La Via del Cuore
La salute da un punto di vista olistico


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FIABE

 

La Felicità In Tasca  

 2° parte

  Indice dei capitoli

Quel giorno Daskalos fù memorabile.

Tutti i ragazzi, Olmo compreso, ebbero la sensazione di portare a casa un bagaglio d’informazioni normalmente difficili da reperire.

Daskalos sapeva dosare saggiamente le nozioni elargite, cingendo ciò che diceva d’autentico calore umano.

La conoscenza o, in altre parole, sapere ciò che ci circonda, naturalmente è infinito.

Nonostante questa consapevolezza, tendiamo a proteggere ciò che pensiamo avere imparato dalla vita: questo, è uno dei motivi che ci conduce a dare per scontato parecchie cose, nascondendoci così altre consapevolezze. (rileggere le ultime quattro righe)

 

Daskalos aveva la straordinaria capacità di saper trascendere da questi meccanismi di chiusura mentale, d'altronde, una cosa è sapere e l’altra e saperla insegnare.

La prima cosa che un maestro deve fare è mettere nelle condizioni l’allievo al vero ascolto, altrimenti la transazione delle nozioni da un cervello all’altro è solo apparente.

In realtà i veri maestri sanno che la capacità di ricezione delle persone passa attraverso i cinque sensi. Le scuole di Rudolf Stainer hanno sviluppato molto in questo senso, Sufismo compreso   naturalmente.

Raro che un novantenne porti anche una ventata di freschezza ad una ciurma notevolmente più giovane.

La sera in albergo dopo la doccia i ragazzi cenarono tutti assieme. C’era molta euforia.

Mancavano altri due giorni alla fine del viaggio.

L’idea di fare un po' di vacanza extra li allettò molto e, visto la temperatura mite dell’isola,

programmarono un bagno in mare per il giorno dopo.

Durante la cena, Olmo si era un po’ isolato. Pensava ai fatti suoi. Partecipava gran poco al chiacchierio serale. Smettere di pensare a Daskalos non era facile, almeno per lui. Era rimasto letteralmente stregato.

 

Quella sua apparizione improvvisa nel bosco, quella cosa sulla verità.

Sicuramente parole scolpite nel granito della sua memoria.

“Cercare i meccanismi umani in fondo non è così complicato. La semplicità dei suoi ragionamenti è davvero disarmante, perché sa portarti nel tuo vicolo cieco e poi tirarti fuori. Non hai scampo”.

Olmo aveva quella sera una percezione d’estrema leggerezza, proprio come se il suo fisico pesasse improvvisamente di meno. Provava quasi un senso di colpa nel sentirsi nel cervello una sensazione di libertà. Si, di libertà.

“Mai avrei pensato di essere così in schiavitù di me stesso. Peggio di un incatenato delle galee.

Non solo abbiamo il pensiero avvinghiato nelle emozioni, ma addirittura ne facciamo un’edonistica cultura. Impossibile essere obiettivi in queste condizioni”.

 

“Le emozioni” raccontava Daskalos “sono il sale dei rapporti umani ma, se dosato in maniera erronea, esattamente come nel cibo, può rendere un rapporto troppo salato o insipido.

Le emozioni sono responsabili di un buon matrimonio come di mille divorzi.       

Per questo il Buddha spronava sovente i suoi discepoli a cercare nel mezzo la Via.

Equilibrio quindi, specialmente quando pretendiamo l’obiettività dai nostri pensieri.

Che cosa tentate di trovare quando pensate. Cosa volete dal vostro pensiero. Certamente obiettività, in altre parole, avere la certezza che ciò che pensiamo è giusto. Vero?!!!

I grandi pensatori come Isaac Newton, Da Vinci ed altri cercavano indubbiamente la stessa cosa.

Non sarebbero stati tali se non fosse così.

Le emozioni possono darvi molte gioie nei rapporti con gli altri ma solo il pensiero obiettivo può mantenere l’equilibrio.

L’equilibrio del cuore. Il cuore così attento alle vostre emozioni. Batte al ritmo del vostro vivere.

Si potrebbe affermare che il cuore sia la mente pensante delle emozioni.

Ma cos’è che da vita al cuore…

Chiedetevi dove trova il moto perpetuo che lo tiene palpitante…

Con il suo pulsare il vostro sangue scorre, ma il cuore dove trova la vita per se…

Cosa lo spinge a pulsare sino alla fine dei vostri giorni…

Chiedetevelo, cercate dentro di voi, e anche se non troverete risposta, il vostro cercare getterà una pietra nella quiete del vostro stagno…”

 

Olmo era assorto in questi pensieri nel brusio della cena, quando un tintinnio di bicchiere attirava anche la sua attenzione.

Leonardo lo scrittore, si alzò dal posto a tavola, si schiarì la voce, attese il silenzio e assicurandosi l’attenzione di tutti disse: “Ho avuto la fortuna di leggere una fiaba, scritta in una bellissima poesia. Abbiamo bisogno di un caloroso applauso in questa sala, c’è tra noi un poeta”. Fece il nome di Olmo e incominciò ad applaudire. L’applauso divenne all’unisono. 

Olmo arrossì per l’imbarazzo dell’improvvisata. Era convinto che non gli fosse piaciuta più di tanto, la sua fiaba. Si alzò e lo abbracciò. Quest’ultima emozione lo spinse a scrivere ancora.

L’addio a Cipro.

 

Gli altri due giorni i ragazzi li usarono per conoscere un po meglio l’isola.

Daskalos aveva altre compagnie di varie nazioni da ricevere. Era un instancabile lavoratore.

Superata la soglia dei novanta, non conosceva tregua.

Si concedeva molto e assicurava che la sua conoscenza fosse distribuita a tutti indistintamente da razza, religione e altro.

Era l’esempio vivente dell’energia stessa.

“L’energia esiste in quest’universo e può passare attraverso voi.

Può esprimersi attraverso voi ed è inesauribile, mentre la sola forza dei vostri nervi si esaurisce ben presto.

È questione di frequenza. Più siamo in sintonia, più fluisce attraverso noi.

Va captata esattamente come una radio, quando sente il segnale dall’etere.

Da dove credete che nasca l’idea di Marconi? Come sapeva Guglielmo Marconi che dall’etere, anche a distanza di chilometri, si potessero udire suoni e voci uscire da una scatola di legno?

Nessuna invenzione nasce dal nulla. L’invenzione per essere inventata ha bisogno di proprietà già preesistenti. Se l’etere non fosse stato già di per se veicolo, la radio non sarebbe stata inventata.

L’etere è un vero e proprio veicolo, ma non solo per suoni e voci”.

 

“Sicuramente molte altre invenzioni giacciono nell’oblio del loro seme, in attesa di una paternità.

Non vi sono altre prerogative in questo.

L’invenzione viene a noi esattamente come nascono tutte le cose del mondo.

Nulla esiste che non sia già, nel pensiero di Dio.

Come può nascere una quercia priva del suo seme, la ghianda?

E la ghianda non è forse già la quercia stessa?

Non esistono limiti all’energia. Siamo solo noi il vero limite, mentre la sintonia con l’universo dell’esile filo d’erba, buca il granito più duro…che in verità, è la stessa posseduta dall’uomo.

Siamo tutti figli del creato e, sicuramente Dio, in uguale misura, ama tutte le sue creature.

Cercate dunque quest’Energia. Cercatela dentro di voi…”.

 

“Esiste un punto luminoso, sfuggito alla vostra attenzione. Esiste dentro il vostro essere da sempre e potete notarlo, quando scrutate il buio attorno a voi chiudendo gli occhi. Cercatelo e lasciatevi inondare…”.

 

Gli scossoni dell’autobus strappavano continuamente Olmo dai suoi ragionamenti su Daskalos, ma fortunatamente lo splendore dell’isola rendeva il viaggio, anche se scombussolato, davvero interessante.

Dopo una solare giornata al mare, la compagnia italiana passò l’ultimo giorno dovunque c’era da vedere.

I villaggi antichi arroccati, caratterizzavano la cultura isolana della popolazione. Naturalmente parecchio era fondato sulle attività artigianali. 

C’era di tutto, o quasi. Molto era prodotto all’interno del paese. Dalle lavorazioni dei metalli ai prodotti chimici. Legname, agricoltura, calzature e altro.

Quando entravi in un negozio eri libero di muoverti senza essere assalito dai venditori.

Il tipico cipriota sembrava una persona allegra ma mite e riservata. Olmo notò una povertà moderata. Una povertà senza stridori, pulita non conclamata. Come se il cipriota fosse orgoglioso di una vita all’insegna della moderazione, ridotta all’essenziale come scelta.

Si notavano fortemente le diverse culture che nei millenni probabilmente andavano formando le civiltà di questa mite popolazione, contesa in realtà da sempre tra greci e turchi.

Cipro vanta una storia lunga 7000 anni. Ci furono ritrovamenti dell’età del rame, dell’era del bronzo. Fu abitata dai Fenici e gli Assiri. Furono invasi dall’impero Persiano, Romano e via via, sino ai nostri giorni con l’Impero Britannico. Per ultimo la Turchia.

Niente di più facile nel sostenere che nessun’altra isola è stata così contesa nei millenni. Persino i crociati sparsero il sangue dei suoi nativi.

Si potrebbe affermare che l’intero pianeta abbia subito questa violenta transizione.

Come se sia del tutto naturale uccidere per aver pace. Che altro puoi leggere dalla storia.

In ogni terra c’è il sangue dei propri figli.

Nei secoli l’uomo ha addirittura istituzionalizzato, legalizzando le sue azioni vigliacche di sciacallaggio e di assassinio.

I cosiddetti stati civilizzati (cattolici compresi), per una fantomatica civilizzazione, depredavano popolazioni inermi. L’ultimo degli esempi? Il Tibet e la dubbiosa, sanguinosa democratizzazione dell’Irak.

Sembra incredibile come alcuni individui crescano in questa terra, cavillando costantemente nel proprio carattere alfine di migliorare la propria natura, mentre altri calpestano tranquillamente fragili innocenti e chissà cos’altro.

Chi sta nella giusta via può solo prenderne consapevolezza e aiutare, se gli viene data facoltà, l’individuo che ritiene di essere pronto.

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Durante il giro, la compagnia dei dodici si affiatava sempre più. Era del tutto naturale.

Ognuno dei ragazzi cercava di essere d’aiuto all’altro, d'altronde, un minimo di gentilezze diventa necessario se vuoi condividere serenamente.

I ragazzi a volte si separavano in piccoli gruppi da tre o quattro persone, mentre altre volte erano tutti assieme per le visite dei luoghi interessanti.

Ovviamente il contatto umano era sempre in primo piano. Il parlottare di cose personali tra loro non mancava, visto che la confidenza è uno dei primi approcci d’amicizia. Almeno in apparenza.

 

Nella compagnia c’era Isabella. Una fisioterapista. A vedersi probabilmente non poteva che essere una brava professionista.

Piuttosto belloccia, aveva forse un paio d’anni più di Olmo.

Si era aperta con Olmo con i suoi dubbi e tristezze per un suo rapporto con l’uomo della sua vita che sembrava naufragare.

I suoi problemi si concentravano anche per un rapporto turbolento con l’unica figlia ormai post adolescente, concepita con un altro uomo.

Tutto in quel periodo gli stava crollando addosso. Il viaggio a Cipro era l’epilogo di un ennesimo tentativo di trovare una soluzione che sembrava invece esserle ancora molto lontana.

Non trovava pace, perder l’uno e l’altro rapporto nello stesso momento non faceva che moltiplicare la sua confusione emotiva.

Olmo la scorgeva piangere ad ogni piè sospinto, e a rendere più credibile il suo status, era che s’isolava costantemente.

Era volata a Cipro in cerca di soluzioni, ma più probabilmente per chiarirsi le idee.

 

Durante il meeting con Daskalos, Isabella sedeva tra i compagni accovacciata nel suo intimo, in triste solitudine, benché non mancasse di sorridere di quando in quando.

“Ha un sorriso aperto e luminoso” notava Olmo nel tentativo di riconoscerla diversamente.

Osservandola senza darne peso, si accorse che in verità si rapportava con i suoi affetti personali. Pensava a sua moglie e ai suoi figli. Il raffronto con la vita personale affettiva, Olmo lo trovava inevitabile, automatico.

 

Tutti i rapporti del mondo hanno fisiologicamente degli alti e bassi.

Taluni con il tempo poi si consolidano, altri galleggiano appena in costante balia degli uragani, mentre altri ancora, affondano inesorabilmente.

I rapporti umani in realtà, che siano di amicizia o di matrimonio, trovano equilibrio nelle stesse regole. Sono principi fondamentali che per la verità regolano tutti i rapporti umani: casuali, di lavoro o altro.

 

“L’interscambio umano è anch’esso una fonte d’energia” dichiarava nelle sue oratorie Daskalos.

“L’uomo si rapporta con i suoi simili cercando obbligatoriamente quest’energia. Ma che questa sia fonte inesauribile o vada presto in secca, dipende esclusivamente da voi.

Un rapporto umano, soltanto quando viene affrontato con equa condivisione diventa fonte di energia.

Purtroppo soltanto quando scaturisce la passione dell’innamoramento, normalmente ci si fa un’idea di ciò che dona un rapporto umano.

In realtà le stesse dinamiche, possono accadere in tutti i contatti umani anche senza il bisogno di una travolgente passione.

Persino nelle ordinarie transazioni normali esiste questo. O addirittura tra sconosciuti, nei cosiddetti contatti virtuali, per lettera e mail o altro.

Comunque, pochi, pochissimi rapporti sono formati dall’equa condivisione.

Un rapporto all’insegna della menzogna, della dipendenza o della schiavitù, presenta un’energia dall’onda davvero corta, e in molti casi inverosimilmente essa si trasforma in un parasita che si alimenta dell’individuo che la produce.

Questo povero individuo passa di rapporto in rapporto, preda dei propri meccanismi d’egoismo.

Come può un atleta gioire pienamente della propria vittoria sapendo d’essere dopato? O sapendo di essere magari l’unico concorrente?

Come puoi mangiare a sentirti sazio, quando il tuo ospite ha il piatto vuoto?

Cosa ti fa pensare che i rapporti umani senza l’equa condivisione siano diversi da questo…?

L’ultima sera a Cipro.

La sbuffante corriera li scarrozzò per tutta l’isola. Dopo una riposante pausa presso un antico monastero, dove rimasero quasi tutto il pomeriggio a visitarlo in lungo ed in largo, ripresero il giro nell’arrugginita carrozza con motore.

La vecchia corriera malgrado l’apparenza, sembrava compiere in ogni caso, il suo dovere fino in fondo.

Nonostante il suo apparente stato di decomposizione, arrancava, grattava, scricchiolava, ma andava avanti. Fu, in quel frangente, addirittura autrice di un salvataggio.

 

I ragazzi notarono un furgone, probabilmente un lontano parente della sbuffante, che interamente arrugginito (non c’era ombra nemmeno di vecchia vernice), penzolava nel ciglio di una scarpata.

Il furgone si divertiva dondolandosi. Molto meno, certamente il suo autista.

 

I ragazzi partiti da un’oretta o poco più dal monastero per arrivare ad una trattoria che era loro stata raccomandata, canticchiavano assieme all’autista, ch’era guida e mezzo italiano.

Erano in piena salita all’imbrunire, quando avvistarono il furgone scendere a velocità sostenuta.

La strada si presentava come al solito tutta buche che, costeggiata dal mare, saliva contorcendosi a tornanti, sino alla cresta di un piccolo altipiano, a 800 metri dal livello del mare.     

 

Lo avvistarono scendere veloce, per caso, visto il color ruggine terra bruciata che tanto si confondeva con il colore della terra di Cipro.

Fatto il caso che, si trattasse proprio del furgone servizi del ristorante, che i ragazzi andavano a conoscere, lo notarono sbandare due o tre tornanti più in su e, lasciandoli con il fiato sospeso, dopo un rocambolesco tentativo di tenere il furgone per strada, miracolo volle che si fermò come nei film, in quel bilico filo sospeso, davanti alle fauci della morte certa.

 

L’autista dei ragazzi si fermò, tirò il freno a mano tre o quattro volte come fanno i mugnai quando chiudono le botolacce dei vecchi granai, scese in tutta fretta, per dare soccorso.

Scesero veloci anche i ragazzi.

Nell’osservare la scena, capirono al volo cosa fare e tutti assieme fecero da contrappeso dietro il furgone, per dare modo all’autista di scendere in sicurezza.

L’autista del furgone, un omaccione alto due metri, scese incolume ma bianco in volto, con la morte negli occhi.

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Il ristorante

Al ristorante quella notte fu davvero festa.

Il posto era una grande vecchia fattoria ancora in uso. Avevano ristrutturato un’ala adibendola a ristorante, e il fato volle che l’autista salvato fosse proprio il proprietario nonché il cuoco della situazione.

Al momento dell’incidente stava scendendo in paese per fornirsi di vettovaglie e quant’altro e così ricevere i suoi ospiti italiani nel modo migliore.

Tanto più che gli italiani, solitamente ben visti dal popolo cipriota, s’inseriva anche nel contesto, il fatto che proprio dai suoi ospiti, il padrone di casa fu salvato. Figurarsi la festa.

 

La cena cominciò tardi, ma la fame fu tenuta a bada, oltre che da un mare di convenevoli, anche da degli innumerevoli passaggi di bocconcini prelibati e vino.

Olmo trovava simpatico sentire dalla famiglia cipriota, qualche parola d’italiano con pronuncia stentata per una cortese attenzione.

Il cuoco aveva due figli maschi ormai giovanotti, i quali intrattenevano suonando per i ragazzi strumenti a corde tipici dell’isola: il laouto e la lyra.

Aveva anche due splendide ragazze come figlie. 

Le ragazze insegnavano nel frattempo la ballata greca “pidiktos” che gli ospiti ballavano con il tipico battere del passo, un – due a destra…un – due a sinistra… allargandosi abbracciati (si doveva cingere le spalle dei compagni a semicerchio rivolti all’interno del cerchio) formando tutti assieme un cerchio per stringere il cerchio, e poi allargarlo battendo il passo e così via.

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Risate e battute per far ridere a crepapelle erano a dirotto tra loro, mentre aspettavano la famosa portata: carne di capretto in spezie cotta in forno dentro un fagotto di terra cotta, ermeticamente chiuso.

Questo fagotto, era costruito per cucinare al suo interno la carne, in un modo sicuramente del tutto particolare.

Una volta cotto, l’involucro di terra cotta veniva rotto davanti agli ospiti, servito poi profumato e fumante, direttamente nel piatto.

 

Fuori, tutta la poesia della madre notte, era dipinta in un cielo terso, con luna e stelle.

Lo stridore dei grilli, nonostante l’ultimarsi della stagione, si perdeva lontano tra i campi.

I ragazzi arrivarono ch’era quasi sera, al primo imbrunire, giusto il tempo per cogliere il capolino del sorgere di luna, sul filo dell’orizzonte.

Tutti assieme rimasero leggermente spaesati, per la meraviglia improvvisa che si apriva ai loro occhi: l’infrangersi del mare nella scogliera laggiù lontano, che dall’alto del piccolo pianoro si poteva osservare, brulicante del luccichio di paesini e casupole, in sito al limitar della riva.

Il grugnire dei porcelli più in la con il belare delle capre, richiamava loro il senso di un vivere del tutto autonomo senza il bisogno di troppa civiltà.

Con le ultime luci poterono riconoscere l’aia con i suoi tipici animali da fattoria.

I recinti erano ben costruiti e rinforzati, probabilmente a difesa degli assalti dei predatori notturni.

Quasi certamente volpi, lupi e altro. Lo stato ancora selvaggio ne presumeva l’esistenza.

Olmo, difatti, ebbe quella stessa sera, un imprevisto incontro ravvicinato.

 

L’incontro ravvicinato.

 

La goliardia quella notte ebbe del tutto il sopravvento. I ragazzi erano euforici al massimo, e v’erano diversi motivi a rendere accattivante qualsiasi cosa.

La cena squisita, il buon vino cipriota abbondante e per di più, affiatarsi in quel modo, nel tempo di qualche giorno, con una sintonia riconosciuta da tutti, ognuno di loro lo riteneva abbastanza raro.

Questa sensazione di rarità dava all’insieme, un sentore di magia.

Del tutto emotivo, probabilmente, ma la piacevolezza dello stare uniti, nessuno di loro avrebbe voluto barattarla, per una realtà diversa, anche se magari, più realistica.

D’altronde dove si trova il confine tra realtà e finzione nelle umane relazioni emotive?

Quando ci sentiamo a nostro agio con qualcuno, ti prodighi a prolungarlo.

Mentre un brutto momento, fai di tutto per accorciarlo.

Magari nel primo caso, sono semplicemente momenti sereni del tutto futili nel loro significato.

Nel secondo accadere invece, possono essere concrete realtà negative, che eviteremmo volentieri, ma che siamo obbligati ad affrontare.

L’accettazione quindi, di una strada tutta ad ostacoli nei rapporti umani, è un altro dei mattoni della vera felicità.

 

Barzellette, battute spiritose al volo, aneddoti, confluivano a piè sospinto.

Isabella, la fisioterapista triste, non riusciva per quanti sforzi faceva, a sentirsi in sintonia con la serata.

Il fatto stesso che era l’ultima sera e che quindi dovesse tornare in Italia, per affrontare di nuovo il suo problema, momentaneamente in stand by, rendeva ancora più raro il suo sorriso.

Olmo l’osservava di quando in quando, standosene in disparte senza farsi notare.

L’insistenza di uno sguardo indagatore difatti non è per niente garbato.

Tutta la compagnia era stata con Isabella, prodiga di consigli e coccole, visto che a volte lo sconforto di uno, può fare la malinconia di tutti.

Ma per quanto ragionevole sia, lo spirito di gruppo, ognuno ha il diritto di vivere in sintonia con il proprio essere.

Nessuno al mondo può privarti di questo.

Puoi immedesimarti, partecipando emotivamente al dolore, ma non deve graffiare il tuo cuore. Questo va imparato, ed è un altro mattone della felicità. Puoi solo scegliere.

 

“Quando il compagno di viaggio si trascina davanti a te sotto il peso del suo fardello” Elargiva ai ragazzi Daskalos “Fermati con lui un momento nel conforto della frescura se devi, ma non indugiare.

Il fagotto di ognuno è sempre pari alla propria capacità di sopportazione, e contiene tutte le scelte personali. Nel bene e nel male.

Quale sarebbe lo scopo dell’esistenza altrimenti…?”

 

Quella sera dunque, i ragazzi ridevano a crepapelle. Erano euforici come bambini.

Il vino, come da copione, faceva bene la sua parte naturalmente.

Olmo si girò di nuovo per osservare Isabella, ch’era seduta proprio davanti a lui da l’altra parte della sala, all’inizio della tavolata disposta a ferro di cavallo.

Isabella improvvisamente non c’era più. Il suo posto era vuoto.

D’istinto Olmo uscì dalla festa un momento.

Lo schiamazzare dei ragazzi che ridevano a squarcia gola si attenuò notevolmente, una volta chiusa la porta dietro se.

 

Olmo cercò Isabella nei bagni. Niente.

Forse era uscita a prendere una boccata d’aria. La seguì.

Fuori il rumorio della festa era ancora più lontano. Quasi spento.

I grilli, grillavano a più non posso. Faceva fresco, ma non troppo.

La luna tinta di rosso era bassa, quasi all’orizzonte, non aiutava per niente Olmo, nell’incertezza suo passo.

L’aia tutta era leggermente in discesa rispetto al piano della fattoria. Olmo camminava lentamente.

“Forse non è uscita”. Pensò subito Olmo, quasi pentito del suo erigersi in soccorso.

Certo che starsene con i ragazzi a far baldoria, era sicuramente più piacevole, dato l’ultimarsi dei giorni goliardici, e oltremodo, il posto era anche diventato improvvisamente buio e sconosciuto.

Oramai era li. Fece qualche altro passo verso una più improbabile direzione, quando notò il chiarore di una maglietta muoversi nel buio, proprio dritto davanti a se, qualche passo più in la.

“Ma dove si sta cacciando?” pensò Olmo leggermente allarmato.

Olmo allungò d’istinto il passo.

“Isabelaaa…”

Isabella sentendo il suo nome si soffermò per la sorpresa un attimo, continuando poi a camminare diritto davanti a se, verso il buio, come per annullarsi nel mondo dell’invisibile, nella speranza che il diabolico destino, non trovandola, mitigasse per un po’ la sua severa intransigenza.

Olmo fece una corsetta per guadagnare più terreno. La raggiunse ben presto per fortuna.

Erano oramai sicuramente fuori dell’aia.

Il fresco della notte lo punse leggermente, mentre una sferzata d’aria salina, proveniente dal vicinissimo mare, gli solleticò le narici.

“Isabella, cosa fai?”

Sentì singhiozzare. La sfiorò con la mano per cingerla sulle spalle (era leggermente più bassa di lui).

Isabella si accovacciò su se stessa al suolo, per singhiozzare più forte.

“Cosa…” Olmo si abbassò con lei nel rito del conforto. La cinse per le spalle e attese.

Piangeva a dirotto. La diga era aperta. Olmo sapeva già in cuor suo che con il proprio arrivo, Isabella si sarebbe lasciata andare in un pianto liberatorio.

Ora Isabella lasciava libero tutto il suo rancore, rabbia, disperazione, dispiacere e chissà cos’altro…

Forse per le scelte passate che oggi rifiutava (e chi non ne ha). Forse soltanto per la vita in se.

Forse per una soluzione che tardava, o forse per decisioni che non sapeva prendere.

Olmo non disse nulla. Attese e basta. A volte il silenzio aiuta più di tante parole.

Quando ad una persona, gli frullano per la testa già mille suggerimenti, anche il più saggio dei consigli s’intruglia di vuote parole.

Talvolta basta solo un po’ tempo e le soluzioni arrivano da se.

Isabella era preoccupata per il suo futuro affettivo. Probabilmente con un po’ di pazienza avrebbe recuperato la figlia.

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Quando dai ai figli la capacità di distinguere la differenza tra il bene e il male.

Quando in un infinito amore, sei presente in tutti i passi della loro vita, per quanto tu possa saper fare, resta il mestiere più difficile del mondo.

Un genitore che ama, deve preporre di far scegliere al suo discendente, nell’indiscutibile ignoranza, del giusto e dello sbagliato.

Deve soprattutto saper attendere il ritorno del figlio, dentro le proprie braccia, che accadrà di sicuro, quando l’istinto li richiamerà alle radici.

Ritorno di cui l’adozione con amore, ne rimane testimone in uno degli atti umani più sublimi concepito dall’uomo: il ritorno alle origini.

Il soggetto in adozione, se è fatto consapevole del suo status adottivo, dimostra un’inconfondibile attrazione per il suo vero genitore.

L’amore scaturisce in tutta la sua ampiezza, quando il ragazzo adottato capisce di riuscire ad amare entrambi i genitori, genetici e adottivi, senza distinzione di sorta.

Da un certo punto di vista, può essere fortuna doppia.

L’uomo è anche capace dell’esatto contrario di tutto questo. È sempre una questione di scelta.

 

Dopo qualche minuto, il suo pianto si attenuò.

“Su dai…” disse Olmo “Rientriamo”

“Ok” fece lei con la voce roca e tremolante.

Si alzarono in piedi. Con le luci soffuse delle finestre della fattoria, ad indicare la direzione, s’incamminarono per rientrare.

Olmo calcolò che la fattoria distasse almeno 200 metri circa lontano da loro.

Dovevano prestare attenzione al terreno sconnesso, tipico della campagna.

La luna illuminava ben poco. Forse un’alta foschia ne velava la pallida luce.

Dopo qualche passo, Olmo intravide davanti a loro un’ombra bassa. Sembrava un animale.

“Forse un cane…” Pensò in solitaria per non spaventare Isabella.

 

Olmo ricordava di averne visti due alla fattoria.

Ricordava anche, che all’arrivo, per la loro sicurezza, li avevano incatenati.

Personalmente Olmo, non aveva mai avuto paura dei cani.

Per lui era quasi come un istinto. Aveva sempre posseduto cani.

Aveva anche cresciuto un bellissimo pastore tedesco di cui andava fiero per l’acuta intelligenza.

Dopo anni dalla sua morte, erano addirittura gli amici di sempre, a menzionarlo. 

A tutt’oggi possiede un cane.

Intanto nel lento avanzare, Olmo si ricordò anche di un incontro con dei veri lupi.

Si trovava, qualche tempo prima per lavoro, all’interno di una proprietà privata, quando una copia di lupi dal manto argenteo, a guardia di una villa, gli vennero incontro.

Scoprì più tardi che il loro recinto aveva ceduto per l’ennesima volta.

Il padrone dei lupi, chiamava sbraitando i loro nomi dalla casa più in alto.

I lupi, molleggiando sulle loro zampe, arrivarono sino a lui. Erano davvero maestosi.

Come una sorta d’eleganza, camminano con quel loro tipico molleggiare che nessun cane al mondo sa fare.

Olmo li guardava totalmente ammirato, avvicinarsi.

Era così incantato ad osservarli che lo stupore aveva superato la fifa che avrebbe dovuto avere.

Fortuna volle che stessero a debita distanza, sino l’arrivo in ciabatte del trafelato padrone.

 

Arrivati vicinissimi alla casa, passarono sfiorando uno steccato formato a recinto, per il cortiletto di un pollaio.

Subito dopo lo steccato, a lato, si ergeva la legnaia al riparo di una fatiscente baracca.

La stradina era leggermente illuminata dal riflesso dei sassolini per la luna bassa e le luci della casa.

I cani latravano legati a catena più in giù, verso il porcile.

“I cani sembrano agitati” Pensò Olmo leggermente allarmato.

“Forse hanno sentito qualcosa. Speriamo sia niente” Continuò a pensare per non preoccuparsi più di tanto. 

Erano così vicini alla fattoria, che poterono di nuovo distinguere le voci lontane soffuse dei ragazzi fare baldoria dentro casa.

D’un tratto, la cosa che Olmo non sperava incontrare, era davanti a loro.

Isabella in un primo momento non se n’accorse.

S’era calmata un po’, durante la mini passeggiata nella frescura.

“Ferma” Le bisbigliò Olmo all’orecchio.

Isabella non capendo il bisbiglio di Olmo al suo orecchio, si girò verso di lui:

“Cosmmm…” Olmo veloce le tappò con la mano la bocca.

“C’è un cane davanti a noi” le bisbigliò di nuovo, subito dopo.

“Mmm…” mugugnava Isabella, più incredula che impaurita.

Olmo invece aveva visto benissimo che si trattava di un lupo.

I lupi sono completamente diversi dai cani lupo, non solo fisicamente, ma hanno quel carisma particolare. Quella strana mescolanza di mansueto – aggressivo.

 

Olmo ricordava quella vecchia esperienza, con i lupi in cattività, solo che stavolta si trattava di un lupo libero, non addomesticato.

Era li davanti a loro. A dieci passi, più o meno.

Immobile, pareva volesse sbarrare la strada ai due intrusi.

Li fissava, orecchie basse, non mansuete ma pronte all’attacco.

Silenzioso mostrava i denti, ma non ringhiava.

“Se Isabella chiama aiuto, siamo nei guai” fece Olmo a se stesso.

Distinto la serrò più strettamente a se. Chiamare aiuto era fuori discussione.

I ragazzi dentro casa facevano un tal baccano, che nessuno avrebbe sentito. E poi, gli bastava un attimo a quel bestione…

Isabella e Olmo erano immobili in mezzo alla stradina stretti l’un l’altro.

Animali e uomini attendevano osservandosi. Come due mondi sconosciuti.

“Forse siamo noi che sbarriamo la strada a lui” Pensò Olmo dato che il pollaio si trovava proprio dietro di loro.

“Forse mira al pollaio, siamo noi che disturbiamo la sua caccia”

Si spostò a lato della stradina trascinando con se Isabella, per lasciare al lupo un passaggio.

Isabella era di pietra. La mano di Olmo sulla sua bocca, ora la sentiva come conforto, riparo.

“Pensa all’energia, concentrati” La pregò d’improvviso Olmo, con un soffio leggero.

La vide chiudere gli occhi. Li chiuse anche Olmo.

 

Il lupo lentamente passò loro vicino. Si fermò ad annusarli.

I due ragazzi stavano abbracciati, immobili.

Olmo si sentì avvicinare e fiutare. Annusò lui e annusò Isabella, con calma, senza fretta.

Il lupo ha un bisogno estremo di prendere possesso della situazione, attraverso il territorio e l’olfatto. Come tutti i cànidi d’altronde. Sono meccanismi d’auto conservazione della specie.

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Intanto Olmo e Isabella respiravano all’unisono. La concentrazione sull’energia li aveva calmati.

In quei lunghi attimi silenziosi, si resero conto di una carica di tensione misteriosa, che andava al di la della paura.

Il lupo annusandoli ringhiava, ma il suo grugnito era sommesso, lieve. Quasi un avvertimento…pareva ascoltare nei pensieri dei ragazzi, la loro umana disarmonia.

Il caos del mondo degli uomini…

 

A distanza d’anni, questo fatto Olmo lo ricordò sempre con molto affetto.

Si riteneva fortunato. Quel momento da brivido gli aveva regalato un consenso al contatto. Forse solo per qualche attimo, ma Olmo e quel lupo erano entrati in contatto. Due mondi che s’incontrano e il fatto che il lupo si trovasse allo stato selvaggio diviene decisivo.

Un lupo in catene fa capire quanto l’uomo sia in totale disarmonia con il mondo e con se stesso.

L’uomo, può imbrigliare con la sua vela un po’ di vento, quando esso si concede, ma non può di certo domarlo, come fa con un cavallo da soma, nella stupidità della pulce, convinta di dominare il cane su cui vive.

La ricchezza di questa terra è immensa, come lo sono i suoi motivi per accrescere la conoscenza.

Nessuna novità in questo, e naturalmente non è possibile sapere tutto ne fare esperienze più di quanto il nostro tempo personale ci concede.

Possiamo solo adoperarci, nel tempo che c’è regalato.

Allora facciamolo, ma con tutto noi stessi, poiché il tempo divora inesorabilmente il nostro cammino.

I vecchi lo sanno. Quando nasci, il tempo si getta ai tuoi piedi, ma quando invecchi i giorni diventano minuti e gli anni diventano ore. Sì, i vecchi conoscono…sanno molto bene, che la

serenità interiore acquisita in vecchiaia viene dai frutti della propria gioventù, quando diamo il meglio di noi, alla vita.  

                             FACCIAMO LA VITA CON TUTTO NOI STESSI  

???

 

Verso casa

 

La mattina dopo, il loro aereo rollò di nuovo verso l’Italia. La pausa Cipro diventò indimenticabile.

Il vecchio aereo rombava il suo volo fumoso. Tolto la cintura di sicurezza, Olmo si rilassò.

Guardò i suoi compagni rilassarsi. Anche se avevano fatto bisboccia la sera prima, dormendo pochissimo, i loro visi erano cambiati, luminosi.

“Probabilmente anche il mio”. Pensò.

Ricordava il cruccio di ognuno di loro, prima di Cipro.

I segni del corpo per chi li sa osservare, parlano chiaro.

“Troppo semplici per non poterli notare, semplici come le parole di Daskalos.

Le parole di Daskalos…

Come può una sola parola detta nel modo giusto cambiare il tuo viso? Eppure succede.

Ma siamo così vulnerabili o c’è qualcos’altro?

 

Naturalmente la parola se vestita d’intensa emozione, può dare molto di più.

Allo stesso modo quando è pronunziata da una persona di valore, quella parola si carica del carisma di chi la pronuncia.

Sono le parole, anche se dette da altri, responsabili in ogni modo della nostra vita emotiva? Certamente no.

Com’è allora che una parola ti da gioia ed un’altra dolore? Come se fosse una pillola?

Già. Una pillola virtuale.

Vuoi vedere allora che quella parola, quel pensiero, che ha il potere di modificare in quel momento il tuo umore, agisce dentro di te, scatenando l’ormone positivo dell’endorfina?

Vuoi vedere che, quando invece, ciò che pensiamo è negativo, questo inibisce tale possibilità umana?

Vuoi vedere che possiamo noi tutti, come libera scelta, far agire dentro di noi consapevolmente questo fantastico ormone?

Olmo era immerso nelle sue deduzioni per la comprensione del comportamento umano, quando gli tornò alla mente la visita del giorno prima ad un antico monastero.

Questo “tergipensare” attorno all’endorfina, gli ricordò un giovane monaco ortodosso, conosciuto per caso nell’abbazia.

Il monaco regalò ad Olmo l’ultimo tassello.

L’anello di congiunzione della ricerca di una vita: la felicità in tasca.

L’abbazia.

 

Durante il giro, la combriccola italiana visitò un antico monastero.

Era l’ultima pausa prima della famosa cena alla fattoria.

Fuori dell’abbazia un piccolo venditore di fichi secchi, aspettava da ore qualche turista di passaggio.

Nell’isola l’essiccazione è una cultura da secoli.

Si essicca di tutto. Frutta, verdura. Persino arance.

La povertà ingegna. Non spreca nulla e, se accorta, non inquina inutilmente.

Quel pomeriggio, nonostante la stagione, era più caldo del solito.

L’idea di visitare un monastero, approfittando della frescura delle sue grosse mura, ai ragazzi andava a genio.

Avevano visitato di tutto. La guida dell’isola era stata prolissa abbondantemente e la certezza che quello era l’ultimo sito da vedere, fu felicemente da loro riscontrato.

 

Per suo conto Olmo, non si sentiva del tutto soddisfatto.

La vacanza era stata splendida e appassionante. Gli isolani poi, li trovò dolci e accoglienti, ma tutto gli appariva insipido e senza scopo.

Era contento dell’incontro con Daskalos. Aveva ricevuto risposte illuminanti.

Risposte a domande che non pensava di avere, ma ciò nonostante, una lieve distonia dentro se stesso, gli dava un senso d’insoddisfazione. Olmo sentiva mancare ancora qualche pezzo.

Forse aveva bisogno d’altro tempo.

Forse, per il cambiamento naturale dentro di noi, ciò che serve deve, per essere tale, definirsi da sé, poiché talvolta le informazioni che riceviamo, agiscono dentro di noi per modificare la nostra persona, con una loro autonomia.

Difatti: ciò che penso, sono.

 

Noi siamo quello che pensiamo, ed è condiviso da numerose odierne scuole di pensiero, anche se questa definizione è molto antica.

Esisteva già nelle filosofie del Tao (5.000 anni), perdendosi poi, nella notte dei tempi attraverso l’antichissima scuola Sufi.

Olmo ne condivideva da tempo le ragioni di siffatte affermazioni, ma in cuor suo faticava parecchio, ad accettarne incondizionatamente tali dettami. Come tanti del resto.

In ogni caso la sua condizione d’esploratore spirituale, lo aveva portato a Cipro, e la sua sete non era del tutto appagata.

“Ciò che penso sono. Ok”. Diceva a se stesso.  

“Niente di più giusto, ma quando penso d’essere felice, basta per esserlo davvero?”

“Certamente no! Passiamo l’intera esistenza, a caccia di questa sensazione, ma andarsene da questo mondo con addosso la vera felicità è un’utopia per tutti.

“Come posso io carpire dalla vita, chiavi di lettura, sulla vera felicità che nessuno mai ha trovato?”

Olmo formulando a se stesso quest’ultimo dubbio, s’avviava con i suoi compagni, leggermente depresso, alla visita dell’antico monastero.

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Nel monastero c’era una frescura quasi da maglione.

Si trattava di una struttura costruita nel XII° secolo e il frate cicerone raccontò che era stato ricostruito svariate volte nel corso dei secoli.

Invasioni, guerre, incendi e altro, avevano devastato molte parti della struttura la quale, veniva sistematicamente ricostruita.

Le ricostruzioni erano irreprensibili. Sembravano rispettare la vera natura socio spirituale che un monastero doveva avere.

Olmo durante la passeggiata rimase un po indietro. Era affascinato dai profumi d’antico e dai lucenti marmorei pilastri, eretti a sostenere ovunque ampie arcate.

 

L’arte ha un linguaggio tutto suo e, come in ogni linguaggio, l’uomo si esprime in tutte le parti del mondo, per comunicare ai propri simili, le sue ricchezze interiori.

L’arte è comunicazione non parlata. È comunicazione di una dimensione diversa. Non è difficile saperlo, ma l’arte non è soltanto musica, pittura, scultura eccetera.

In verità l’arte è tutto ciò che, in un modo o in un altro, ti trasmette qualcosa che altrimenti non avresti potuto sentire, ne vedere.

È un linguaggio sotterraneo dove l’orecchio non distingue ma il cuore si, e ognuno dei ragazzi si lasciava trasportare dai dipinti, dalle antiche icone.

C’era un organo a canne che nessuna parola poteva spiegarne le meraviglie dei suoi intarsi.

Nelle altissime canne di sfiato d’ottone lucente, v’erano raffigurati con mano sapiente, intagliati finemente a bulino ed a sbalzo, momenti di vita dei ciprioti all’isola.

Olmo era incantato. Nel girovagare non si accorse che era rimasto solo, ignaro che, di li a poco, avrebbe di nuovo avuto bisogno di prendere importanti appunti, da un giovane monaco ortodosso.

  ^^^

Il monaco ortodosso

 

La visita al monastero continuava ininterrotta.

Nel riprendersi un attimo, un po’ smarrito, tra le fresche mura degli androni, Olmo realizzò improvvisamente la scomparsa dei suoi compagni.

Il silenzio regnava sovrano.

Spento il chiacchierio del frate cicerone.

Naturalmente non mancando porte e porticine, corridoi eccetera, Olmo cominciò a girovagare leggermente preoccupato, ma non troppo.

Finalmente dopo esser uscito ed entrato svariate volte, vide qualcosa muoversi dietro una gran porta vetrata.

Era un portone di ferro massiccio, il quale dava all’interno di un cortiletto, illuminato dal sole.

 

Prese la maniglia e tirò verso se. Aprì il portone timidamente un poco, quanto basta per sbirciare.

Guardò fuori socchiudendo gli occhi per la luce accecante del sole, ancora alto nel cielo.

Vide un frate. O almeno un uomo vestito da frate.

Doveva essere il frate fioraio, dato che era immerso tra mille colori, apparsi a stupire nuovamente il suo sguardo.

Sorry” accennò Olmo un inglese tipicamente scolastico.

Do you saw my friends?”

Sentendo la voce di Olmo il frate si alzò di scatto.

Sei italiano?”

Si” rispose Olmo rincuorato dal perfetto italiano del suo nuovo amico.

Il frate, togliendosi guanti e un largo cappello che lo riparava dal sole, si mosse verso di lui.                                                                                                         

Da dove vieni?” continuò arrivato a misura d’occhi.

Gli venne incontro con un sorriso talmente radioso, che era impossibile non ricambiare.

Vengo dal nord d’Italia, vicino a Venezia” Disse Olmo tanto per dare l’idea di una zona conosciuta.

Mmm…conosco Venezia. Bellissima. Senti” Continuò con un italiano da madre lingua.

Stavo per servirmi del te. Vuoi favorire?”

Olmo acconsentì con piacere dimenticando amici e il resto.

 

I monaci di tutto il mondo, cristiani, ortodossi, ma anche buddisti o semplicemente monaci della filosofia zen, sembrano ai nostri occhi, investiti da una capacità di catalizzare la tranquillità.

L’idea della tranquillità come scelta di vita è normalmente inseguita da tutti, anche se poi nel nostro quotidiano è quasi inesistente.

E il paradosso è che, inseguendo la tranquillità non rinunciamo alla confusione.

L’idea del frate tranquillo, nell’austerità del suo monastero, ci attira ma, allo stesso modo, ci inorridisce. Temiamo la rinuncia.

L’idea di conquistare la tranquillità a furia di rinunce è, per noi comuni mortali, inarrivabile.

Sentiamo più forte l’angoscia per la rinuncia, e temere di dare di più di ciò che riceviamo, diventa alienante quanto banale.

Ma tutto il mondo è paese, e la tranquillità non si conquista di certo semplicemente rinunciando, ne arroccandoci nella sicurezza dei soldi e degli affetti.

La storia parla chiaro. Turbi nevrotiche e angustie fustigazioni, nemmeno i monasteri ne sono stati esenti,e poi, c’è monaco e monaco.

Comunque sia, fu proprio quel giovane frate a dare l’ultimo tassello mancante, ad accendere davanti ad Olmo la meraviglia della felicità.

 

Il monaco ortodosso si chiamava Felice, era nato a Cipro da genitori nativi dell’isola.

Era l’ultimo figlio di 12 fratelli, tutti con il nome italiano.

I suoi genitori erano amanti dell’Italia, fecero di tutto per educare i propri figli nei parametri cristiani, sotto l’insegna della chiesa cattolico – romana e, cinque dei loro figli, lavorano e vivono oggi in Italia.

Felice era il figlio ribelle della covata. Non voleva saperne di studio e lavoro. Solo donne e divertimento.

I suoi erano molto preoccupati. Qualsiasi attesa per il suo ravvedimento, naufragava ad ogni incalzo educativo, ma fortunatamente, miracolo volle, che un giorno tornò tra le loro braccia.

Il seme della ragionevolezza, sbocciò in lui. Il buon senso ebbe il sopravvento. L’adolescenza ribelle finì.

Con ragionevole stupore di papà e mamma, partì per l’Italia per chiudersi nei libri degli eruditi salesiani.

Tornò a Cipro e, infilandosi di nuovo in un monastero, volle conoscere anche la vita monacale ortodossa.

Assetato di giustizia scientifica, Felice era convinto che, tutto può essere rimesso in discussione.

Sacre scritture comprese. La sua indole ribelle, aveva trovato finalmente uno scopo.

 

I due sorseggiarono in silenzio il te.

Felice chiese poi dell’Italia, che mestiere Olmo facesse, della sua famiglia e perché si trovava a Cipro.

Sono venuto per Daskalos” disse Olmo raggiante.

Felice lo guardò un attimo fissandolo in silenzio con la tazza a mezz’aria. Poi sempre con il viso sereno aggiunse:

Mmm… sei un cercatore dunque”

“Già…Cercatore d’utopie purtroppo” soggiunse Olmo sottovoce, come se parlasse da solo.

“Capisco…” fece di rimando il monaco altrettanto sottovoce, mettendosi in sintonia con l’improvvisa caduta di tono.

“Sai…le utopie normalmente sono i sogni che riteniamo irraggiungibili” disse Felice schiarendosi la voce e rialzando di nuovo il tono della conversazione.    

Poi, piegando il capo verso Olmo aggiunse:

Per quanto possa aiutarti la mia opinione, ti dico che a mio avviso i sogni, che ci sembrano impossibili, il più delle volte sono quelli più importanti e forse gli unici che ne valga la pena”

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Il frate tacque per sorseggiare di nuovo un po’ di te dalla tazza e prendere tempo per pensare. Poi di seguito:

Prova pensare a tutti i pionieri della storia. Quanti ne sono morti per dare loro stessi e al mondo un mattone in più di conoscenza.

Prova pensare ad esempio a Cristoforo Colombo. Riuscì a convincere una nazione, con uomini e mezzi, ad inseguire una semplice intuizione, senza alcuna certezza e con l’incognita di una morte anche se quasi certa, esistente soltanto nella fantasia dell’ignoranza.

Tutte le scoperte scientifiche sono nate dal seme dell’intuizione, esattamente come la scoperta dell’America: sentire l’esistenza di una cosa pur non vedendola”.

“D’accordo” disse Olmo “Ma come faccio a essere certo di quello che sto inseguendo?”

“Beh… razionalmente non potresti… anche se…. Chiaramente un certo rischio di perdere solo tempo…”

Il frate ad un certo punto parlava improvvisando pause.

Olmo stava pensando che volesse attirare in quel modo la sua attenzione ancora di più, o forse pensava alla risposta più giusta, ma lo lasciò continuare visto le risposte centrate e pertinenti.

Vedi” continuò stavolta più sicuro

“Gli esploratori, devi convenire, hanno una prerogativa in comune: la predisposizione al rischio. Posso continuare?” Chiese gentilmente.

“Te ne prego” insistette Olmo.

Talvolta è il rischio di perdere la vita, altre volte solo tempo.

Per quanto tu possa fare attenzione, se  di  vera esplorazione si tratta, il rischio rimane sempre molto alto. Lo dimostra la storia con i suoi gli eroi nelle lapidi.

La terra contiene le ossa di ognuno di loro amico mio, e il vento porta con se, la loro, più che umana paura.

Senza di loro, la scienza nella vita che scorre, sarebbe ancora piatta.

Esattamente come la terra nel XIV° secolo ”.

 

Olmo, rimase qualche attimo in silenzio incantato, dall’improvvisa profondità di quelle parole. 

Poi schiarendosi la voce “Okay. Con il mio sogno non rischio nulla, magari solo del tempo”.

“Si certo” continuò Felice “Al di la della indiscutibile preziosità del tempo, se l’utopia che insegui è giusta, il tempo non è mai perso”. 

“Ehee?” fece di rimando Olmo con la faccia interrogativa.

Il frate pareva ora divertirsi.

“La storia ci ha messo al corrente che numerose scoperte sono il frutto di una corsa a staffetta nel tempo”.

Ora Olmo era in confusione, ma lui continuò:

Come poteva Einstein fare qualcosa senza ad esempio, il passaggio del testimone di Pitagora?”

“OK” lo interruppe di nuovo Olmo

Ma non mi hai ancora detto, come faccio ad essere sicuro, ad essere sulla strada giusta!”

“Già, non te lo ancora detto” rispose senza darci peso.

I due, sorseggiarono di nuovo il te. Olmo scorse allora un bagliore negli occhi del monaco e:

 

“Ascolta” stavolta il frate si liberò della tazza, girò la sedia completamente verso Olmo, per concentrarsi meglio.

“Anche tu come l’esploratore ti muovi nel buio. Non sei certo della direzione, ne se troverai quello che cerchi.

Di una cosa sei certo però, e cioè nonostante l’incertezza, una forza invisibile ti muove.

Sei d’accordo?”

“Beh…non so…”

“Su non essere così severo” Lo spronò stringendogli affettuosamente un braccio.

“Con tutti gli impegni che ti ritrovi sei quì, lontanissimo da casa, in un convento a parlare con uno sconosciuto.

Quante persone credi che ci siano al mondo, ad agire in questo modo, per inseguire una cosa che forse non esiste?”

Felice lo guardò fisso negli occhi soffermandosi di nuovo, poi continuò dicendo:

A spingerti sin qua certamente sei stato tu, o meglio; a Cipro è arrivata quella parte di te che non si arrende. Va meglio così?”

Questa volta Olmo annuì sicuro.

Ora, da dove credi che provenga questa capacità di agire nonostante tutto?”

Beh, immagino da me stesso” rispose Olmo un tantino distaccato.

Felice non curante continuò:

Già. Ma da dove te stesso…” guardò Olmo facendo l’ennesima pausa. Poi:

Prova immaginare per un momento che la rinuncia alla ricerca sia una malattia…e la medicina per questa malattia sia dentro te.

Naturalmente hai già sentito parlare di capacità immunitaria”.

Olmo annuì di nuovo.

La capacità immunitaria dell’uomo è come una farmacia ambulante incorporata.

L’uomo è il dottore e l’ammalato assieme. Mi segui…?” Felice si soffermò, in attesa del sicuro disappunto per un’affermazione risaputa.

“Si, certo. Ma cosa cetr..”

“Aspetta, non avere così fretta di capire” lo fermò subito dopo.

“Le difficoltà, non possono mancare, quando s’insegue un sogno senza bussola né meta.

Inesorabilmente la sfiducia prende il sopravvento e si cede al virus della rinuncia.

Quanti fallimenti nella vita degli uomini.

Cercare un’utopia, è come inseguire nel deserto il miraggio dell’oasi.

Quante ossa, imbiancate dal sibilo del vento.

Quanti sogni infranti.

Eppure l’uomo scoprì l’America, vinse la polio, la peste e il vaiolo, e le cime più alte di questo mondo, tutte violate, l’una dopo l’altra…”.

 

Felice si assicurò di nuovo che il suo amico fosse in vero ascolto, poi l’incalzò:

“Se stai inseguendo il sogno in sintonia con te stesso, non può essere un’utopia.

E lo dimostra il fatto che, nonostante l’apparente irrazionalità di ciò che stai facendo, continui a cercare, anche se alla fine ne deduci che a muoverti sia la tua pazzia, la tua parte irresponsabile, ma non è così.

È la tua capacità immunitaria, che arriva in soccorso: le endorfine. (ormone del cervello)

Ecco cos’è l’invisibile forza. Semplicemente questo

Sono come rugiada, gocce d’orate, creazione divina, dentro di noi”.

 

Il sole, nel giardinetto fiorito, scivolava nella sera, e il fresco dell’ombra che avanzava riportò Olmo nel presente. I suoi compagni probabilmente lo stavano cercando.

Non se ne preoccupò affatto. Quel momento, che il destino gli porgeva tra le mani, lo afferrò più che mai.

Incalzò allora con una domanda precisa:

Ma non è troppo limitante delegare ad un ormone la nostra capacità di non rinunciare?

 Non c’è il rischio di ridurre l’uomo ad una semplice macchina?”

“No” rispose sicuro “Non lo è. Siamo noi stessi che in realtà lo provochiamo.

Come può essere limitante la mano, che porta il cibo alla bocca? Il mio corpo è il veicolo che mi aiuta in questa vita, ed è carne, sangue ed altre cose a me invisibili.

È una meraviglia di scoperta in scoperta, e poi, l’orgoglio di un pilota per la propria auto lo trovi limitante?

Esistono prove incredibili della capacità del corpo umano, come quando una madre alzò tonnellate per salvare il figlio schiacciato da un carro.

Sarebbe sciocco pensare che ad alzare le tonnellate, fu davvero quell’esile corpo, com’è sciocco pensare ad un miracolo voluto dal cielo. 

Semplicemente, quella donna aveva un enorme motivo: il figlio, ma non solo.

Qualcosa è intervenuto che va al di la della forza fisica.

Felice si soffermò di nuovo, stavolta per dare modo ad Olmo di pensare e ricordare.

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“Oggi la scienza scopre l’esistenza di universi paralleli. Sono mondi mescolati al nostro, che non percepiamo, o meglio, non abbiamo per ora, la capacità di percepire.

Proprio come il cieco dalla nascita, non può avvertire l’universo dei colori.

Molti uomini, tutti gli uomini di questo mondo, stanno cercando la propria felicità, e cioè uno stato di benessere psico fisico permanente, che li accompagni per tutta la vita sino alla morte. È così?”

Olmo fu d’accordo.

Questo è possibile. Ma anche impossibile, poiché da molti è ritenuto un’utopia. Non è vero?

Olmo annuì per l’ennesima volta.

L’essere è già felice dentro di se, ma il fatto di lottare tutto il giorno, per il pane o il lusso che sia, crea confusione tra la vita interiore e la vita esteriore le quali, sono parallele e  separate.

Perché mai, non dovrebbe esistere una vita dentro di noi, diversa da quella che viviamo fuori di noi?

Esattamente come quando chiudi la porta di casa, lasciando che il mondo si arrovelli fuori, lontano da te.

La vita monacale di tutte le filosofie, vuole semplicemente consolidare questo concetto.

Esistono monaci che trovano il paradiso ed altri no.

Dipende solo da loro, poiché tutto ciò che serve sapere, giace nelle loro tasche.

Il resto è chiacchiera…”.

 

Daskalos disse qualcosa verosimilmente a questo:

“Voi possedete tutto ciò di cui avete bisogno.

Esistono dentro di voi meccanismi eternamente in automatico, nel bene e ne male.

Potete uscire da questa gabbia o rimanerci sino alla morte. Dipende solo da voi.

Quando la felicità s’impossessa di voi, siete voi che in verità la create, stupendovi delle meraviglie del modo, ma della stessa moneta siete dannati, poiché il suo rovescio, (apatia) s’avvinghia nel vostro cuore, al primo uragano.

Così la vostra vita diventa un eterno testa o croce, nell’andirivieni degli avvenimenti.

La felicità come il suo contrario, è dentro di voi. Questione di scelta.

Una cosa vi dico: la vera felicità è sola.

Cercatela nelle vostre tasche, poiché essa, non si trova nel mondo.

Scrutate dentro di voi. Cercate.

                                        LA FELICITA’ VERA E’ SOLA

 L’aereo atterrò senza problemi puntuale. Olmo era di nuovo a casa.

Aspettò impaziente l’arrivo dei bagagli. Non vedeva l’ora di abbracciare sua moglie e i bambini.

Era raggiante più che mai. Passato la dogana, li vide.

Chiamandoli alzò il braccio per farsi notare.

Gli vennero incontro con il sorriso, i bimbi di corsa.

Giada e Shemuel lo assalirono letteralmente, mentre sua moglie attendeva un attimo.

Si abbracciarono.

Hai gli occhi lucenti” gli disse poi guardandolo intensamente

Ti ha fatto bene staccare la spina”.

“Sai…” rispose Olmo prendendole il viso tra le mani

Non è questo. Ho qualcosa da dirti. È importante. Bisogna dirlo a tutti…scriverne un libro…si devo scrivere questa cosa…”.

“Cosa devi…Cosa devi scrivere…?”

“Non so…forse la felicità esiste…forse ho la chiave di quella porta... Ho le prove. Devo almeno provarci”.

Uscirono dall’aeroporto.

Una sferzata di vento gelido li attendeva. Prima di salire in macchina, Olmo alzò il capo e guardò il cielo stellato.

Il vento gelido aveva spazzato via, nubi e nebbia. Il cielo era stellato più che mai. Le luci dei miliardi di stelle lo fecero sentire piccolo, piccolo.

Spero di non essere troppo presuntuoso” pensò tirando un profondo respiro.

Le luci delle macchine più lontano, lo riportarono improvvisamente nella caotica realtà in cui viveva.

“Mah…chissà se questa storia della felicità, interessa ancora a qualcuno…”.

 

 

                                                Fine

 

                                                                                                     

 

ISTRUZIONI PER L’USO

 

Imparare ad amare se stessi.

Sembra impossibile, ma è una delle cose più difficili al mondo.

Difatti, la corsa al desiderio ne dimostra l’interesse, ma limita di molto questa capacità.

Amare se stessi, è fuori discussione che non è vivere nel lusso e nelle agiatezze di ogni sorta.

Tanto meno la vita ascetica priva di tutto. Trovare dunque l’esatto equilibrio non è facile.

Imparare a condividere può aiutare.

 

La condivisione

L’uomo è nato per imparare a condividere e relazionare, ma l’estrema povertà dei molti parla chiaro: condividere sembra essere un’utopia.

Il paradosso dei miliardi di individui nati sotto lo stesso tetto è tutto quì. 

La condivisione diventa possibile nella capacità di amare le persone per quello che sono.

 

Amare le persone per quelle che sono

Il partner, i figli, i genitori, i fratelli, le due o tre persone importanti (amici) che ci accompagnano per una vita condividendo gioie e dolori, sono la cosa più importante della nostra vita.

Anche se condivisa, ognuno di loro possiede una vita a se.

Imparare ad amarli per quello che sono(es. pregi con difetti), insegna a noi stessi ad amarci e a dare un significato alle cose per quelle che sono.

 

Dare il significato alle cose per quelle che sono

Sentirsi eccitati non c’è nulla di male, ma a lungo andare si confonde l’eccitazione con la felicità.

Quando riceviamo un regalo, dimostrare gioia è cortesia, ma  imparare a goderne con distacco è il regalo che facciamo a noi stessi, primo passo verso l’equilibrio interiore.

 

L’equilibrio interiore

Pagare il proprio successo e fallimento con la stessa moneta, diventa necessario.

L’entusiasmo per il successo e la negazione del fallimento sono entrambi emozioni scaturite da un fattore esterno a noi, anche se ci riguarda.

Imparare a vivere entrambi le emozioni con distacco rafforza il nostro equilibrio interiore, lasciando spazio al pensiero felice.

 

Un pensiero felice (sindrome di Peter Pan)

Esiste un importante meccanismo mentale:l’automatismo.

Nel quotidiano esistono numerose azioni e pensieri in automatico. Ad esempio portare il cibo alla bocca, guidare l’auto eccetera.

Questo stesso meccanismo mentale crea anche abitudini negative.

Ad esempio l’ossessione. Normalmente l’ossessione nasce nell’inconscio da un fatto oggettivo negativo importante. La fobia cronica arriva ad ossessione consolidata, condizionando la vita “mentale” di chi la subisce.

Condizioniamo allora la nostra mente consapevolmente in positivo.

“io penso positivo” diceva un adagio. Niente di più saggio.

Pensare positivo nonostante il negativo reale, non è illuderci, ne è infantile. Essere bambini è una cosa, infantili un’altra.



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