri arrivi (la gente
arrivava da tutto il mondo ma a piccoli gruppi e organizzati diversamente).
Daskalos
non era un Guru dalle folle oceaniche. Su di lui circolavano pochissime
informazioni. Olmo era convinto che Daskalos avesse scelto di non votarsi alle
risonanze dei media per professare umiltà.
Tutti
i ragazzi della compagnia erano concordi su questo e si sentivano dei
privilegiati, dei fortunati ad essere li.
Si
diceva avesse novant’anni circa. Nato a Cipro. Una terra da secoli contesa tra
turchi e greci.
Aveva
ormai sessant’anni proprio nel pieno dell’invasione turca del 1974, quando
personalmente assistette attivamente rischiando numerose volte la propria vita,
per limitare al massimo le atrocità della pulizia etnica…
Già
di per se la guerra, sappiamo tutti molto bene, essere fautrice di atrocità
innominabili, per logica di sterminio, per pazzia umana. Difatti, non per niente
i francesi hanno coniato: la guerre se la guerre, anche se poi al fine tutto
succede per stupidi motivi di dialettica politica, ma quando si arriva allo
sterminio di razza, quando si arriva per questo ad uccidere donne e bambini per
pulizia etnica…una tale nefandezza solo l’uomo è in grado di concepirla.
Su
Daskalos c’erano racconti d’ogni genere. Accattivanti e negativi.
Naturalmente
nessuno fugge alle critiche mistificatorie del pettegolezzo, tanto meno i grandi
della storia. Buddha, il Mahatma Ghandi ne Gesù Cristo sono sfuggiti alla
maldicenza popolare. La morte di Gesù Cristo è forse la più grande storica
dimostrazione che uccide molto di più la lingua che la spada. Figurarsi per i
comuni mortali come noi.
Molti
psicologi concordano che il pettegolezzo ha una funzione naturale, una sorta di
sfogo dello stress o altro. Senza dubbio abbiamo la certezza che il pettegolezzo
ci da emozione, c’intriga, e tendenzialmente ognuno di noi è portato a
credere ciò che in quel momento più gli aggrada.
Siamo
possibilisti o non, per comodità, per convenienza e per emotività…il sole
oggi lo amo perché ho freddo. Domani l’odio perché ho caldo. Ecco, il
pensiero emotivo è questo.
“Ogni
verità nelle mani dell’uomo, diventa creta da modellare” disse
Daskalos a Olmo più tardi.
La
compagnia dei dodici visitò Nicosia. Capitale di Cipro. Sicuramente una
manciata di turisti fuori stagione.
La
città faceva 235 mila abitanti circa, e come la vecchia Berlino possedeva il
suo fantomatico muro.
Si,
un vero e proprio muro giusto nel centro della città antica. Oggi nel terzo
millennio, esiste ancora a Nicosia, mentre quello di Berlino, come
sappiamo…forse il lume della civiltà a Berlino s’è riacceso, forse.
Un
muro in mezzo ad una città, sicuramente divide.
Divide
usanze, rapporti umani eccetera. In questo caso il muro a Cipro di Nicosia
divideva Greco Ciprioti da un lato e Turchi dall’altra.
Divideva
riti, etnie, religioni. Divideva tutto, ma fu l’unico mezzo per porre fine al
conflitto.
Sopra
il muro c’è in filo spinato avvolto su se stesso come un rovo. Questo rovo
con le aguzze spine di ferro, corre lungo tutto il perimetro del muro. Case da
una parte, case dall’altra.
Divedeva
la città in due come uno spettro. Freddo, apatico, grigio. Eppure la città era
molto viva.
Ti
capitava addosso all’improvviso, spezzando in due case e vicoli.
I
ragazzi passeggiavano nella parte cipriota, e in piena libertà visitavano
luoghi sacri e piazzette d’ogni sorta. A Cipro non mancano certo bellezze
antiche.
Angoli
in rilievo stile orientali, ovunque lussureggianti terrazzate imbandite di rossi
gerani, mentre le rosate clematidi salivano generose a dare sfarzo ad ampie
arcate.
Decisamente
il freddo della stagione era ancora lontano in quella parte di mondo.
Il
muro era incredibilmente incastrato a tutto questo.
Girava
contorcendosi come un serpente. Pareva volesse avvinghiarsi ad ogni cosa.
Dava
l’impressione che per costruirlo le due fazioni segnando il suo passaggio per
tutta la città di Nicosia, si divisero le case: “Questa
mia…questa tua…” creando vicoli ciechi e piazzette ridotte a metà.
Di
tanto in tanto, intravedevi una guardia turca che ti osservava pigramente
dall’alto della sua torretta.
Quel
muro dava davvero la netta sensazione che l’uomo, nonostante tutta la sua
intelligenza, è incapace di capirsi e quindi, di condividere. L’esempio
vivente della babele che continua nei millenni.
In
ogni caso, tutto sommato, la città appariva laboriosa e in pace.
Tutto
era variopinto data l’estrazione multi etnica della popolazione, anche se si
aveva la sensazione che pochissimi mussulmani abitassero in quella parte di
città.
Mercatini
ovunque, artigiani, botteghe straripanti di tutto, granaglie, vivande eccetera,
davano il senso di una certa rettitudine nei rapporti civili.
Il
via vai dei mercanti, donne con la spesa a braccio e quant’altro, mantenevano
l’immagine di una civiltà per niente votata all’ozio, ma osterie e posti di
ristoro comunque non mancavano, e così i ragazzi poterono pranzare in un tipico
ristorantino trovato per caso nei vicoli.
Di
fronte si allargava una caratteristica piazzetta in ciottoli.
I
pochi tavoli esterni erano preparati con gusto.
Ordinarono
per tutti un pranzo singolare cipriota, su fiducia naturalmente.
Nessuno
di loro conosceva quel cibo. Il cuoco, bravissimo, cucinò per loro numerosi
piccoli bocconi.
I
ragazzi si divertirono molto nel vedere le portate più strane compreso il
“mezes” (piatto multi portata) a base di pesce freschissimo e verdura.
Rimase impresso ad Olmo una purea di patate con del pesce che in un piccolo
boccone era compresso e avvolto in una foglia di cavolo, tenuta ferma da uno
spago. Mangiarono a sazietà.
La
compagnia dei dodici ormai era affiatata e il vino di Cipro aveva dato fuoco
alle micce. Cominciavano ad aprirsi l’un con l’altro. I racconti generici
erano inesorabilmente precipitati nel personale: lavoro, famiglia eccetera.
Ognuno
di loro era uno specialista di un mestiere diverso, ma li accomunava l’amore
per la ricerca dell’essenza dell’uomo, anche se poi in realtà, partivano
magari da strade diverse.
Olmo
non cercava miracoli, il suo stile laico glielo impediva, ma probabilmente anche
se taciuto, più di qualcuno della compagnia invece si.
Olmo
ricordava tra loro una fisioterapista, una maestra d’asilo, un erborista ed
altri.
Uno
dei compagni, un certo Leonardo, si professava scrittore dilettante ed era il
più giovane.
Gradatamente
come per istinto, come succede in tutte le tavolate del genere, dove gli
interessi predominanti prevalgono creando una sorta di selezione naturale.
Tendenzialmente
le persone si attirano l’un con l’altro dove sentono che passa esserci, per
chissà quale recondito motivo, una certa affinità. Ovviamente tutto succede
nel giro di qualche minuto ed è di solito, del tutto inconsapevole.
Così
Olmo e Leonardo chiacchierarono per un po’ di tempo assieme isolandosi dagli
altri.
Olmo
notò che il suo interlocutore era molto arguto e immediato. Nel bel mezzo della
chiacchierata gli confidò che anche lui aveva scritto qualcosa. Una piccola
fiaba.
“Perché
non la pubblichi?”
gli disse Leonardo immediato.
“Chi
io? Sei matto?”
gli rispose in tono canzonatorio. Leonardo attese un attimo poi lo incalzò di
nuovo “Senti, prova pensare un attimo. Perché mai l’hai scritta?”
“Beh…ne
avevo bisogno…sentivo di doverlo fare…”
rispose Olmo leggermente incerto.
“Bene.
Questi sono i motivi di tutti scrittori” puntualizzò immediato Leonardo.
“Mah…non
so…e se poi non va… e se poi non piace?”
“Senti,
fammela avere, te la leggo io”
rispose Leonardo senza lasciargli scampo.
La
sera in hotel, Olmo gli consegnò l’originale, confessandogli di avere portato
con se, lo scritto dall’Italia, confidando nell’opinione di Daskalos in
persona.
Leonardo
lo rassicurò che l’avrebbe letta la sera stessa.

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Daskalos
Olmo
passò una notte serena. Il mattino dopo arrivò la notizia che quello era il
giorno giusto dell’incontro con Daskalos.
Salirono
tutti su una piccola corriera malandata. Grattava e arrancava fumando nelle
salite.
Leonardo
mantenne la promessa, rese la fiaba ad Olmo in silenzio, non una parola, nessun
commento.
Olmo
non gli chiese nulla per scaramanzia, o forse per cortesia, ma più
probabilmente per paura di un rifiuto, di un commento negativo.
Nella
corriera, finiti i primi momenti d’euforia per l’approssimarsi
dell’incontro con Daskalos, i ragazzi rimasero improvvisamente tutti in
silenzio, come se ognuno di loro stesse ad ascoltare le proprie emozioni, o
forse qualcos’altro.
L’ascolto
di noi stessi, comincia dall’ascolto del dolore o del piacere fisico, o quando
scaturiscono, per qualsiasi motivo, forti emozioni.
Poi,
con l’esperienza, imparando a non essere prede di queste primarie sensazioni,
la capacità di auto ascoltarsi si affina sempre di più, scoprendo in un
secondo momento nella nostra “vita interiore” altre dimensioni, dentro noi
stessi.
Olmo
intanto osservava il paesaggio fuori. Si accorse che dopo un po’ la corriera
aveva abbandonato la strada principale per immettersi in una secondaria.
La
strada era ridotta davvero male. Un vero colabrodo. Accennò un sorriso
guardando i suoi compagni rimbalzare dai sedili come manichini di gomma in preda
ai sobbalzi della vecchia sbuffante corriera.
Arrivarono
dopo un po’ ad un villaggio dal nome tipicamente greco: Nostrovolos.
Subito
tornò in mente ad Olmo il libro che qualche tempo prima lesse conoscendo la
vita di Daskalos: “Il mago di Nostrovolos” (ed. punto d’incontro).
Era
un piccolo villaggio un po’ isolato da Nicosia, proprio nel bel mezzo di una
macchia.
Le
case erano sparse a grappoli qua e la con un piccolo centro. Tutto intorno,
alberi ovunque. Altissimi. Forse querce e sequoie. Probabilmente le une e le
altre senza dubbio.
La
penombra sembrava regnare anche in pieno giorno sgombro di nubi. I raggi del
sole filtravano con fasci di luce, dove l’albero ne concedeva il passaggio. Di
tanto in tanto intravedevi il blu del cielo.
Il
posto concedeva davvero un’atmosfera particolare.
Normalmente
le autorizzazioni per costruire case sono regolate da severe indicazioni
architettoniche per evitare distonie paesaggistiche.
A
Nostrovolos invece sembrava non esistere regole per tali dettami. Le case erano costruite in un insieme del tutto disarmonico,
ma nonostante questa disarmonia tutto appariva unico, personalizzato. Come se
ogni famiglia avesse costruito la propria dimora in sintonia con se stessa, con
le proprie esigenze ed altro. Baracche fatiscenti erano adiacenti a signorili
villette. Tutto sembrava dare significato alla convivenza più che alla
discriminazione. Forse per caso, o forse per allontanare lo spettro del muro
della vicina Nicosia.
Le
stradine erano un cantiere a cielo aperto. Scavi ovunque. I buchi che incontravi
parevano abbandonati a se stessi. Due cavalletti di sicurezza in mezzo alla
strada e nulla più.
Si
aveva l’impressione che quelle case di varia fattezza non fossero abitate,
anche se di sicuro qualcuno invece c’era. Proprio strano quel paese.
Dopo
un’oretta di viaggio, la compagnia dei dodici arrivò incolume a destinazione.
Si
sedettero silenziosi nella sala convegni. Si e no c’erano cinquanta posti.
La
sala, era una singola costruzione in mezzo agli alberi. All’interno, al posto
dei muri, c’erano lunghe vetrate che guardavano all’esterno, e quando ti
sedevi avevi la sensazione di essere in mezzo al bosco.
Seduti
nella sala c’erano con loro altre persone provenienti dall’Europa
settentrionale.
Nella
sala il silenzio regnava.
Davanti
a loro c’era un piccolo palco, con sopra due microfoni a filo inseriti nei
loro cavalletti e, tre o quattro sedie in attesa di essere occupate.
Olmo
scrutò attentamente la sala. Per deformazione professionale era sempre molto
attento all’ambiente e alle persone. La sala era umile dal bianco soffitto,
pochi fiori, solo un paio di vasi quasi inutili, perché le molte grandi vetrate
rivolte al bosco bastava eccome, a dare energia.
Daskalos
arrivò con un piccolo seguito. Era esattamente come Olmo se l’era immaginato.
Alto
quasi un metro e novanta. I capelli bianco grigio. Non molti ma gli scendevano
verso il collo a coprire grandi orecchie, che ogni tanto usava quanto un
fermacapelli, con gesto lento ma sicuro.
Il
suo viso ricordava gli indiani d’America, ma la sua pelle era del tutto
bianca.
Pantaloni
e camicia bianca appena aperta per il caldo gli davano un’aria normale, anche
se il carisma che emanava era notevole con un’espressione del viso molto
intensa.
Si
sedette, e in silenzio posò gli occhi sui suoi ospiti.
Li
guardò ad uno ad uno.
Il
silenzio era diventato surreale. Daskalos passava lo sguardo ad ognuno con
estrema precisione e tattica, come in uno schema.
Ai
ragazzi venne da pensare di tutto. Erano sicuri che nessuno sarebbe scampato al
contatto. Si aveva l’impressione che non tralasciasse proprio nessuno.
Aspettavano il turno tutti un po timorosi.
In quei momenti ti vengono mille pensieri. Olmo pensò subito che fosse un modo poco ortodosso per destare timore e quindi aumentare il proprio potere psicologico sulle persone. Subito dopo si sentì pentito di questo fugace pensiero: “In fondo chi sono io per giudicare” disse fra se e se, e
tornando
ad attendere imbarazzato il suo turno, gli tornò in mente lo sguardo indagatore
di suo padre, quando da bambino sapendo d’averla combinata, affrontare i suoi
occhi severi, in quel momento era già una punizione. Probabilmente fu il
pensiero di tutti o quasi.
Poco
dopo, Olmo si rese conto contrariamente, che la sua infantile paura non era
nient’altro che un frammento ancora esistente, dell’inconscia insicurezza di
se stesso nei rapporti umani. Difatti, l’incontro con gli occhi di Daskalos fu
di un’infinita dolcezza. Naturalmente il contatto visivo durava soltanto
qualche secondo, giusto il tempo per
sentire ciò che le parole non potevano dire.
Poi,
chiuse gli occhi per pregare, o almeno così sarebbe parso.
Daskalos
non aveva mai fatto mistero della sua fervente cristianità. Si professava uomo
di fede e di molta religiosità.
Per
tutta la vita si era eretto protettore dei principi cristiani.
La
storia della sua vita era entrata nelle simpatie di Olmo per il fatto che
Daskalos dava la stessa identica importanza anche alle altre religioni.
Chi
nasce cristiano deve professare la cristianità, chi nasce mussulmano deve
essere fedele al corano e così via.
Non
capiva l’apostasia (cambio di fede), perché affermava che in ogni religione
esistono i meccanismi per la progressione umana. In uguale misura su tutte.
Era
convito che la politica non poteva essere sostituita dalla religione, la quale
contiene indicazioni e consigli di convivenza civile; punti di riferimento che
possono durare millenni, mentre la politica è in grado di gestire questi punti
di convivenza, adattandoli al meglio, in mille modi diversi durante la lunga
evoluzione in cui l’uomo è destinato. Sempre che non si auto distrugga strada
facendo.
Come
laico, Olmo era molto d’accordo.
Daskalos
rimase in silenzio qualche attimo. Poi in lingua cipriota disse: “Ancora un’occasione per apprendere quello che non conosco. Grazie o
Signore”.
Posò
quindi lo sguardo sulla piccola platea, cominciando a parlare.
Olmo
non dimenticò mai più quelle parole. Un’altra cosa non dimenticò. Una cosa
strana successe. La sera in hotel, i ragazzi ne parlarono tra loro cercando
conferma, di quella stranezza.
I
ragazzi ebbero la sensazione, che durante tutto il discorso, Daskalos non
staccasse mai lo sguardo dai loro occhi. Come se tutto il tempo non staccasse
mai lo sguardo dagli occhi di ognuno di loro. Daskalos teneva lo sguardo
singolarmente. In pratica, Olmo pensava che guardasse soltanto lui.
Così
Daskalos disse:
”Voglio
parlarvi dei sogni dell’uomo.
Non
dove la consapevolezza subisce il non controllo dell’inconscio
(durante il sonno), ma dove la nostra veglia usa
questa energia per forgiare il proprio destino.
Esiste
un destino personale, un destino che accomuna più uomini, e un destino che
accomuna tutti gli uomini.
Soltanto
quando abbiamo soddisfatto i bisogni primari, il sogno sale alla nostra
coscienza. Mai prima.
Nel
sogno dimora l’Aspirazione: quello che vogliamo essere, ciò che desideriamo
avere, come chiediamo sia fatto questo mondo.
L’aspirazione
del sogno, è lo specchio fedele del personale grado di evoluzione. Nel bene e
nel male, difatti:
Hitler
era un sognatore. Ghandi, lo era altrettanto.
Non
esistono grandi sogni o piccoli sogni.
Il
grande e il piccolo, sono misure del tutto umane, che questa dimensione,
l’aspirazione, non subisce.
L’uomo
ha il bisogno di misurare ogni cosa. Questo perché cerca il controllo anche in
ciò che non vede per lenire il suo atavico senso d’impotenza.
Nella
cultura occidentale d’oggi, le aspirazioni sono soprattutto impostate
nell’ottenere attraverso il benessere, una vita felice.
Nelle
antiche culture orientali invece, cercano questa felicità, nella pace
interiore.
Nel
primo caso, abbiamo un desiderio che spesso perde il senso della giusta misura,
esercitando così gli artigli l’ingordigia.
Nel
secondo invece, se professato con un approccio sbagliato, una pace interiore
fasulla.
L’uno
e l’altro, sono deleteri per l’essere umano nella stessa misura: la pratica
del non risultato.
Il
non risultato può essere perpetuato dallo stesso individuo per anni, fino alla
sua morte.
Molti
uomini praticano a loro insaputa il non risultato, e questo è il destino che li
accomuna mentre, se l’equità nel cercare benessere è il giusto approccio,
l’equità sarà l’antidoto all’ingordigia, poiché la storia insegna che
soltanto il re benevolo è benedetto dal proprio popolo.
Esistono
infine uomini che, se con equilibrio affrontano i misteri dell’io, la vita
dona loro la pace interiore. Un destino che accomuna quest’ultimi.
Il
cammino dell’umanità è un groviglio di sentieri, grandi strade, vicoli cechi
e infiniti labirinti.
Tutto
in verità costruito in un'unica grande strada maestra, dove l’arrivo è per
tutti, l’identico destino. I sogni con le loro aspirazioni sono i passi
compiuti dall’umanità nell’unica strada maestra”.
Daskalos
parlava in un inglese corretto. Faceva una pausa di quanto in quanto per dare
spazio ai traduttori.
Non
chiedeva di essere necessariamente compreso, ma per non lasciare nulla al caso,
si assicurava che almeno fosse tutto sentito nella lingua madre di chi
ascoltava.
I
ragazzi uscirono dalla sala per dare aria al cervello.
Olmo
se ne andò un po in giro per isolarsi un po. Ne aveva bisogno.
Girovagava
attorno ai grossi alberi ripensando a Daskalos. Un raggio di sole di tanto in
tanto lo colpiva attraverso i rami e le ultime foglie. Era piacevole il loro
morbido fruscio sotto i suoi passi.
Mani
in tasca, camminando lentamente, pensava.

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delle Fiabe
Era
passato giusto un anno dalla terribile notte, quando fu assalito da quel
commando in casa sua.
Aveva
quasi dimenticato quell’evento, tuffandosi di nuovo nel lavoro.
Probabilmente
per aiutarsi a dimenticare un po'. Certamente per riprendere fiducia in se stesso
e soprattutto nella gente.
Per
non parlare dei soldi. Anni di lavoro sfumati in un attimo da uomini che non
posso chiamarsi tali.
“Bestie?
Certamente più facile”si
disse a se stesso.
“Come
possono avere dei sogni quelle bestie” pensava.
“Come
puoi avere l’aspirazione di depredare qualcuno nella parte più sacra della
sua vita: la famiglia, con i bambini poi…”
“Daskalos
era stato in ogni caso chiaro: Hitler era un sognatore…”
Era
un punto di vista che aveva un senso, ma in quel momento gli dava la nausea.
Dubbi
legittimi gli frullavano per la testa.
Non
riusciva a pensare a quegli esseri come persone umane in cerca della propria
evoluzione.
“Avrò
bisogno di tempo per accettare…”
“E
poi, chissà quale sarà la vera verità” si
chiedeva titubante passeggiando con le mani in tasca.
Intanto
ammirava quei magnifici esemplari d’alberi dal fusto robusto e slanciato.
C’erano
grossi abeti, querce, faggi. Il bosco era permeato di mille colori.
Quei
raggi di sole qua e là fasci di luce segnavano un passaggio…un tardivo giglio
selvatico…sicuramente un’atmosfera particolare.
Gli
alberi sembravano veri individui…come se fossero abitanti di un villaggio,
dove vivevano storie proprie. Come gli uomini…
“Ultimamente
la scienza ha dimostrato che sanno ascoltare, soffrire e gioire, comunicare tra
loro.
Forse
un bel giorno (speriamo) l’uomo parlerà davvero con gli alberi”.
Olmo
rammentava una bellissima fiaba letta un tempo. Fiaba scritta da Hermann Esse
(Favola d’amore)
Lo
scrittore scrisse quella fiaba immedesimandosi nell’albero stesso. Come se
l’albero raccontasse lui stesso la fiaba.
L’albero
s’innamora di una dama in carne ed ossa, la quale viveva sin da bambina in una
casa adiacente all’albero.
Olmo
ricordava con tenerezza quella fiaba guardando quei maestosi fusti.
“Scrittore
geniale fu Esse” pensava “Forse
per questo motivo salutavo quella quercia in autostrada”.
“Non
solo per questo, ma perché c’è poesia
dentro te” disse una voce improvvisa
dietro lui.
Olmo
si girò di scatto. Era Daskalos in persona.
Rimase
fulminato arrossendo di colpo. Daskalos parlava stentatamente l’italiano, ma
il pensiero sembrava averlo capito benissimo.
Molto
tempo dopo, il ricordo di Olmo dell’incontro con il maestro nel bosco,
diveniva lontano e sfumato e non era più sicuro se nel bosco stesse pensando o
parlando a voce alta tra se e se. Sarebbe normale. A chi non capita.
Forse
Daskalos sapeva leggere nel pensiero, in ogni modo non fu in grado di
constatarlo.
Olmo
sentendosi piccolo piccolo, guardò Daskalos in tutta la sua statura.
Istintivamente lo abbracciò. Lo fece come da ragazzino, quando si stringeva
addosso a suo padre. Lui ricambiò.
Così
si ritrovò seduto a parlottare con Daskalos senza nessuno attorno. Non riusciva
a crederci.
“Prova
pensare per un attimo, Olmo” lo
chiamò per nome e questo lo sconvolse nuovamente.
Non
erano poi in molti in quel giorno, anche se in verità riceveva dalle cinquanta
alle cento persone al giorno, da diversi anni, senza sosta.
“Prova
pensare alla parola verità”
continuò
“Questa
parola nei secoli ha guidato l’essere umano in una certa direzione. Esiste da,
quando l’uomo ha cominciato nel suo crepuscolo ad intravedere la scintilla
divina dentro se stesso.
Si
potrebbe dire che verità e scienza sono la stessa cosa.
La
scienza ricerca la verità da sempre e per sempre la cercherà. Di scoperta in
scoperta.
Lo
scienziato che non coltiva giornalmente
questa disposizione mentale (verità)
che futuro potrebbe avere con il suo
lavoro?...ok?”
Daskalos attese l’assenso di Olmo e poi continuò:
“Perché
non dovrebbe essere la stessa cosa per l’uomo comune? Perché ogni verità
nelle mani dell’uomo diventa creta da modellare?
Quando
l’uomo smette di coltivare la verità allontana da se la possibilità di fare
un passo in più nella sua evoluzione. Perde semplicemente tempo e il più delle
volte si serve della manipolazione della verità per avere la sensazione della
felicità. Normalmente è solo per questo patetico, infantile motivo.
Esattamente
come un ragazzino quando mente nascondendo la marmellata. It’s ok?”
Aspettò
di nuovo l’assenso di Olmo
“Bada” continuò “Esiste
la menzogna del cuore, della compassione. Non è un errore render dolce
l’aspro e l’amaro, quando serve, poiché indorare la pillola, come si dice,
a volte può addirittura salvare vite.
La
verità costa. Esattamente come la felicità. Costa fatica, studio, dedizione e
rinunce.
Quando
mai una cosa gratis ha del valore? Non è proprio il consumismo che gli
occidentali adorano come un dio ad insegnarlo. Non credi?”
Olmo
si sentiva come un somaro a furia di fare si con la testa.
“Dimmi
allora, come può la felicità trovarsi nella verità manipolata?”
Tornarono
assieme alla sala convegni. Il cervello di Olmo intanto cercava lo stand by.
Seguendo
Daskalos tra gli alberi gli tornò in mente la fiaba che aveva scritto. Non
doveva dimenticare di dargliela.
Arrivati
nei pressi della sala, Daskalos si fermò e si girò verso Olmo.
“È
davvero interessante quello che scrivi” gli
disse “dovresti pazientare e scrivere
ancora”
Lo
guardò un attimo sorridendo per l’ennesimo stupore che doveva essere stampato
in triplice copia nella faccia di Olmo.
Poi
continuò: “il semplice istinto di
scrivere non porta da nessuna parte. L’esperienza è vitale per tutto”
posò quindi la sua manona dolcemente nella spalla di Olmo.
“Sai…nessuno
nasce scrittore e non possiamo nemmeno diventarlo”
“Ah…”
accennò un po scoraggiato Olmo.
E
Daskalos dolcemente… “Guarda ad
esempio Picasso, lui si lasciava semplicemente travolgere dalla sua passione. Fu
la gente a consegnarlo alla storia”
Poi
con più enfasi disse: “Una cosa posso
dirti però. Quando il frutto sarà maturo, sarà molto appetitoso”.
La
gente intanto si era fatta attorno a loro.
Daskalos
si girò di nuovo ed entrarono tutti nella sala convegni…
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